Dal 68 al Nirvana, Carrère e la carica dei guru fai-da-te

Dal giornale
Emmanuel Carrère ripercorre i sentieri del Nuovo Testamento come fosse un meraviglioso romanzo in un libro più intimo rispetto agli altri, ma che ancora una volta non appartiene a nessun genere: 'Il Regno' (Adelphi) con cui è protagonista di uno degli incontri di cui sono andati subito esauriti i biglietti, a Libri Come, la festa del Libro e della Lettura all'Auditorium Parco della Musica di Roma.
ANSA

Dal «buddhismo comune» di Hervé Clerc al personale sincretismo dell’autore de «Il Regno». È la nouvelle vague del “marxismo-misticismo”

Non capita tutti i giorni di ritrovarsi tra le mani un saggio filosofico scritto dal personaggio di un romanzo. Succede con Le cose come sono (Adelphi), opera di Hervé Clerc, che i lettori di Emmanuel Carrère avevano lasciato a discutere con lui di spiritualità e filosofia nel suo ultimo libro, Il Regno. Se anche voi vi eravate domandati quanto ci fosse di vero e quanto di inventato in quel singolare romanzo autobiografico, il libro di Clerc dimostra che almeno uno dei personaggi – quello che lo rappresenta – è esattamente così come ce lo presenta Carrère: semplice, diretto, positivo (caratteristiche, lo confessiamo, che a suo tempo ce lo avevano fatto considerare come l’invenzione meno verosimile di tutto il romanzo). Trattandosi anche qui di religione e spiritualità, la prima impressione è di trovarsi dinanzi a uno spin-off: dalle discussioni sul senso dell’esistenza tra i due protagonisti del libro di Carrère si passa al monologo del suo deuteragonista, che ci spiega la sua personalissima concezione del buddhismo, spogliato di ogni elemento dottrinario e se volete perfino religioso. Quello che Clerc chiama «buddhismo comune». E che noi saremmo tentati di chiamare buddhismo fai-da-te. Il suo approccio è comunque accattivante, e si può riassumere così: caro lettore, sappi che non sono buddhista, non pratico nessuna particolare religione, sono una persona come tante a cui è capitata una cosa: ho sperimentato il nirvana. «Se fu un’illusione – scrive Clerc – ebbe il potere, singolare per un’illusione, di disseminare i suoi effetti, come frammenti di una gigantesca meteora, sulla maggior parte della mia vita».

Sfidiamo chiunque a interrompere la lettura a questo punto, senza dare neanche una sbirciatina alla conclusione. Ma è proprio nella conclusione, a essere onesti, che cominciano i problemi. Quando cioè l’autore, da bravo sessantottino, ci confessa candidamente che prima di fare questa sua personale esperienza del nirvana, da cui sarebbe nato l’impulso di tutta la sua trentennale ricerca spirituale, aveva preso un potente allucinogeno. Con tutto il rispetto per le sue ricerche, che le droghe pesanti potessero fare certi effetti lo sapevamo già. Insomma, il libro è brillante e pieno di piccole e grandi perle di saggezza, offre al lettore non specialista una gran quantità di informazioni in modo accessibile e spesso anche divertente, ma quando si arriva in fondo la sensazione prevalente è la delusione. Curiosamente, è anche quello che abbiamo provato con il romanzo di Carrère, che dopo averci trasportato avanti e indietro dalla Francia di oggi alla Palestina dell’evangelista Luca, dalla crisi esistenziale dello scrittore francese alla crisi mistica di San Paolo, e averci saputo apassionare con la stessa leggerezza e con la stessa profondità alle vicende dell’uno e dell’altro, si conclude con l’immagine di un’iniziativa di solidarietà in cui una ragazza down balla e sorride felice, che rappresenterebbe la versione laica del Regno di Dio in Terra (insomma, la nostra impressione è che dopo averci girato attorno per quattrocento pagine, Carrère non sia andato nemmeno vicino al risultato che Raymond Carver ottiene con la ventina di pagine scarse di Cattedrale).

In un’intervista a due voci uscita su Repubblica, sia Carrère sia Clerc hanno difeso la loro visione del buddhismo e della meditazione come pratiche che andrebbero depurate da tutte le incrostazioni religiose e dottrinarie, prendendosela anche con la “visione dogmatica” che avrebbe sepolto il meglio del messaggio cristiano. Non è un’idea così isolata. Basta fare un giro su Amazon per trovare testi di spiritualità orientale, debitamente scrostati di ogni aspetto dottrinario, per tutti i gusti e per tutte le esigenze: da Le infradito di Buddha a Il buddhista involontario – istruzioni per la felicità, fino all’imprescindibile Buddhism for dummies. Nel caso di Clerc l’impressione è che però ci sia qualcosa di più: la sua personale “revisione” del buddhismo sembrerebbe essere la continuazione con altri mezzi dell’impegno nel maggio francese. Un’evoluzione di cui la sua garbata polemica contro tutte le caste sacerdotali rappresenterebbe l’elemento costante. Ma forse, per chi fosse interessato alla meditazione in una chiave non dogmatica e comparativa, il libro più utile lo ha scritto proprio un gesuita, Yves Raguin, missionario francese in Cina per decenni. Pubblicato da Fazi nella collana «Campo de’ Fiori» e nascosto dal tremendo titolo Il Tao della mistica (l’originale era un più sobrio Le vie della contemplazione in Oriente e Occidente), il volume raccoglie alcune lezioni tenute da Raguin sulle diverse concezioni e sulle diverse tecniche di meditazione e contemplazione. Il suo maggior pregio è che spazia dal taoismo all’induismo, dal cristianesimo al buddismo, senza mai scivolare né in una sorta di ecumenico sincretismo, che dica che alla fin fine è tutto uguale, né in alcuna forma di indottrinamento surrettizio, che dica che alla fin fine di via cristiana ce n’è una e tutte le altre son nessuna. Se però l’idea di prendere lezioni di meditazione da un prete non vi persuade, c’è sempre il piccolo “manuale” scritto da Thich Nhat Han, uno di quei monaci buddhisti con l’abito giallo e la testa rasata di cui Clerc parla come di rispettabili signori che nulla hanno da dire alla società occidentale di oggi. Il libro si intitola Il miracolo della presenza mentale (Astrolabio) e ha un vantaggio su gran parte delle pubblicazioni di questo genere: che non nasce come libro. Il testo è infatti una lettera che il monaco scrisse da Parigi, nel 1974, ai membri della sua comunità rimasti in Vietnam, dove erano perseguitati da entrambe le parti in conflitto. Sarà dunque il tono semplice e diretto, o gli andeddoti personali, o più banalmente la nostra consapevolezza del contesto drammatico in cui fu scritta, ma nelle sue parole risuona qualcosa che è difficile trovare altrove: il timbro di un’esperienza umana autentica, non infiorettata né complicata da parole inutili. Sta di fatto che Il miracolo della presenza mentale contiene assai meno citazioni dal Visuddhimagga o disquisizioni sulla dottrina dell’anatta di quante se ne trovino nel libro del sessantottino Clerc. Ma a pensarci bene, non è la prima volta che i contestatori si rivelano più dottrinari dei sacerdoti da loro presi di mira, come la storia del marxismo degli anni 70 e delle contestazioni “da sinistra” ai partiti comunisti europei testimonia con abbondanza di esempi.

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