Cruyff, il calcio totale come visione del mondo

Calcio
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La grande squadra arancione, nessuno come lei

Nella grande Olanda calcistica degli anni Settanta si riassume il paradosso dell’egualitarismo inteso come estremizzazione-degenerazione del concetto di uguaglianza: tutti avanti e tutti indietro – questa era la tattica – che alludeva ad un livellamento degli Undici. Se tutti sono in in grado di difendere, costruire e attaccare, allora sono tutti uguali. Però non era così. Johan Cruyff non era uguale agli altri. Johan Cruyff era un genio, gli altri erano bravi, alcuni super-bravi: lo “scudiero” Neeskens, l’estroso Rensebrink, il talentuoso Krol su tutti.

Cruyff dava quel tocco di genialità che faceva di una grande orchestra un’esperienza sublime di calcio. Come giocava quell’Olanda, nessuno prima e nessuno dopo (anche se il Barcellona – dove non a caso giocarono da “vecchietti” proprio Cruyff e Neeskens – a più riprese nella sua storia ha evocato e evoca qualcosa di quel modo di interpretare il calcio) riuscì e riuscirà a fare.

Tutti avanti e tutti indietro era possibile con super-allenamenti che alla lunga incisero sul rendimento dei Nostri.

Ma gli automatismi, gli inserimenti, la tattica del fuorigioco, roba che oggi è normale, quarant’anni fa erano elementi rivoluzionari: pensate che voleva dire trovare un terzino sotto la porta avversaria in un’epoca in cui non andava mai oltre la linea del centrocampo. E le punte avversarie impazzivano per quel maledetto fuorigioco, per la ragnatela di passaggi stretti, per il dribbling fulminante di uno dei suoi assi, Cruyff su tutti.

Il calcio totale fu anche un’esperienza di vita, una visione del mondo. Non si poteva così impunemente sovvertire regole consolidate senza avere un animo ribelle, un comportamento da gruppo punk descamisado, un che di irriverente e antiautoritario (Crujff ammonito che non si volta per mostrare il numero di maglia ma ostenta quello cucito sui pantaloncini, e l’arbitro che insiste e lui che tiene il punto: guardalo qui il numero, arbitro), le mogli portate in ritiro, i capelli lunghi e non curati, i dribbling caracollanti di Rensebrink a sfottere il difensore avversario, i tiri da 40 metri di Van Hanegem e Haan – chiedere a Zoff, che non vide la botta in una maledetta semifinale mondiale. Persino perdere due finali mondiali di fila (nel ’74 contro una Germania militaresca, gelida e feroce e nel’ 78 contro un’Argentina selvaggia, cattiva e ubriacante) pare un lusso che solo dei grandissimi bohémien del calcio possono permettersi.

Cruyff era il cantore di tutto questo, il Rousseau di quella rivoluzione, una sorta di sessantottino che cambiò la storia di come si gioca a pallone. Il più grande calciatore europeo, poche storie.

 

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