Così la politica sarà costretta a uscire dal Palazzo

Riforme
L'Aula del Senato durante l'esame del Bilancio Interno, Roma, 24 settembre 2014. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Con le riforme del governo ci sarà una riscoperta dell’attività sui territori e l’affermazione definitiva della democrazia dell’alternanza

Il presumibile accordo raggiunto tra maggioranza e minoranza del Pd sulle modifiche condivise al ddl Boschi è una buona notizia. Sarebbe stato folle rompere irrevocabilmente il patto di lealtà dentro il partito per motivazioni e “questioni di merito” di così scarso valore rispetto all’ambizioso e vasto impianto della riforma costituzionale messa in campo. Queste valutazioni poi forse hanno potuto e possono interessare gli addetti ai lavori, qualche costituzionalista ed i militanti dei partiti politici più organizzati.

Però, più è andata avanti questa incredibile dialettica per toni ed esasperazioni, più è risultato chiaro in molti il carattere strumentale dello scontro, che nascondeva invece una probabile lotta di potere, che sembrerebbe esser definitivamente evitata nei confronti del percorso costituzionale. Speriamo che l’ultima direzione appena svolta e le varie votazioni in Senato mettano la pietra tombale su questa brutta fase della discussione all’interno del Partito democratico. La sempre citata, a sproposito, base non ne può più.

Andiamo a vedere ora però i meriti che la conclusione del percorso riformatore possono portare dentro all’asfittico quadro politico italiano. Perché la prima funzione che avrà la concretizzazione di questa riforma sarà proprio la riscoperta della politica. I partiti tutti infatti  – e possiamo aggiungere, finalmente – saranno costretti ad uscire fuori dai palazzi istituzionali e dalle manovre politiciste lì condotte, indirizzandosi per forza di causa maggiore all’interno del corpo sociale italiano.

È in questo luogo riscoperto che dovranno praticare principalmente i ruoli di maggioranza e/o opposizione, grazie anche ad una legge elettorale che condurrà il paese verso una seria e definitiva democrazia dell’alternanza, poiché le istituzioni saranno invece lo spazio politico dell’attuazione efficiente dei programmi politici proposti durante le campagne elettorali e il necessario ambito di mediazione e controllo tra i vari poteri dello Stato (governo, regioni, comuni, elezione del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali, etc.).

I partiti dovranno effettivamente disporsi con un profilo aperto, democratico e trasparente per essere attrattivi e per poter costruire momenti di partecipazione – e quindi così, grazie ad un altro importante tassello come la riforma del finanziamento pubblico, sovvenzionarsi… –  all’interno della società iperconnessa e pragmatica in cui oggi viviamo.

Tutto ciò sarebbe un risultato clamoroso, che è incredibile come venga sottovalutato dal sistema giornalistico-mediatico. Porterebbe infatti alla fine della più che ventennale transizione repubblicana conosciuta anche con il nome di Seconda Repubblica e quindi alla stabilizzazione dell’assetto istituzionale del terzo Stato più grande e importante dell’Europa continentale, membro del G8, cioè tra l’élite delle nazioni più potenti del pianeta. Solo tutto questo varrebbe un’intera legislatura e la carriera di una leadership politica, non dimentichiamone dunque la straordinaria importanza.

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