Da Accozzaglia a Zagrebelsky, vocabolario brutto della campagna referendaria

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Dalla A alla Z, tutta la campagna referendaria in 21 parole da ricordare

La campagna referendaria sulla riforma costituzionale è stata lunga e travagliata. In mesi e mesi di confronti tra le due opposte fazione è successo di tutto. Questo è solo un distillato di 21 parole. Speriamo che basti.

ACCOZZAGLIA – Termine con cui Renzi definì l’insieme dei vari sostenitori del No, la qual cosa indignò profondamente i diretti interessati. “Accozzaglia noi? Accozzaglia tu, piuttosto, che stai con Verdini ecc ecc”, dissero in coro. L’onomatopea non aiuta: ac-cozza-glia, suona male. Evoca ciurme ubriache, bar di Caracas e bestemmioni. E’ un buon esempio di come una definizione può essere orrenda e però veritiera. Spiega infatti il Sabatini-Coletti che accozzaglia significa “insieme disordinato o disparato di persone o di cose”, con una sfumatura evidentemente negativa. Troppo negativa. Facciamo così: non si usi più, ci sono tanti altri modi per graffiare.

BRUSSELLESI – Sono i mitici “Studi” cui tornerà Massimo D’Alema dopo la tignosa battaglia noista. Non sarà, come quello di Giacomo Leopardi, “uno studio matto e disperatissimo” e tuttavia la prospettiva del chinarsi sui libri nelle brume della capitale belga, dove resiste la roccaforte della Feps (la fondazione del socialismo europeo), ha un sapore di dolce crepuscolo cui D’Alema ha diritto. Sempre che tenga fede alla promessa. Perché se vince il No magari l’ex capo dei Ds vorrà tornare ai più prosaici “studi romani”, con tanto di inossidabili alambicchi sul suo personale tavolo della tattica politica, pronto ancora una volta a prospettare piani e macchinazioni come ai bei tempi.

CIRIACO – Ha fatto i suoi “ragionamendi” in grande spolvero in diretta tv dinanzi a un Renzi un po’ discolo che saranno piaciuti ai cultori della politica-politica; e De Mita è staciriaco_de_mita_informaleto proprio com’era De Mita – da San Ginesio a Lavarone -, una cornice dorata intorno allo specchio del tempo che passa, uno sprazzo di antico nel cielo di oggi. Come quei vecchi numeri 10 che non hanno bisogno di correre, piedi buoni e gran tocco di palla ma che più di 5 minuti non reggono. Però, tutto sommato, poteva andare peggio, Cirì.   

DI BATTISTA IN TOUR – Momento Easy rider della campagna elettorale, Dibba on the road un po’ Peter Fonda un po’ Carlo Verdone. Abbastanza gente – ma non folle oceaniche – ad applaudire il centauro che vuole diventare ministro degli Esteri, e lui sempre lì a spiegare la rava e la fava: comunque si vede che il personaggio è abbastanza fighetto, anche se già un pochino troppo dongiovanni di borgata. Siamo lontani anni luce dallo Tsunami tour del maestro Grillo che almeno è un comico di professione e le platee le riempie davvero. In questa campagna comunque meglio Dibba dell’azzimatissimo Di Maio.

La conferenza stampa del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, per la presentazione della sua candidatura alle primarie del PD per l'elezione a presidente della Ragione Campania, 24 novembre 2014. ANSA / CIRO FUSCOENZO –  Lo mettono in croce, ma è anche vero che sulla croce ci sale da solo troppo spesso e volentieri. Sembra che lo faccia apposta, De Luca. Gli piace troppo fare il personaggio, o il personaggetto. Ha creato i presupposti per cui ogni cosa che dice diventa un casino. E quindi se incita i suoi a  portare voti viene sospettato di mafia (dall’Antimafia!). Certo, quel “fai il cazzo che vuoi ma porta 4000 voti” non è esattamente british: ma siamo sicuri che in Emilia o in Lombardia o dovunque in Italia non si adoperino gli stessi concetti?

FUORI FUORI – Eh già, il tifo da stadio è il tifo da stadio, anche se targato Leopolda. Un coro, si alzò a Firenze, o un gruppetto? Nel giornalismo, ahimé, la domanda è irrilevante (era un gruppetto-ndr) e quindi alla fine quello che conta è che si è visto in diretta streaming che il renzismo duro e puro non sopporta più il bersanismo. Che cordialmente ricambia, peraltro. Momento non esattamente esaltante, diciamo, quello del piccolo ma rumoroso coro, più simile al rumore di piatti tirati in testa che a un discorso politico razionale. Accade anche nelle migliori famiglie.

