Così sono diventato Bukowski

Teatro
L'attore italiano Alessandro Haber al Festival della Filosofia di Mantova, 12 settembre 2014. ANSA/UFFICIO STAMPA ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

L’attore aprirà il Festival di teatro civile CassinoOff con un reading dedicato allo scrittore che amava le donne e l’alcol, ma soprattutto che non scendeva mai a compromessi

Lo stile è una risposta a tutto. / un nuovo modo di affrontare un giorno noioso o pericoloso / fare una cosa noiosa con stile è meglio che fare una cosa pericolosa senza stile. / fare una cosa pericolosa con stile è ciò che io chiamo arte. / La corrida può essere arte / Boxare può essere arte. / Amare può essere arte. / Aprire una scatola di sardine può essere arte. / Non molti hanno stile. /Non molti possono mantenere lo stile. /Ho visto cani con più stile degli uomini, / Sebbene non molti cani abbiano stile. / I gatti ne hanno in abbondanza. / Quando Hemingway si è fatto saltare le cervella con un fucile, quello era stile. / Alcune persone ti insegnano lo stile. / Giovanna d’Arco aveva stile. / Giovanni il Battista. / Gesù / Socrate. / Cesare. / García Lorca. / In prigione ho conosciuto uomini con stile. / Ho conosciuto più uomini con stile in prigione che fuori di prigione. / Lo stile è una differenza, un modo di fare, un modo di esser fatto. / Sei aironi tranquilli in uno specchio d’acqua, o tu, mentre esci dal bagno nuda senza / vedermi».

Bastano questi pochi versi de Lo stile per capire il mondo di Charles Bukowski, un uomo dall’infanzia non facile che si è sempre portato dietro questa infelicità. Eppure, di uomini come lui non ce ne sono più oggi. Sempre dalla parte dei più deboli, Bukowski ha combattuto contro tutto e tutti, contro le ipocrisie e i perbenismi, contro i soprusi e le guerre. Ha scritto il suo primo libro all’età di 50 anni dopo aver fatto tremila lavori diversi nella vita. Non ha mai accettato compromessi, ha preferito fare il doppio mestiere: scrivere in qualunque momento anche se questo significava sopravvivere, vivere da clochard pur di difendere la sua scrittura, ironica e malinconica. Era il suo modo di affrontare la letteratura. E nonostante tutto, nonostante il fatto che fosse circondato da puttane, cercava l’amore, sentiva il bisogno di avere al suo fianco una donna perbene più che una macchina da scrivere. Agli amici lo diceva spesso: “la cerco, la sento, ma dove sta questa donna? Solo le puttane mi vogliono”. Forse solo negli ultimi anni, con Linda, ha trovato una sua serenità.

Non era amato Bukowski (anche se oggi ha molti fan, soprattutto fra i giovani), perché diceva quello che c’era da dire senza peli sulla lingua. Una rarità. Oggi ci servirebbe uno scrittore, un intellettuale come Bukowski. Siamo tutti dei burattini ormai: spiati, indagati. La sua scrittura è fatta di piccole cose, di visionarietà e modernità, è una scrittura di pancia, cuore, testa e anche della parte bassa del corpo. Ha una sua levità, un senso etico. Bukowski è uno che danza in punta di piedi. Non è mai volgare, ha un’anima leggerissima, lo si capisce scorrendo i suoi versi.

Questa lettura – che venerdì aprirà il Festival di Teatro civile CassinoOFF, diretto dalla giornalista de l’Unità Francesca De Sanctis – è un ritorno alle origini alla sera di tanti anni fa quando, molto prima dello spettacolo di Giorgio Gallione, mi proposero per la prima volta un reading su Bukowski nella città di Parma. Fu Luca Velotti a suggerirmi la lettura di Bukowski. Io conoscevo il personaggio ma non avevo letto molto. Divorai le sue poesie, rapito da quella vita d’alcol e gioco d’azzardo. Al momento di entrare in scena, a Parma, sentii che mi presentavano dicendo «Haber vi sorprenderà», e mi spaventai, anzi mi incazzai, perché tutto sommato si trattava solo di una semplice lettura, come avrei potuto sorprenderli? Ero così arrabbiato che cominciai a intonarmi con le parole di Bukowski, a spezzarle, a interromperle musicalmente e la parola è diventata arte. È successo qualcosa che non avevo previsto, ho rotto le regole della sintassi e il pubblico è andato in delirio. È stata una serata magica. Da allora non mi sono più fermato. Oltre al reading è nato anche uno spettacolo, Haberowski (coordinamento artistico Manuel Bozzi con la mia collaborazione), e così sono diventato Bukowski. Come un camaleonte che si appoggia su un albero e diventa tutt’uno con quell’albero.

Mi succede sempre quando interpreto un personaggio con il quale condivido la passione. Cerco una mia verità e divento quel personaggio lì: è accaduto con Craxi, Mussolini, Freud e con Bukowski. La grande passione che ha salvato loro e li ha resi uomini li accomuna a me e allora è come se calzassi perfettamente una scarpa.

Ho sempre dedicato più tempo alla mia vita di artista che a quella di uomo e forse è un grande difetto. Ma io sto bene sul palcoscenico e sul set, in quei momenti per me la vita è più vera di quella reale. È lì che mi piace vivere e giocare. Forse nella vita ho pagato la mia esuberanza, ma sono uno a cui piace scommettere e sognare, fare quello che vuole senza doppi fini. In questo sono molto simile Bukowski, che venerdì tornerà a trovarci a Cassino. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo. Il suo senso critico mi fa pensare a Pier Paolo Pasolini. Entrambi non sono stati mai seduti su una poltrona comoda. La scomodità è stata la loro vita.

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