Da tre giorni di blocco dell’Italia a mezza giornata di blocco di piazza Maggiore

Lega
Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini durante il raduno della Lega a Pontida, Bergamo, 21 giugno 2015. ANSA/PAOLO MAGNI

Ad agosto Salvini aveva lanciato la tre giorni per dare una spallata al governo, dopo i primi due è diventata una semplice manifestazione di piazza

 

Tre giorni di spallata, tre giorni di blocco totale durante i quali fermiamo l’Italia per mandare a casa questo governo e far ripartire il Paese”: a Ferragosto, alla festa della Lega di Ponte di Legno, Matteo Salvini aveva annunciato una specie di insurrezione generale dando a tutti appuntamento per il 6, 7 e 8 novembre. Maglietta blu col disegno delle “ruspe in azione”, intervistato da Paolo Del Debbio, il leader leghista pareva irrefrenabile: “Non consumiamo più un accidente, non compriamo più niente, non paghiamo più una lira”. A novembre, annunciava, “la gente perbene si ferma, da Nord a Sud, isole comprese”, ciascuno “nel suo negozio, nel suo ufficio, nel suo ospedale, nella sua scuola, nella sua azienda”: “Fermiamo l’Italia per mandare a casa questo governo”.

L’indomani, in un’intervista a Repubblica, Salvini rincarava la dose: “Chiamiamo tutti quelli che sono stufi di questo governo a protestare il 6, 7 e 8 novembre nelle forme che decideremo. L’obiettivo è far cadere Renzi”. All’atto pratico – chiedeva incuriosito il giornalista – che cosa significa? Implacabile la risposta: “Faremo presidi davanti alle prefetture, alle banche, alle Agenzie delle entrate. Inviteremo a non acquistare i prodotti che finanziano lo Stato, le Cinque Giornate di Milano iniziarono così, con lo sciopero del fumo e del gioco. Lavoratori, artigiani, allevatori, agricoltori, tassisti, partite Iva, trasportatori, poliziotti, nessuno escluso”. Nessuno escluso: una specie di sciopero generale leghista, dunque. “Una serrata, più che uno sciopero – precisava l’ardimentoso Salvini –. Insieme ai nostri sindaci e presidenti della Regione stiamo studiando anche il modo di rimandare il pagamento delle tasse”.

Il 6 novembre è pacificamente trascorso, il 7 anche e di “presidi davanti alle prefetture, alle banche, alle Agenzie delle entrate” non ce n’è stata (fortunatamente) traccia, non si segnalano serrate né scioperi e gli italiani, leghisti inclusi, continuano serenamente a fare la spesa, “isole comprese”. Quanto ai sindaci e ai presidenti di Regione, probabilmente stanno ancora studiando come “rimandare il pagamento delle tasse”, mentre l’erario aspetta fiducioso che finiscano i compiti.

I “tre giorni di spallata” e di “blocco totale” si sono dunque ridotti ad una sola manifestazione, quella di oggi a Bologna, che bloccherà sicuramente piazza Maggiore e, forse, qualche via limitrofa, ma che difficilmente riuscirà a paralizzare il Paese per “mandare a casa questo governo”. Sul palco, dopo tanti tentennamenti, ci sarà anche Silvio Berlusconi, chissà quanto convinto del programma scandito dai volantini di convocazione: no all’immigrazione, respingimenti e difesa delle frontiere, “liberiamoci dalla dittatura delle multinazionali”, fuori dall’euro, “ripartiamo dall’Europa dei popoli” e dall’Italia della liretta.

In realtà, la manifestazione di Bologna – a parte il passaggio di rito ai tg della sera – serve, più semplicemente e più concretamente, a lanciare la candidatura a sindaco di Lucia Borgonzoni, capogruppo della Lega in Comune. Il Carroccio alle elezioni regionali dell’anno scorso riuscì ad ottenere il candidato governatore: Alan Fabbri sfiorò il 30%, facendo della Lega il secondo partito regionale. Ma il prezzo lo pagò tutto Forza Italia, ridotta ad un insignificante 8,3% (contro il 25% di quattro anni prima) e a due soli consiglieri regionali. Per Salvini, consolidare la presenza in Emilia-Romagna è una tappa essenziale nella strategia di trasformazione della Lega in partito nazionale: ma questo consolidamento avviene tutto a spese di Forza Italia, e per di più con la benedizione di Berlusconi. Contento lui.

 

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