Da iscritto al Pd dico che D’Alema e Civati sul referendum sbagliano

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In una libera associazione, dopo aver discusso e deliberato a maggioranza, si agisce in maniera unitaria

Man mano che passano i giorni e più ci si avvicina al 4 dicembre diventa sempre più surreale e ricca di esilaranti sorprese la composizione del clan che si batte per il NO. In una stupenda foto di gruppo troviamo: D’Alema, Romani, Brunetta, Giorgetti e Fedriga al tavolo della presidenza e in platea, tra gli altri, Ingroia, Bobo Craxi, Gasparri, Civati, Salvi, Dini, Malan, Calvi, Pomicino e Fini.

Da iscritto al Pd e convinto sostenitore del Sì, mi interessa poco commentare l’allegra compagnia, ma sento il “dovere” di esprimere qualche valutazione sull’attivismo per il No di D’Alema, anche lui tesserato Pd, e di Civati, uscito dal partito per fondarne un altro.

Non mi voglio soffermare sulle motivazioni che si adducono da una parte e dall’altra a sostegno delle due tesi alternative. Ci sono tantissime occasioni di approfondimento e chi ha orecchie da intendere, intende. A me qui preme riflettere sui modi civili con i quali si deve stare in una libera associazione o sui modi di essere e anche di apparire quando ci si vuole distinguere come politico di una particolare aerea.

E’ facile e lineare affermare che in una libera associazione ci si sta per agire unitariamente dopo aver discusso e deliberato a maggioranza. Se così è, come deve essere, l’atteggiamento di D’Alema – che agisce in spregio alle deliberazioni prese dal partito di cui fa liberamente parte – sta fuori da ogni regola e merita severissima censura. Censura che, se non può essere erogata dal Pd per una questione di elegante fair play, può essere “erogata” intellettualmente da noi amici e compagni di Partito, là dove dovesse insistere nel lavorare contro un passaggio politico-istituzionale ritenuto dal Pd estremamente importante e qualificante. Non solo, ma la censura diventa ancora più pesante, da un punto di vista morale, quando D’Alema accusa premier-segretario di essere d’accordo col “nemico” Verdini, mentre lui siede allo stesso tavolo di Brunetta e compagnia bella. Quest’ultima considerazione si può facilmente estendere a Civati.

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