Dal fallimento alla livornese al populismo in salsa romana

M5S
Virginia Raggi (M5S) durante il confronto con altri due candidati a sindaco di Roma, Roberto Giachetti (Centrosinistra) e Stefano Fassina (SI), alla Citta' dell'Altra Economia a Roma, 3 maggio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

La vittoria della Raggi non porterebbe con sé nessun riscatto, per il quale servirebbero classe dirigente, spirito civico, competenza. Cose che mancano totalmente ai grillini romani, selezionati con metodi assolutamente opachi

La strabiliante idea della candidata del M5S a sindaco di Roma, Virginia Raggi, che ha proposto di risolvere il problema del traffico a Roma con una funivia tra Casalotti e Mattia Battistini, è già celebrata sul web da una foto di cittadini romani in attesa alla fermata Casalotti con tanto di sci sulle spalle.

Sempre in merito ai problemi del traffico prende sempre più piede l’idea di una Mongolfiera Tor Bella Monaca-Labaro, mentre è allo studio un collegamento veloce San Basilio–Corviale tramite la Carovana dei Cieli, ovvero una serie di carrozze trainate da dieci cavalli alati (naturalmente a mezzanotte il servizio termina perché le carrozze diventano zucche e i cavalli alati tornano a essere ratti del Tevere, che per altro sono pure più grossi). Ecco i claim principali scelti: «Funivia portami via, Scia ti respiro, Roma ti amo».

Va beh, scherziamoci su, e ridiamone, ma solo per non piangere. Roma sembra essere tornata quella raccontata da Luigi Pirandello ne I Vecchi e i Giovani: «Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della Città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia».

È su questo panorama di devastazione civica che svolazza e si gonfia il populismo in salsa romana, tanto che tutti i sondaggi danno per certo che Virgina Raggi arriverà al ballottaggio e che potrebbe vincerlo.

Tuttavia, la demolizione della politica in quanto tale, la condanna di tutto e di tutti, non aprirà la strada al governo degli onesti. Come dimostra il fallimento della giunta Cinquestelle a Livorno, che precede l’avviso di garanzia appena ricevuto dal sindaco Filippo Nogarin. Del quale, secondo i criteri da loro adottati, i Cinquestelle dovrebbero chiedere immediatamente le dimissioni. Cosa che noi non faremo .

Il vuoto della svagata incompetenza della Raggi, dovesse davvero vincere, non resterebbe a lungo tale. Al di là delle sviste curriculari, i canali di collegamento con il mondo dei poteri romani sono aperti. E non ci sarebbe nulla di male: è normale che chi si propone di governare Roma si misuri, in modo trasparente, con essi. Il punto è che solitamente i patti scellerati non nascono da confronti alla luce del sole bensì si mascherano da guerre sante contro mafia e corruzione (dovrebbe dirci qualcosa il fatto che a Ostia, vero cuore del potere mafioso romano, ci sono esponenti mafiosi che fiancheggiano il M5S).

La vittoria della Raggi non porterebbe con sé nessun riscatto, per il quale servirebbero classe dirigente, spirito civico, competenza. Cose che mancano totalmente ai grillini romani, selezionati con metodi assolutamente opachi, e le cui scelte, a cominciare dall’eventuale (Dio voglia di no) sindaco saranno sottoposte all’approvazione e al vaglio dei vertici milanesi, come da apposito contratto firmato. Che però i candidati non possono leggere. L’ultima denuncia è quella della candidata esclusa Donatella Cialoni.

Questa vicenda è emblematica del metodo di selezione dei grillini: prima hanno detto che la Cialoni, non era candidabile perché, in quanto dipendente del comune di Roma avrebbe dovuto prima mettersi in aspettativa che però poteva essere richiesta solo dopo essere stata candidata. La vera ragione dell’esclusione l’ha svelata la stessa Cialoni: «C’erano dodici pagine che avremmo dovuto firmare per accettare. Ho chiesto di poterle leggere, ma mi è stato negato. Poco dopo mi è stato comunicato che non ero candidabile».

Governare Roma è un compito arduo: devi vederne le terribili storture e sozzure e correggerle, ma anche le sue bellezze e la profonda umanità del suo popolo. «Non puoi governare Roma se non la ami», diceva Luigi Petroselli. Io non vedo amore alcuno negli occhi della Raggi, ma l’algida determinazione di chi vuole usare il Campidoglio come cavia per le idee più strampalate. E francamente, anche no.

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