Da Alcide De Gasperi a Mario Draghi

Europa
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Tra quei pionieri dell’Europa unita spicca la personalità di Alcide De Gasperi come la tratteggiò poi splendidamente Monnet nelle sue Mémoires

Più generazioni si sono succedute nel costruire l’Europa. La prima fu quella degli ideatori del progetto europeo, dei firmatari della Dichiarazione del 9 maggio 1950, dei Trattati CECA e CED nel 1951-1952, dei 6 Capi di governo che concretamente misero in moto il processo di integrazione europea. Ne conosciamo bene i nomi, innanzitutto quelli dei leader dei 3 maggiori paesi tra i 6 aderenti al progetto: Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman. Accanto ai loro nomi restano egualmente al primo posto quelli di Jean Monnet, grande ispiratore e architetto dell’impianto comunitario, e di Altiero Spinelli insieme agli altri profeti del Manifesto di Ventotene e promotori del Movimento federalista europeo.

Tra quei pionieri dell’Europa unita spicca la personalità di Alcide De Gasperi come la tratteggiò poi splendidamente Monnet nelle sue Mémoires: egli fu colui che con maggiore coerenza e audacia sollecitò un processo di integrazione autenticamente politico e che anche nel Parlamento italiano indicò con vigore la strada di un’Europa federale. Come nella recente Lezione dedicatagli dal Presidente Mattarella è stato messo fortemente in luce, De Gasperi aveva tratto dalla sua speciale esperienza politica nell’Europa tra le due guerre, l’impulso a porre su basi diverse l’idea di patria, l’identità della nazione, fino a farle sfociare in un autentico patriottismo europeo.

Non possiamo dimenticare che quella prima generazione di costruttori d’Europa non aveva esitato a far proprio, con la Dichiarazione del 1950, l’obbiettivo di una “Federazione europea”. Quel termine e quella prospettiva oggi si scontrano con approcci, presenti e attivi nell’Unione, riluttanti fino al limite della demonizzazione, nei confronti del federalismo perfino come utopia. Come spiegare un simile scarto rispetto all’inizio del cammino comune europeo, una simile regressione? Talvolta si osserva che fu possibile immaginare e dichiarare un’ambizione federalista solo in un’Europa appena uscita largamente distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, tra Stati nazionali sconfitti e altri umiliati dall’occupazione tedesca e paurosamente indeboliti anche se partecipi dello schieramento infine vittorioso. Ma poi, si aggiunge, gli Stati nazionali sono via via risorti, si sono ricostruiti e impegnati con successo in processi di crescita e di consolidamento. E hanno sempre più opposto riserve e resistenze a una prospettiva federalista.

Credo che ciò sia vero sino a un certo punto, se già nel 1954 venne apertamente bocciato dal Parlamento francese il progetto della Comunità Europea di Difesa, che avrebbe comunque probabilmente incrociato altre difficoltà tra i Sei paesi della CECA. Si può in effetti ritenere che l’entusiasmo federalista dei padri fondatori dell’Europa a Sei indusse a sottovalutare la capacità di riscossa, anche se in tempi non troppo brevi, di Stati pur sempre ancorati a tradizioni di orgoglio e presunzione nazionale e a pretese di sovranità assoluta. Comunque, pur avendo la sconfitta del 1954 deviato il corso del processo di integrazione dal terreno dell’unità politica al terreno della costruzione mercantile ed economica comune, passando attraverso lo snodo peraltro salutare del Trattato di Roma del 1957, un nuovo slancio venne da quella che può definirsi la “seconda generazione” di padri costruttori.

Negli anni ’70-’80, la generazione dei francesi Giscard D’Estaing e François Mitterrand con Jacques Delors alla guida della Commissione, dei tedeschi Willy Brandt, Helmut Schmidt e successivamente Helmut Kohl, e di quei leader italiani che seppero muoversi nella scia del “pioniere” Alcide De Gasperi. L’Europa unita si allargò da 6 a 9 e poi a 12 Stati aderenti al processo comunitario, abbracciando (novità di particolare rilievo) anche la Spagna. Così, grazie allo slancio di quella seconda generazione di cui ho detto, e grazie al sopravvenire di eventi storici decisivi come quelli del 1989-91, l’Europa si avviò verso un coraggioso approfondimento dell’integrazione con la nascita della moneta unica, l’istituzione dell’Unione Economica e Monetaria. Fu – dopo il tentativo abortito del progetto di Comunità politica europea previsto dal Trattato CED – il primo balzo in avanti autenticamente federale della storia dell’Europa unita. E’ in questo nuovo quadro, per quanto poi attraversato da crisi e tensioni gravi, che si colloca Mario Draghi come protagonista di punta di una generazione più giovane di costruttori dell’Europa. Una collocazione che è scaturita da un lungo percorso di formazione culturale, di esperienza accademica e di esercizio di alte responsabilità operative […].

