Dal caso greco si decide l’identità della sinistra

Sinistra
epa04821955 Greek Prime Minister Alexis Tsipras (L) talks with Finance Minister Yanis Varoufakis (R) during a debate on the referendum in a plenary session of the Greek Parliament, in Athens, Greece, 27 June 2015. Tsipras called for a referendum on the Greek debt deal on 05 July, during a televised speech late night on 27 June on Greek state TV. Eurozone finance ministers on 27 June rejected a request to extend the European part of Greece's bailout programme beyond 30 June, casting serious doubts on the Mediterranean nation's permanence in the European common currency.  EPA/SIMELA PANTZARTZI

Anziché dividersi in Tsiprioti e Varoufakiani, bisogna lavorare per costruire un’Europa basata su un benessere allargato a tutti

Abbiamo visto tutti le file ai bancomat greci. Le hanno viste anche gli elettori di Grillo, Salvini e quelli che sono andati ad Atene in nome della difesa della “democrazia”. Che cosa resterà di loro? C’è chi malignamente li deride descrivendoli già divisi tra Tsiprioti e Varoufakiani, leader della neonata corrente intransigente che rimprovera al suo ex capo (di governo) di essersi arreso all’Europa delle banche e dei tecnocrati.

A mio avviso, invece, tutti coloro che insieme a Grillo e alle varie destre italiane hanno sperato nella creazione del precedente, la cosiddetta Grexit, che avrebbe probabilmente aiutato le rispettive carriere politiche nel breve periodo, mentre chi in Grecia ci vive avrebbe subito ripercussioni peggiori della attuali, riconosco il merito di aver contribuito al dibattito su cosa sia la “sinistra” nel 2015.

In Europa, essere di sinistra oggi dovrebbe significare ammettere e spiegare che la attuale tragedia greca non scoppia a caso ed esclusivamente per responsabilità dei pessimi governi che hanno preceduto il simpatico Alexis. Significa riconoscere che l’Unione europea deve indubbiamente riavvicinarsi ai cittadini dei 28 Stati membri e in particolare dei 19 che fanno parte dell’Unione monetaria.

Significa, soprattutto, adoperarsi nella difficile opera di coniugare stabilità e crescita, conti in ordine insieme agli investimenti: cominciare col ricordare che il famoso Patto di stabilità contiene anche la parola growth. Significa preoccuparsi della governance della Ue per renderla capace di reggere le sfide di questo millennio (per esempio, serve un’unione fiscale, accanto a quella monetaria).

Significa spingere per completare l’ambizioso processo iniziato dai padri fondatori: entrambi i percorsi, quello riconducibile alla visione passo-dopo-passo di Monnet e quello federalista di Spinelli, progettavano di arrivare ad un’unione politica. E proprio questa, dopo anni di crisi finanziaria ed economica, di decine di eurosummit a tema, e anche alla luce del caso della piccola Grecia, si rivela la principale riforma “economica” che l’Europa non può più rinviare.

Significa far partire un dibattito aperto su quale unione politica serve all’Europa. L’esperimento di leadership europea non può essere più, se va bene, la Germania con l’intermittente Francia. Tra Stati Uniti e Cina, un domani molto prossimo, al tavolo servirà un leader rappresentativo dell’insieme di tutti gli Stati dell’Unione. Altrimenti l’Europa non conterà più nulla, animata da scontri tra Paesi piccoli e meno-piccoli, ma tutti destinati ad un declino progressivo. Una scenario lontano dalla visione di sinistra e benessere allargato a tutti.

 

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