Vedere il mondo con Berlinguer

Berlinguer
Enrico_Berlinguer

Quella di Berlinguer non fu una ritirata dalla prova del governo ma una semina che avrebbe dovuto germogliare

F orse l’intervento serio e ricco di de Giovanni su Berlinguer si può riassumere così. Personalità dall’impatto straordinario sull’Italia del tempo anche in ragione del tratto umano raro e di una probità riconosciuta. Reagì quanto e più di altri agli attacchi che minarono tenuta e ordinamento della Repubblica. Rimase per la vita compreso dentro lo spirito del ’17 sovietico, in questa appartenenza più convinto di Togliatti. Guidò, dunque, una politica che i fatti hanno travolto sul piano della storia e sconfitto nella cronaca coltivando la suggestione di una crisi fatale del capitalismo negli anni della sua mutazione radicale e vincente. Provò a innervare quella critica di spunti, ma confinandosi sempre nel perimetro di una società altra. Alla fine quell’impianto lo spinse alla frattura tra diversità comunista e il resto anticipando, seppure non volendo, una fine dei partiti seguente di poco il suo martirio padovano. Da lì l’epilogo. L’ultimo capo dei comunisti perde la sfida. E con lui non si chiude solo quella stagione ma una cultura. Ne deriva uno spunto sul dopo. Nessuno che di quella identità abbia condiviso parte o il tutto poteva o potrebbe originare un nuovo inizio. Serviva e tuttora serve un’altra generazione, del tutto estranea a quella parabola. Forse proprio quanto si affaccia oggi e che un tempo medio chiarirà nel suo valore. Più o meno mi pare un sunto onesto di quello scritto per il quale è giusto ringraziare l’autore. Ma che anche per rispetto credo meriti un confronto schietto. Se ricordo bene su questo giornale Fortebraccio lo congedò secco: «È stato un uomo politico. Vi pare una banalità?». Non lo era. Al punto che parte della sua vitalità viene da quella contraddizione, l’idea di una prima Repubblica con personalità slegate dal destino dei loro partiti mentre oggi leader assai meno autorevoli assurgono e crollano col proprio movimento. Però fa differenza. Perché nessuno a San Giovanni pensava che morto lui finiva il Pci. E lo stesso per Moro sei anni prima. Ha importanza? Direi di sì, perché in passato la politica ha dovuto affrontare scelte difficili. Per dire la torsione dei comunisti su Badoglio. O l’astensione di Berlinguer in quel 16 marzo che avvia il declino della sua scommessa. È che la differenza col dopo sta appunto in questo, nella forza dei partiti. Ora, in parte almeno, la crisi della nostra democrazia viene dalla precarietà trentennale dei soggetti. Credo che a confrontare la scheda per la Camera dell’87 con quella del ’94, quota proporzionale, non un simbolo della prima si trovi nell’altra. Di norma cose che accadono dopo una rivoluzione, una guerra civile, il varo di una costituzione. Nel caso nostro, grazie a dio, nulla del genere. “Semplicemente” l’esaurirsi di un ciclo storico col suo modello di sviluppo e compromesso politico e sociale, cioè tutto. E a cornice, o detonatore, l’incalzare sdoganato dei giudici così da accelerare l’espianto della metastasi.

***

Ma torniamo all’uomo che non è mai stato premier o ministro o presidente di alcunché. E qualcosa vorrà dire se ragioniamo della nozione di potere. Tuttavia non riusciamo a parlarne come figura declinata al passato. Non c’entra la nostalgia. Non avrebbe senso perché de Giovanni richiama un dato giusto seppure scontato. Certo che il comunismo ha perso malamente e hanno vinto altri. Ma dopo il 1980 il capo del Pci è alla testa di un partito al crepuscolo. Lo è per quanto detto. Perché ha ragione chi scrive che Berlinguer non ha avuto due strategie, compromesso storico e alternativa, ma una solamente declinata in modo diverso a inizio e fine del decennio che lo vide in prima fila. Ha avuto una sola politica e un solo interlocutore caduto sotto i colpi del brigatismo. Insieme a Moro ha coltivato un progetto generoso ma destinato a mancare il traguardo, ricollocare il comunismo italiano come forza europeista e leale all’atlantismo, allo stesso tempo rendendolo più prossimo a una responsabilità di governo. E non c’è dubbio che dopo il ’48 la politica di Berlinguer come non mai e non più ha accostato i comunisti al governo del Paese. Senza Moro quella impalcatura veniva meno e il capo dei comunisti ne era cosciente. Insomma nel crocevia dell’84, la sua politica era già stata colpita anche perché il contrattacco della destra e un logoramento innato nello stare “in mezzo al guado” avevano reso la strada impraticabile. Si torna al preambolo di Donat Cattin, si consuma la rottura coi socialisti – i fischi di Verona precedono di mesi il palco di Padova – e si esauriscono centralità comunista e nerbo del sistema politico. Da lì grandinerà con l’esplosione del debito pubblico, prologo al collasso del ’92.

