Da Pericle a Renzi, l’importanza del leader

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Al di là delle accuse di una “deriva autoritaria”, il Pd oggi può rappresentare le istanze di tutti i cittadini, realizzando una narrazione nazionale

Nell’ultimo periodo si è molto dibattuto sulla presunta mutazione genetica del Partito democratico, impressa dal suo segretario. E’ innegabile che Matteo Renzi con il suo straordinario carisma abbia introdotto una nuova benefica linfa in quello che fu il distratto e confuso partito di bersaniana memoria.

Anzi, forse, il premier ha semplicemente fatto in modo che il Pd ritornasse ai suoi progetti originari, ovvero l’essere un partito progressista che possa finalmente rappresentare la maggioranza degli italiani senza rinchiudersi in austere rigidità ideologiche. L’atteggiamento tirannofobico, che ereditiamo dall’orrenda parentesi del fascismo e che è la principale causa delle illazioni sulla “deriva autoritaria” renziana, ha precluso una valutazione positiva di una delle caratteristiche essenziali della democrazia: l’importanza di un leader.

Forse i nostri bislacchi difensori dell’ordine democratico dimenticano le parole con cui uno dei più eminenti storici della Grecia antica, Tucidide, ricordava Pericle. Egli definiva il governo dello statista greco, come quello del Protos Aner, ovvero del primo cittadino, segno inequivocabile che anche nella patria della democrazia si sentisse il bisogno di far affidamento ad un leader.

Si dovrebbe, dunque, affermare secondo i preoccupati oppositori al renzismo che la Grecia classica del periodo pericleo fosse una tirannia, che producesse feroci leggi liberticide. Da difensori della democrazia a revisionisti classici, il passo, dunque, sembrerebbe abbastanza agevole. Emblema di una sequela di accuse dettate da antipatia e da invidia personale sono le tesi dell’ultimo fuoriuscito Alfredo D’Attorre, che oltre a gridare alla deriva autoritaria, si propone di raggiungere il 15% dell’elettorato con un programma politico basato sul cattolicesimo sociale.

Pur rispettando la dignità e la nobiltà di questa dottrina politica, ritengo che da queste parole si evinca la vera rivoluzione “renziana”. Il Pd ha finalmente smesso di analizzare la società come un insieme di parti contrapposte e come un poltronificio causato da percentuali da prefisso telefonico, ma ha cominciato a realizzare una narrazione nazionale, che guardi finalmente all’interesse generale del Paese.

Ecco cosa significa essere il Partito della Nazione: rappresentare tutte le istanze dei cittadini sconfiggendo l’odioso secolare corporativismo e i biechi interessi del piccolo politico di turno, cambiando la struttura del Paese. Semplicemente questo Pd.

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