Costituzione, tutte le storture da rimuovere per renderla la più bella del mondo

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L’accanimento con cui la riforma viene combattuta da molti luminari delle scienze giuridiche e da un frammentato fronte politico unito solo sul no induce ad una riflessione sulla staticità della società italiana e dei suoi assetti culturali e politici

Luglio 1960: avverso le manifestazioni contro il governo Tambroni che si reggeva col voto determinante dei parlamentari della destra neofascista, la polizia interviene con violenza crescente, fino all’eccidio. A Reggio Emilia cinque dimostranti vengono falciati dai mitra della polizia. Un’ondata di sdegno monta in tutta Italia. Interviene la seconda carica dello stato, il presidente del Senato, Cesare Merzagora, che chiede ai dimostranti di sospendere le manifestazioni, ed al governo, di confinare nelle caserme le forze di polizia. I partiti della sinistra e la Cgil aderiscono, ma Tambroni rifiuta. Altri manifestanti vengono uccisi nei giorni successivi , ma la sorte del governo è ormai segnata. Il 19 luglio Tambroni rassegna le dimissioni.

La rievocazione di questa drammatica fase della nostra storia recente serve a rappresentare in modo emblematico quale fu il ruolo del Senato nei decenni successivi alla Liberazione, soprattutto nel lungo periodo della guerra fredda, quando il mondo ed anche l’Italia erano divisi in due, e i tentativi, anche nel nostro paese, di instaurare regimi autoritari in funzione anticomunista, erano ricorrenti. Ebbene, il ruolo del Senato , dove le forze di governo avevano un peso minore, e dove erano presenti eminenti personalità svincolate da appartenenze partitiche, fu quello di stemperare l’acutezza degli scontri che divampavano alla Camera dei deputati, e di garantire che la vita pubblica non uscisse dall’alveo costituzionale.

Il riconoscimento di questo ruolo positivo, non deve però indurci a sottovalutare le discrasie di natura costituzionale che affliggevano gli assetti della democrazia italiana già allora, ma che rimanevano relegati nel sottofondo dalle tensioni internazionali e interne. Oggi esse hanno una rilevanza tale da inceppare in misura crescente il funzionamento delle istituzioni democratiche, fino a minacciarne la paralisi. Questo è l’oggetto della riforma costituzionale ,su cui ad autunno il popolo dovrà pronunciarsi con un referendum, il cui nucleo è costituito proprio da una radicale revisione della struttura e delle funzioni del Senato e quindi dalla abolizione del bicameralismo perfetto.

Questo sistema, per cui esistono due Camere con identici poteri, che devono però essere esercitati in modo congiunto, con i conseguenti rallentamenti e paralisi sia della attività legislativa, sia in sede di conferimento della fiducia ai governi, sia più in generale nelle scelte politiche, è da tempo ripudiato dai costituzionalisti e dalle forze politiche. Però sono trascorsi i lustri e i decenni e nessun progetto di riforma ha mai trovato il consenso degli uni e degli altri, fino al momento attuale, quando una generazione di quarantenni è riuscita a varare la legge costituzionale di riforma sulla quale il popolo a breve dovrà pronunciarsi.
L’accanimento con cui essa viene combattuta da molti luminari delle scienze giuridiche, in sintonia con un frammentato fronte politico unito solo sul no, induce ad una riflessione sulla staticità della società italiana e dei suoi assetti culturali e politici, che chiama in causa, oltre alle disfunzioni del sistema denunciate, anche il tipo di rappresentanza del popolo nelle istituzioni che esso prevede.

Dal 1948, in conseguenza del sistema del bicameralismo perfetto, parecchi milioni di italiani vedono dimezzati i loro diritti politici. La fascia d’età che va dai 18 ai 25 anni, quella che avrebbe più diritto a far sentire la sua voce, non è infatti, per norma costituzionale, ritenuta sufficientemente matura per essere ammessa alle votazioni per la elezione del Senato. Ne deriva che se i deputati, eletti anche con il voto delle fasce giovanili, approvano una legge, il Senato, dal quale esse sono escluse, può tranquillamente bocciarla, senza rimedio.

Ma c’è di più. Altra norma costituzionale prescrive che l’età minima per essere senatori è di 40 anni. La parte più attiva ed acculturata del popolo italiano, è quindi esclusa dal vertice delle istituzioni. La conclusione è che siamo in presenza di un sistema gerontocratico che trova purtroppo la sua radice nella attuale Carta costituzionale, e che opera da quasi 70 anni, permeando di sé la legislazione, la attività di governo, ed il costume stesso del Paese. Questo sistema è tutt’altro che estraneo alla crisi in cui versa l’Italia, ed alla stessa caduta demografica di cui registriamo la accelerazione.

Chi vuole che la nostra sia effettivamente la Costituzione più bella nel mondo, deve operare perché tutte queste storture vengano rimosse. Il prossimo referendum sulla legge costituzionale, che pone fine al bicameralismo perfetto, sarà la sede in cui il popolo sovrano dovrà pronunciarsi, e non solo sul progetto di riforma, ma anche sul futuro del nostro paese, che da questa scelta dipende.

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