Così la scuola diventa digitale. E saprà parlare meglio ai ragazzi

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È stato presentato oggi il piano nazionale, basato sui tre pilastri di formazione, infrastrutture e contenuti

Qual è uno dei compiti più nobili e difficili della scuola? Essere come il Barone Rampante di Calvino: con un piede nel turbinio del mondo esterno e con l’altro piede tra gli alberi dell’educazione e della cultura. Con linguaggio meno fantasioso, diremmo che la scuola è il più grande intermediario culturale e sociale: è l’emanazione dello Stato che coinvolge quotidianamente il numero più alto di persone. Rappresenta il crocevia tra il linguaggio dei ragazzi, quello del mondo esterno e quello codificato nella cultura.

La scuola deve quindi saper comprendere modi e tecniche del linguaggio del mondo e sublimarli. La scuola non deve essere subalterna a ciò che è fuori dalla propria porta, ma non deve neanche esserne ignara.

Internet, gli smartphone, i social network, la rivoluzione digitale hanno sconvolto il modo di comunicare di grandi e piccini. È cambiato un po’ anche il modo di essere, tanto che si parla di “epoca del selfie”, di “vetrinizzazione sociale” dalla più tenera età.

Anni d’incuria nei confronti della scuola hanno prodotto grandi difficoltà rispetto a questo scenario, professori lasciati a se stessi, soprattutto quelli anagraficamente distanti dai nativi digitali che incontrano dietro i banchi, e tante ottime pratiche, diffuse a macchia di leopardo, ma con difficoltà nell’essere messe a sistema.

Era ambizione del Partito democratico intervenire sulla digitalizzazione della scuola. La filosofia è un po’ la stessa della Buona Scuola: non tanto imporre rivoluzione dall’alto o fughe in avanti, ma “normalizzare” la scuola. Metterla in condizione di essere una scuola moderna per un paese moderno, farla uscire dall’emergenza permanente e dall’inadeguatezza. Con la Buona Scuola sono arrivati investimenti ingenti sul personale, che consegnano per sempre al passato l’epoca dei precari per decenni, e un’organizzazione più razionale e pronta.

Oggi, 27 Ottobre, dopo un percorso non sempre facile, presentiamo il Piano nazionale per la Scuola Digitale, uno degli elementi chiave della legge 107/2015. Si tratta di un piano che si snoda su tre livelli: formazione, infrastrutture, contenuti.

Il punto più cruciale e delicato è la formazione: si punta a seguire il docente lungo l’arco di tutta la sua carriera, partendo dalla valorizzazione e armonizzazione delle competenze esistenti. A tale scopo s’istituiranno dei tutor per ogni scuola e dei “campioni digitali” che fungano da cinghia di trasmissione e da supporto ai colleghi.

Per quanto riguarda le infrastrutture, oltre a quanto già previsto nel piano banda ultralarga, la riforma della scuola ha introdotto 30 milioni di euro ogni anno (90 nel 2015) per un piano di digitalizzazione. Ammodernare in un sol colpo infrastrutture colpite da anni di tagli lineari, per di più in un periodo di difficoltà economiche globali, è chiaramente un’impresa che richiede tempo. Ma la buona notizia è che il grande investimento sui contenuti può partire lo stesso sin da subito e snodarsi su livelli multipli.

Per esempio: la creazione di identità digitali di studenti e professori su una piattaforma online; la progressiva abilitazione di contenuti digitali che sostituiscano la carta muovendo dal basso e da reti di scuole; l’introduzione del coding per imparare a essere non solo utilizzatori della tecnologia, ma programmatori.

Infine c’è il grande tema della sicurezza, della prevenzione del cyber-bullismo, della privacy e della tutela di sé. Anche questo passa da una seria e ponderata educazione digitale, non certo da un retrogrado quanto inutile proibizionismo.

In un’economia ormai globale, i nostri ragazzi sono chiamati a uno sforzo epocale e avvincente, che è quello di saper maneggiare gli strumenti con cui competere nel mondo del lavoro, essere responsabili dei contenuti che producono online e saperli usare a fini umanistici, integrando la comunicazione frammentaria e veloce del nostro tempo con la saggezza immortale che si insegna sui banchi di scuola.

Navigare nella superficie rimanendo profondi. Il Barone Rampante della nostra epoca forse sarebbe un nuotatore, che si mantiene a galla su una superficie in costante moto e fa uso di sé, della profondità subacquea per darsi l’impulso. La sfida è questa: alla scuola sta il dovere di raccoglierla.

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