GROS COALISCION – Gli capita ancora di sbagliare le formule, a Silvione, in un miscuglio tra tedesco sgrammaticato e inglese maccheronico. Vabbè, comunque il senso è chiaro: il capo di una Forza Italia derelitta sogna una grande coalizione per tagliare le unghie a Grillo e Salvini e poter continuare a fare il comodo suo (nel senso delle sue aziende). Visione di un ottuagenario che vorrebbe tirarsi su la coperta sulle gambe mentre dondola ascoltando vecchi brani melodici, ma forse anche un disegno politico non privo di una sua logica. Logica che presso altri ambienti politico-giornalistici diventa un piano politico – l’immarcescibile governo tecnico che come Moby Dick riaffiora ogni tanto, sbuffando fra le onde.

HILLARY – Piomba la grande caduta democratica nel bel mezzo della campagna referendaria con effetto altamente depressivo per i siisti e determinando un corrispondente effetto-Viagra petrumpclinton2r i salviniani. No, Hillary, questa non ce la dovevi fare: far vincere Trump a 25 giorni dal referendum è uno scherzo peggiore di quello di Orson Welles che annuncia i marziani, e tuo marito, uno che di scherzi pesanti se ne intendeva, non lo avrebbe mai fatto. Per gli americani una notte buia e tempestosa, quella dell’8 novembre. E anche per noi?

 ITALICUM – La prima grande vittima dello scontro referendario, l’agnello che Renzi sacrificò in un verbalino firmato dal figliol prodigo Gianni Cuperlo, l’eterna illusione di una legge elettorale simil-europea, tutto questo che svanisce in un puf e che, dopo, lascerà il campo a qualcosa di nuovo anzi d’antico: il proporzionale. Se vince il No, almeno. Eppure doveva essere la legge più bella d’Europa: ma se può cambiare persino la Costituzione più bella del mondo, allora poche lacrime saranno versate sul sepolcro dell’Italicum

LA7 – Lesta come il suo direttore del Tg, la tv di Urbano Cairo si è gettata sul referendum come un coyote su una carcassa, come Lebron James sul canestro, come Rocco Schiavone sullo spinello. Agile e astuta l’orchestra diretta da Enrico Mentana ha suonato vertiginosi crescendo – e molti dicono a favore del No. Posizionamento editoriale comunque coraggioso, di parte eppure professionale, fra crozzismi e piazzapulitismi e florisismi e maratone e talk a tutte le ore, TeleNo ha fatto il massimo.

MARINO – Ci sono pochi casi al mondo di un tour politico annunciato e mai realizzato: quello di Ignazio Marino dà da pensare. “Girerò l’Italia per il No”. Avrà al massimo girato l’angolo dietro casa sua. Un inabissamento provocato da nessuno se non da lui medesimo, forse l’ultimo, hai visto mai.

NORD – Nel senso di Lega, un partito nato al Nord e che al Nord è rimasto (proprio non ce salvini_romastore_1la fa a andare a sud di Firenze). I suoi uomini non hanno capito benissimo su cosa si voterà, hanno fiutato – Salvini fiuta, non sa – che è meglio dire No a prescindere, e già che ci siamo buttiamoci dentro un po’ tutto, dalla legge Fornero (che c’entra?) al sangue infetto (che c’entra?) agli immigrati (che c’entra?), al leggendario “mandiamo a casa Renzi” (questo, ammettiamolo, c’entra). Eccitato da Trump (che c’entra?) Matteo bis ha fatto una campagna strana, confusa, malmostosa: più rutti che idee.

ONIDA – Come quegli avventori al luna park che sparacchiano colpi per far scoppiare i palloncini e non c’azzeccano mai, il professor Onida (Emerito, of course) tentò a più riprese di far saltare il referendum. Le sue cartucce a salve furono i famosi ricorsi, puntualmente bocciati da chi di dovere: è la storia toccante di uno che stava in qualunque commissione di saggi finito a sbagliare le misure. Combatté, Onida, fino a quando nel luna park non spensero le luci.

