Costruire un pollaio? Impresa al limite delle possibilità

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agricoltura

Nuovi insediamenti andrebbero incentivati piuttosto che scoraggiati.

La legislazione italiana cerca di mettere un freno al consumo di suolo del Bel Paese. La Camera dei Deputati ha approvato una legge e ora la palla passa al Senato. L’obiettivo è s e n z’altro pregevole, purché non si traduca né n el l’immobilismo né in una nuova serie di vincoli burocratici di ogni genere. Viene indicato come la nuova frontiera della crescita urbana il riuso, sia di complessi edilizi ormai da rifare, sia di aree dismesse per varie ragioni. E si cerca di tutelare le aree agricole esistenti. Ok , ma con un paio di note a margine.

Mentre l’urbanizzazione si mangia soprattutto zone limitrofe alle aree urbane esistenti c’è un altro fenomeno che riduce le aree agricole. L’abbandono, soprattutto nelle zone collinari e di montagna. Con il paradosso che mentre crescono le aree cementificate aumentano da ormai molti anni anche i boschi. Una sorta di rinaturalizzazione da “a b b a n d o n o” che non è di per sé un risultato positivo. Vengono a mancare presidi umani fondamentali e la causa è la fine d el l’agricoltura di sussistenza, i redditi tropo bassi e le mille imposizioni e vincoli che hanno trasformato l’agricoltore in un burocrate riempicarte.

Anche realizzare un pollaio è diventata un’impresa a cui è meglio rinunciare. Nuovi insediamenti andrebbero incentivati piuttosto che scoraggiati. Se invece ci rivolgiamo alle città ci sono due risorse fondamentali, che possono sostituire il consumo di territorio. L’altezza e la profondità. Aumentare il numero dei piani, realizzare veri edifici tecnologicamente avanzati come sono i moderni grattacieli aumenta la densità della popolazione, migliora l’efficienza energetica e riduce il consumo di suolo. Milano docet. E poi spostare nel sottosuolo tutte le funzioni poco nobili, a cominciare dai parcheggi , ma anche reti di trasporto pubblico e privato, che ostruiscono gli spazi all’aria aperta. W i tunnel

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