Crisi della rappresentatività: una sfida da vincere col confronto

Dal giornale
Il presidente della Commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano, durante la presentazione del rapporto "Il bilancio del sistema previdenziale italiano" presso la sala della Regina alla Camera dei Deputati, Roma, 15 aprile 2015. 
ANSA/ANGELO CARCONI

Damiano: “la soluzione è quella di proporre una prospettiva di riforma generale per un nuovo dialogo sociale di stile europeo”

Nessuno statistico serio confronterebbe i dati di chiusura del tesseramento al 31 dicembre 2014 con quelli al 31 luglio 2015, con la pretesa di trarne valutazioni convincenti e conclusive: nel caso della Cgil è purtroppo accaduto e la notizia sparata sui giornali è stata quella di un calo di oltre 700.000 iscritti. Come è evidente, siamo di fronte all’ennesima bufala mediatica, anche se il dato evidenzia che, probabilmente, nei restanti 5 mesi dell’anno questa perdita non potrà essere completamente recuperata, come peraltro è già rilevato da alcuni dirigenti. Un problema indubbiamente esiste, ma va collocato nella sua giusta dimensione quantitativa e nella sua proiezione temporale.
Il fenomeno del calo degli iscritti tra i lavoratori attivi e del sorpasso dei pensionati va ricondotto all’inizio degli anni ‘80. Per un ex metalmeccanico della Fiom come il sottoscritto, l’evento simbolico è rappresentato dalla sconfitta del sindacato ai cancelli della Fiat nell’autunno del 1980. Si apriva il ciclo del liberismo e della centralità del mercato. Mirafiori, al massimo della sua forza produttiva, contava 60.000 dipendenti: oggi, ne conta circa 12.000. La scomparsa dei grandi gruppi industriali è anche la causa del declino organizzativo del sindacato, al quale si accompagna la delocalizzazione produttiva e la nascita di un mercato del lavoro parallelo costituito da un precariato giovanile difficilmente sindacalizzabile. Altro evento simbolico è stato il sorpasso negli iscritti Cgil del commercio e della funzione pubblica nei confronti della Fiom: un dato inimmaginabile anni fa. È da questa mutazione socio-anagrafica che bisogna partire per affrontare una corretta lettura della crisi della rappresentatività. La crisi non va negata, ma evitiamo di “buttarla in vacca”. Fermandoci al tema sindacale, la soluzione non è quella di abolire la concertazione ed i corpi intermedi, come pare voglia fare Renzi, ma di proporre una prospettiva di riforma generale per un nuovo dialogo sociale di stile europeo. Governo e Parlamento aprano un confronto con le parti sociali per offrire una soluzione di sistema e non episodica e confusa. Non si parte da zero: sulla rappresentatività esiste l’accordo interconfederale che ha già trovato una traduzione legislativa “di sostegno” in un disegno di legge del Pd. I criteri sono semplici: il 5% di rappresentatività desunta dal mix tra iscritti certificati e voti conseguiti nelle elezioni aziendali dà il diritto a contrattare; il 50% più uno, a concludere un accordo. Da questi criteri si può ricavare un miglioramento della attuale legislazione sul diritto di sciopero nei soli servizi pubblici essenziali: ad esempio, fissando una soglia del 30% per poter indire uno sciopero nella categoria.
Sul modello contrattuale occorre favorire il confronto tra le parti sociali: il contratto nazionale deve restare come punto di riferimento per fissare gli standard salariali e normativi; la contrattazione decentrata deve avere voce in capitolo sul salario di produttività e l’organizzazione del lavoro. Ma si deve superare la possibilità di derogare dalle leggi e dai contratti nazionali: una norma voluta dal centrodestra che porta inevitabilmente verso logiche di dumping sociale. Infine, occorre adeguarsi all’Europa sulla partecipazione: nelle grandi imprese va prevista la presenza nel consiglio di amministrazione di un rappresentante eletto dai lavoratori. Apriamo un confronto vero ed accettiamo tutti la sfida.

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