PUPPATO – La senatrice del Pd è stata al centro di una strana polemica con l’Anpi che, a suo dire, non gli rinnova la tessera perché fa campagna per il Sì. Smentite, accuse reciproche, discussioni. L’Anpi non è mai stata così polemicamente attiva, almeno dall’8 settembre del 1943. Era necessario che entrasse nella tenzone referendaria con questa aggressività? Non era meglio difendere la sua storica attitudine ad essere la casa di tutti gli antifascisti? E fategliela, la tessera, alla Puppato, su. Anche se vota Sì non è diventata fascista, converrete.

QUOTIDIANO (FATTO) – Senza ironia, il giornale di Travaglio è diventato sul serio il giornale-partito che mancava al partito degli Arrabbiati. Abilissimo nel mescolare vero e falso, passione e ragione, inchiesta e origliamento, alto e basso, samaxresdefaultlotto e retrobottega, chef a cinque stelle e panini imbottiti, Robespierre e Martufello, Marcolino nostro è diventato una star. Degradare l’Illuminismo al gioco del tresette è stata un’operazione che ha una sua imponenza, seppure all’incontrario. Che poi nelle oscure stanze del giornalone della casta degli Arrabbiati ci siano persone perbene e anche chi vorrebbe una maggiore attitudine a fare i conti con la realtà è fuor di discussione. Ed è un bel travaglio anche questo.

RENATO – Eccone un altro a cui il No ha dato alla testa e che sparge odio tutto attorno. Persino a casa sua, se è vero che la moglie di Brunetta, Tommasa (Titti) Giovannoni, respirata quell’aria mefitica si diede a twittare improperi e cattiverie sotto il falso nome di Beatrice Di Maio, una hater, si dice, una che non ha niente da fare, si dovrebbe dire.

SCROFA – Per la precisione “scrofa ferita”, disse Grillo in uno dei momenti in cui la fronte gli scottava più del solito, il battito accelerava, il sudore colava. Quella “scrofa ferita di Renzi!”. Ma sì, un maiale colpito da qualche coltellaccio dei macellai del No pronti a raccogliere il sangue denso color granata, una scena che nemmeno Caldwell o Steinbeck, quel porco del presidente del Consiglio, sì, voglio schiumare tutta la rabbia che ho in corpo, tanto non ho niente di meglio da fare stasera, non me la posso nemmeno più prendere con Virginia, che quella non mi si fila. Dagli al maiale dunque!

TROLL – (Anche questo articolo verrà sbeffeggiato dalla mille Beatrice Di Maio del web, che palle).

ULTIMO TRENO – Adesso o mai più: funzionerà il messaggio drammatizzante di Renzi? Già, il 4 dicembre – dice lui – è l’ultimo treno per le riforme. Quello di tanti film – L’ultimo treno per Yuma, L’ultimo metro – con lui, o lei, che corre per afferrare la maniglia e saltare su verso la vita (altro titolo), un’immagine un po’ angosciante: chi non ha mai sognato di perdere il treno? Il freudismo del premier è un’arma sottile, non sai mai se l’effetto ansiogeno che genera è superiore allo sprone che si vuole infondere. E se fosse l’ultimo treno per il suo governo?

VENEZUELA – Altro numero renziano tante volte giocato nei suoi comizi. Il soggetto e la sceneggiaugusto-pinochet-3atura sono di Luigi Di Maio, sopraffino autore di non-sense, un  moderno Achille Campanile inventore della celebre storiella del Pinochet venezuelano. Assist per il premier: “Il Cile è quello lungo – dice alle platee – il Venezuela è quello su in alto”.

ZAGREBELSKY – Andò da Mentana, il Costituzionalista, contro Renzi, a giocarsi la sua sapienza giuridica contro il Politico, e ne tornò lievemente stralunato (al punto di beccarsi l’imitazione-parodia di Crozza), lui, mite come solo gli intellettuali torinesi sanno essere, cultore della regola e amante della logica, eppure sopraffatto dalla sua stessa partigianeria (calma, Anpi, non stiamo parlando di te). Eppure, il Costituzionalista, infine ritrattosi dalla pugna, resterà come un protagonista malgrado la stanchezza e la ritirata strategica. E – come ha detto Enrico Bertolino – Zagrebelsky non sarà più preso per il centravanti della Fiorentina.

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