Un percorso di decenni naturalmente, direi, culminato nell’assunzione del ruolo di Presidente della Banca Centrale Europea. Mi piace qui ricordare quello che sul ruolo delle banche centrali disse diversi anni fa Paul Volcker, e che mi pare più che mai attuale: “In un mondo turbolento chiamato a fronteggiare nuove incertezze, la banca centrale indipendente rappresenta simbolicamente l’importanza che una società attribuisce alla stabilità finanziaria” e garantisce “un ambiente nel quale possono coltivarsi professionalità, continuità ed integrità”. Credo che a questa concezione abbia corrisposto il modo in cui Mario Draghi ha operato come Governatore della Banca d’Italia, ma anche il modo in cui ha operato e sta operando come Presidente della Banca Centrale Europea.

Di qui i riconoscimenti che la sua azione ha largamente raccolto nei diversi ambiti di governo e di opinione europei e nazionali. Si sono, certo, fatte sentire anche correnti critiche nei confronti del suo operato, alle quali egli ha tuttavia risposto e continua a rispondere con efficacia ed equilibrio, riferendosi sempre all’interesse comune europeo, al di là delle ragioni o dei calcoli di qualsiasi partner nazional e. Mario Draghi si è d’altronde conquistato rispetto mostrandosi ben consapevole di “non poter sostituirsi” – come disse ancora Volcker – “alla fiducia negli eletti e nel governo”.

In realtà, nessuno più di lui – impegnandosi, come abbiamo visto in questi anni, ad avvalersi in modo appropriato e dinamico di tutti i mezzi e poteri di cui dispone in quanto Presidente della BCE – nessuno più di lui, ripeto, sa come le risposte decisive alla multiforme crisi che travaglia l’Unione possano venire solo dalla politica. Ma conta molto anche lo stimolo alla politica che viene dal modo in cui egli ha nelle sue funzioni contribuito a fronteggiare la crisi. Sapendo e sottolineando come la politica monetaria, fosse pure la più audace, non possa in solitudine determinare quel nuovo sviluppo dell’economia e dell’occupazione oggi da tutti auspicato in Europa. Comunque, pure nei suoi limiti invalicabili, l’azione della BCE ha rappresentato in questi anni di generali incertezze nel quadro europeo il principale elemento di continuità e sicurezza. Ne possiamo – mi si consenta di dirlo – essere orgogliosi come italiani che hanno creduto nella qualità della sua candidatura a Presidente della BCE. Quella qualità si impose nonostante difficoltà e manovre ostili.

Ma non fu semplice raggiungere il risultato, se solo si pensa a come fosse scaduto il livello di credibilità e autorevolezza internazionale dell’Italia di governo nel pieno di quel 2011, che tanto mi preoccupò e mi impegnò nel ruolo che allora esercitavo. Oggi, l’essenziale per l’Europa è che l’Unione, per quanto comprensibile sia stata la preoccupazione di reagire alla rottura della Brexit con un’intesa minima che tenesse insieme tutti i 27 membri, non scivoli nell’attendismo, in un eccesso di prudenza se non timorosità, magari anche per calcoli relativi a prossimi appuntamenti politici interni in alcuni paesi. Non si può restare fermi in attesa dell’apertura del negoziato col Regno Unito e magari anche oltre. Ci sono urgenze ed esigenze non solo di breve termine, ci sono perfino decisioni già prese o scelte annunciate che non possono attendere. Così le decisioni relative al dramma dei migranti e allo scontro che in proposito si è acceso: decisioni come quelle che oggi sfida il primo ministro ungherese, pur loquace socio del Partito Popolare Europeo, con un referendum che si pone in contrasto con regole del diritto europeo. Così le iniziative da assumere in materia di difesa e sicurezza europea, per le quali positivamente si colgono ora segnali più concreti. Infine, le indicazioni del documento dei 5 Presidenti, tra le quali ormai ineludibile quella che concerne il pieno completamento dell’Unione bancaria.

E dal Presidente della BCE è venuto ancora qualche giorno fa un aperto stimolo affinché la politica, e in particolare i governi nazionali, facciano la loro parte, in termini di riforme strutturali e di politiche di bilancio per rilanciare investimenti e crescita. Così, dinanzi alla sconfitta subita dalla causa europea con l’esito del referendum inglese, Mario Draghi mostra di ritrovarsi nelle parole di Altiero Spinelli. “Nessuna sconfitta deve lasciare nell’animo degli sconfitti una sorta di rancore contro la realtà. … Il valore di un’idea prima ancora che dal suo successo finale è dimostrato dalla sua capacità di risorgere dalle proprie sconfitte”. Di risorgere, di andare avanti con quella fermezza, combattività e finezza d’ingegno di cui dà prova Mario Draghi.

(Sintesi dell’intervento del Sen. Giorgio Napolitano per il conferimento del Premio Internazionale ”Alcide De Gasperi – Costruttori d’Europa” al Presidente della BCE Mario Draghi. Trento, 13 settembre 2015)

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