Cosine rosse nascono. E già si combattono

Sinistra
Nichi Vendola (S) e Pippo Civati alla presentazione del libro di Teodoro Andreadis Synghellakis dal titolo "Alexis Tsipras. La mia Sinistra", Roma, 28 gennaio 2015.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

A sinistra del Pd è un proliferare di idee ed esperimenti, che però già si stanno distinguendo l’un dall’altro

“Molte fini, un nuovo inizio” è il titolo che Carlo Galli, deputato del Pd e professore di Storia delle dottrine politiche, ha voluto dare alle sue dolenti “Tesi per una sinistra democratica sociale repubblicana” che dovrebbero (forse, chissà) gettare le fondamenta della Cosa rossa (o rosé, o ulivista, o Possibile) alla sinistra del Partito democratico.

Se però si scende dall’empireo della dottrina al mercato vociante della realtà, quel titolo andrebbe capovolto: finisce, seppur tardivamente, una sola cosa – la rendita di posizione della sinistra conservatrice – e molti s’affannano, ciascuno per sé, a far iniziare molte cosine rosse.

Il professor Galli ha illustrato il suo documento nel corso di una cena che doveva rimanere riservata e che invece, come sempre accade, è finita sui giornali: c’erano, tra gli altri, Stefano Fassina (già fuori dal Pd), Alfredo D’Attorre (sull’uscio), Franco Monaco (che ieri ha proposto una «separazione consensuale» dal Pd per poi farci un’alleanza «col trattino»). I commensali si sono lasciati senza sciogliere il dubbio amletico che li attraversa: restare nel Pd o uscirne?

Intanto Nichi Vendola ha riunito ieri quel che rimane di Sel per sferrare, anche lui, il suo attacco all’«impianto berlusconiano del renzismo e al riposizionamento del Pd nell’area del centrodestra». Con juicio, però, perché ci sono le amministrative e, sebbene il renzismo sia «un avversario da battere», sui programmi ci si potrebbe anche accordare, soprattutto se, come a Cagliari, bisogna rieleggere un sindaco di Sel: «Il terreno programmatico è quello decisivo. Voglio capire che idea di città hai».

In attesa che Vendola capisca, Pippo Civati sposa la linea dell’intransigenza: con il Pd mai, né a Roma né in periferia. Reduce dalla clamorosa sconfitta della campagna referendaria “anti-Renzi”, fermatasi a meno di 300.000 firme (per colpa della Fiom e di Sel che non l’hanno appoggiata, sostiene lo stesso Civati), il leader di Possibile si scaglia contro Vendola: «Sui referendum ci siamo divisi. Sul nodo delle amministrative ci sono divergenze. Mi pare ovvio che un progetto unitario sia, ad oggi, difficile. O comunque prematuro». Macché, ribatte Vendola, «non c’è la volontà di non partire ma bisogna capire come partire: altre volte si è partiti male, è stato sbagliato il binario». Che dev’essere – come dargli torto – «un binario vivo e non un binario morto».

Sel, ha spiegato l’ex governatore della Puglia, è «il lievito di una grande sinistra senza cespugli». E perché questo accada bisogna, come sempre si ama dire a sinistra quando non si sa che pesci pigliare, «partire dal basso» e «costruire il nuovo soggetto sul territorio»: dunque – e qui il «basso» è già diventato alticcio – «ora si lavora a nuovi gruppi parlamentari». Il plurale è azzeccato, perché i gruppi, se nasceranno, saranno due: con Vendola andranno (forse) Fassina e D’Attorre, con Civati invece Pastorino (il candidato di Cofferati alla guida della Liguria) e un manipolo di ex grillini. Ciascuno dei due, anche qui secondo le migliori tradizioni della sinistra minoritaria, si formerà in nome dell’unità, e in nome dell’unità combatterà con l’altro per stabilire chi è più unitario.

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