***

E allora serve guardare più a fondo e forse altrove. Perché non è neanche solo la «diversità» che può spiegare l’immagine dell’uomo proiettata nel presente. In fondo quella distanza è un tratto del nostro discorso pubblico e lo si coglie nel congedo di Repubblica. Titolò il giornale di Scalfari, «Straniero in patria», quasi che per esaltare chi aveva incarnato la moralità repubblicana fosse dovuto un commiato dalle radici. Paradosso certo, ma anche il segno di una deriva dalla quale tutto sommato non ci siamo ancora salvati. Quindi? Cosa spiega l’interesse per una pagina voltata e una biografia confinata in un tempo circoscritto? Del tratto umano si è detto. Pesò ma non al punto da spiegare tutto. Anche se quello scambio con Minoli – cosa vorrebbe si dicesse di lei? Che sono rimasto fedele agli ideali della mia gioventù – registrato l’anno che precede il popolo a San Giovanni suona profetico. Mi chiedo però se non conti un aspetto meno presente in de Giovanni e che riguarda, al contempo, l’ultimo Berlinguer, la sua presa sulla dirigenza comunista e soprattutto la critica di alcuni che ne hanno discusso l’eredità.

***

Mettiamola così. Parecchi della mia generazione scelsero la parte dove stare non “quando” c’era Berlinguer, ma “perché” c’era Berlinguer. E lo fecero a fronte di una difficoltà già intuibile della sua strategia. Un’evidenza che si manifestò – anche se questo al tempo lo ignoravamo – nella direzione del Pci, come ha narrato Tortorella nel docu-film di Veltroni. Alla vigilia della campagna elettorale che non poté concludere quell’organismo aveva espresso riserve sulla linea scelta e il segretario si era impegnato a riprendere il confronto a urne chiuse. La crisi di rotta, però, era anche nelle cose. Craxi aveva sciolto ogni ormeggio: mai al carro di una sinistra dai rapporti di forza squilibrati. La via per lui era capitalizzare la percentuale socialista dentro il patto di governo con la Dc e farsi arbitro in una versione adattata del centrosinistra. È vero, è anche l’uomo che anticipa il capitolo della grande riforma istituzionale, ma è arduo negare che la rottura coi comunisti rispondesse in primo luogo a una vocazione al potere. Della Dc e del preambolo si è accennato. Insomma, dopo l’80 il leader dei comunisti italiani è dinanzi a una questione drammatica. Lui è alla guida di una forza che raccoglie ancora poco meno di un terzo dei voti, ma per la prima volta da quando ne ha assunto la guida è senza risposta la domanda su dove collocare e spendere quel patrimonio, con i democristiani a rinnegare il lascito moroteo e i socialisti a erigere mura scavando fossati. A quel punto la risposta, o una delle risposte di Berlinguer, fu alzare lo sguardo sulla realtà anche rompendo alcune continuità del pensiero. Fu solo la questione morale? No, vi fu quello ma anche altro. Furono i legami con quanto si agitava sulla china dei movimenti. La pace. L’ambiente con una nuova agenda. I diritti civili in una scia che parte da prima, ma lì cerca un primo legame con l’economia. Il pensiero delle donne o la stessa curiosità verso un tempo di conversioni che lo induce a provocare una platea di ragazzi sull’idea di un convegno dove battezzare il futuro. Lo so, mentre tutto questo si accavallava tra spiriti e piazze, nelle università statunitensi si mettevano a punto curve di Laffer e i modelli matematici destinati a plasmare l’economia finanziarizzata dei tre decenni a seguire. Lo si avvertiva e i comunisti non erano proprio accecati. Ricordo a metà del decennio di avere ascoltato da Reichlin, mica da altri, la formula scolpita dell’economia di carta cannibale di quella reale. Poi, certo che la stessa parabola dell’austerità faceva a pugni con la rivoluzione tecnologica che avrebbe descritto l’antropologia di chi allora nasceva. Ma resta l’intuizione che fu tale. Guardare a filoni che avrebbero comunque – come poi è stato – condizionato il destino della sinistra.

