Dal mattone al digitale, ora tocca alle banche cambiare strada

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Una immagine di Maker Faire Rome, la fiera dell?hi-tech ?fai-da-te?, organizzata nell'ambito di 'Innovation Week', rassegna dell'innovazione digitale, evento di Asset Camera (azienda speciale della Camera di Commercio) all'Auditorium di Roma fino al 5 ottobre, 30 settembre 2014. ANSA / US 
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Innovare non significa solo “inventare”, ma soprattutto dar valore con nuovi mezzi ad attività, eccellenze future

Parlare di innovazione è di moda, suggerendo utopie purtroppo solo teoriche, ma in pratica cosa dobbiamo fare per non perdere l’appuntamento con il Secolo Digitale? Investire nell’innovazione è investire in progetti che trasformino la tradizionale concezione di investimenti nelle aziende o nel territorio, isolati, sterili, senza rete. L’Italia è da sempre terra ricca di idee e talenti, capaci di attrarre investitori anche internazionali. Ma chi potrebbe, ad esempio le fondazioni bancarie, realtà economica radicata nei tessuti socio economici locali, preferisce (o deve!) investire risorse in patrimonio immobiliare, senza creare lavoro, crescita, sviluppo.

Cosa è che rende ricco un popolo? Dal Rinascimento lo sappiamo, la fiducia nelle proprie idee, nel merito, nell’eccellenza. Quante banche di piccole, medie o grandi dimensioni valorizzano proprio questo principio che studiamo a scuola? Molte magari, ma con pochi mezzi. E se le fondazioni che fanno capo ad alcune banche, anziché vedere solo mattoni, investissero proprio nelle eccellenze, dai microprocessori alle stampanti 3 D, alla rete così vitale per piccole aziende e artigiani, impiegando parte del proprio flottante per schiudere il futuro del lavoro? E se i patrimoni immobiliari delle fondazioni fossero trasformati in fiducia nelle idee e nelle imprese, e quindi fossero la dote di garanzia dei migliori progetti? Farraginose normative ostano, l’investimento immobiliare è il patrimonio più solido, ma siamo sicuri che il mercato italiano non sia ormai saturo, che i prezzi salgano ancora, che la bolla non scoppi? La politica non può rispondere come un burocrate, deve creare strumenti di cambiamento e crescita.

Servirebbe, quindi, un sistema che raccordi le fondazioni bancarie permettendo l’investimento di parte delle proprie liquidità in progetti che altrimenti andranno ad arricchire altre nazioni e territori. Non serve andare lontano, basta guardare ai nostri centri di ricerca, alle nostre botteghe artigiane, all’intero comparto agroalimentare, alle start up avvizzite dalla mancanza di credito. Innovare non significa solo “inventare”, ma soprattutto dar valore con nuovi mezzi ad attività, eccellenze future. Tutto il nostro paese è ricco di cultura e potrebbe, come spesso ha già fatto, creare un nuovo sistema di credito capace di essere linfa per il futuro Made in Italy digitale.

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