***

Per molti non si trattò di una ritirata dalla prova del governo. Venne letta piuttosto come la semina che avrebbe dovuto germogliare. Esattamente ciò che non accadde. Ma qui è la ragione che ha reso ingiusta la chiave postuma di un capo sconfitto e ripiegato in una ridotta moralista. L’uomo perbene e sofferto ma scavalcato dall’irruenza di un tempo che egli non avrebbe avuto la capacità di comprendere e, dunque, condannato nello scorcio finale della vita a girovagare lungo le corsie di un labirinto dalle pareti alte e senza sbocco. Non era un labirinto, penso. E non era senza sbocco se vale l’idea che coltivare una visione non vuol dire ridursi a visionario. Sarebbe toccato a chi è venuto poi, e al fondo a ciascuno di noi, trovare parole e rotta per proseguire il viaggio. Invece ci si fermò. Colpevolmente ci si fermò. Lasciando che in quel gomito della storia altri vocaboli e obiettivi finissero coll’imporsi. Purtroppo molto meno ambiziosi. Talvolta con quel bagaglio alleggerito si è stati pure capaci di vincere lasciando però parecchi orfani non già di un Capo, ma di un senso. E anche questo non fu poco.

***

Tutto qui, con una sola coda. L’analisi acuta di de Giovanni si chiude con un cenno serio. Egli dice che solo una generazione nuova può rifondare una sinistra del tutto affrancata dalle scie di una storia archiviata e si chiede se il nuovo per definizione – la guida attuale di Pd e governo – sia l’occasione per completare la ricerca. Ha ragione a dire che sarà il tempo a rispondere. Ma una nota, credo, si può aggiungere e su questa chiudere. Io non tifo per il rovescio del governo Renzi. Se lo facessi avverserei la mia parte e il mio partito. Vedo il buono e vedo anche limiti ed errori, o scelte che a me paiono tali. Del nuovo potere mi impressiona la gergalità. La propaganda che scorge nella critica il volano del sabotaggio. Mi spaventa il manicheismo che scinde tra l’euforia e il dubbio. E molto mi fa riflettere la tendenza infantile a banalizzare il discorso pubblico nella sola logica del messaggio più in grado di stregare. Matteo Renzi ha conquistato il Pd e il governo sull’onda di una rincorsa inarrestabile e grazie al terreno fertile che gli si è schiuso davanti. Oggi fa i conti con responsabilità enormi com’è risollevare un Paese colpito nei fondamenti etici, economici, della fiducia. Lo fa con l’energia che gli è propria, ma senza un partito alle spalle come da poco gli ha rimproverato Galli della Loggia. Anzi, lo fa avendo lasciato che quel partito in pochi mesi e in troppe situazioni proseguisse uno sfinimento, a partire dal collasso eclatante della capitale. Allora se valgono le osservazioni svolte su quel lontano leader, il punto di caduta è qui, nella forza indiscutibile di un potere che oggi appare però privo di un disegno in grado di organizzare e consolidare il soggetto che lo dovrebbe sorreggere. Nella difficoltà di questa nuova classe dirigente a colmare il vuoto, anche culturale e di progetto, lasciato da chi li ha preceduti, restituendo il valore di un’appartenenza che non può ridursi a un programma di governo e meno che mai a una trionfante, o meno che sia, legge di Stabilità. È perfido il Crozza mascherato da Verdini quando simula il taxi del trasformismo all’epoca del tweet. Ma più perfida sarebbe la rinuncia, magari inconsapevole, ad affrontare “il tema” che questo tempo ci consegna: immaginare l’Italia e l’Europa dopo la Grande Crisi e immaginare un senso per questa nuova storia. Se la sinistra dentro il Partito democratico ha un’idea di sé e qualcosa da dire riparta da qui. E facciamolo per bene, con toni e parole giuste che tanto tutto il resto è streaming.

Vedi anche

Altri articoli