Così il Labour è perdente

Esteri
DAVOS/SWITZERLAND, 29JAN10 - David Miliband, Secretary of State for Foreign and Commonwealth Affairs of the United Kingdom, speaks during the session 'Rebuilding Peace and Stability in Afghanistan'  in the Congress Centre at the Annual Meeting 2010 of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, January 29, 2010.

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La sfida della globalizzazione e l’analisi politica di David Miliband per il rilancio del Partito Laburista

La politica è in crisi in tutto il mondo, per una serie di ragioni. La più importante di queste è piuttosto semplice. Il processo di globalizzazione – con le intense interconnessioni tra economia, cultura, questioni di sicurezza e ambientali che caratterizzano il mondo moderno – costringe i tradizionali schieramenti di centrodestra e di centrosinistra a ripensare i propri scopi e le proprie strategie. Il fatto di aver lasciato la politica attiva e di vivere e lavorare negli Usa mi offre la possibilità di guardare a questi temi con chiarezza e nella giusta prospettiva.

Per il centrodestra, la sfida è ora conciliare il sostegno alla globalizzazione – in particolare alla libertà di movimento dei capitali e dei commerci – con le concezioni tradizionali di ordine sociale. Da qui deriva la contraddizione tra un orientamento conservatore in campo sociale e un orientamento liberale in campo economico.

Per il centrosinistra, la sfida è come come combinare quel motore di crescita e opportunità che è la globalizzazione con politiche che riducano la disuguaglianza. È vero che questo non è un tema inedito. Dopo tutto, il primo governo Mitterrand in Francia, dal 1981 al 1983, cercò di edificare il socialismo in un solo. Ma fallì.

Il governo successivo, socialista anch’esso, adottò invece misure progressiste cercando di gestire il cambiamento globale, non di sfidarlo. Il Labour britannico negli anni Ottanta visse un’esperienza simile, ma da posizioni non di governo. Proponemmo il ritiro dall’Unione Europea, la nazionalizzazione delle 200 più grandi aziende monopolistiche, il disarmo nucleare unilaterale. Gli elettori nel 1983 respinsero al mittente le nostre proposte. Provammo allora a temperarle, a moderare i loro elementi più stravaganti, e perdemmo ancora nel 1987. E poi ancora nel 1992. Solo dopo che ci convincemmo pienamente che il nostro programma era sia indesiderabile che invotabile riuscimmo a convincere gli elettori a darci nuovamente fiducia.

A partire dal 1997, non fu l’abbandono dei nostri principi, bensì la loro coerente applicazione, che ci consentì di creare il salario minimo nazionale (100 anni dopo che ci eravamo impegnati a farlo). Dato il crollo dei Liberaldemocratici, la posta in gioco è adesso molto alta, non solo per il Labour ma per il Paese. Se sbagliamo adesso, la Gran Bretagna potrebbe diventare una democrazia multipartitica con un solo partito – il partito Conservatore – in grado di conquistare la maggioranza in Parlamento. Potrebbe divenire uno Stato con un unico partito di governo. La scelta è tra due diverse linee politiche di centrosinistra dopo il crac finanziario.

La prima può consistere in qualcosa di simile a quel che è stato il vivace movimento Occupy dopo il 2008, o, più seriamente, a quel che alcuni propongono nell’Europa del sud. La prima scelta è essenzialmente il programma di Syriza del gennaio 2015. Scritto per combattere l’austerity che ha ridotto di quasi la metà il tenore di vita medio, e ha fatto salire la disoccupazione giovanile sopra il 50 per cento, esso promette, sostanzialmente, un atteggiamento di sfida. La tragedia, in Grecia, è che nessun partito è stato capace di lottare contro l’austerity e per le riforme. La tragedia, per la Gran Bretagna e nello specifico per il Labour, sarebbe arrendersi a quel che in realtà è stata la falsa propaganda dei Conservatori negli ultimi cinque anni – vale a dire l’idea che il Paese è sull’orlo di diventare come la Grecia, e che le nostre divisioni politiche riproducono quelle greche. Ma la Gran Bretagna non è la Grecia. Né per il disavanzo e il debito, contrariamente alle affermazioni del governo circa l’eredità ricevuta dall’ultimo governo laburista; né per le scelte politiche che oggi ci stanno di fronte, contrariamente alla richiesta di Jeremy Corbyn che il Labour diventi un movimento anti-austerity sul modello greco. L’alternativa alla linea Syriza/Corbyn deve fondarsi su riforme appassionate, non su una sfida rabbiosa.

Consapevole dei pericoli della disuguaglianza, della perdita di efficacia del settore pubblico, della debolezza della cooperazione politica internazionale in rapporto alle forze economiche in campo, della necessità di cambiamenti istituzionali interni, questa linea alternativa vuole che il Labour partecipi alle prossime elezioni politiche non come un partito di protesta rabbiosa, bensì come un partito riformatore di governo. Il programma Corbyn guarda indietro. Le promesse di nazionalizzazioni, di aumenti del 7 per cento dei contributi sociali per coloro che guadagnano più di 50 mila sterline, e l’ambiguità sul ruolo della Gran Bretagna nell’Ue, sono le stesse idee sbagliate che io stesso professavo quando aderii al Labour nel 1981. Lo schieramento pro-Corbyn dice che non ci sono alternative. Ma l’alternativa c’è.

Queste idee alternative, per esempio, si preoccupano di come affrontare la stagnazione secolare dei salari mediani; di come redistribuire il potere in favore delle città per diffondere la crescita economica; di come costruire un futuro energetico europeo sicuro e poco inquinante; di come far sì che il welfare sia un trampolino efficace per uscire dalla povertà; di come combattere le catastrofi umanitarie nel luogo in cui accadono e prima che diventino crisi migratorie sulle sponde dell’Europa. Io penso che in tutto ciò ci sia non meno ma più idealismo riguardo alla capacità delle persone di unirsi per dar vita a un movimento in grado di cambiare la vita della gente. Questa linea politica cerca di utilizzare il potere statale come una spada, non come un randello. Riconosce che il cambiamento progressivo richiede un grosso sforzo di persuasione, e che proprio per questo è più appagante. Considera l’Europa e la Nato degli alleati piuttosto che dei corpi estranei. Ritiene che gli elettori conservatori possano diventare elettori laburisti.

Prima di tutto, cerca di costruire un partito che sia qualcosa di più di un gruppo di pressione che dalla panchina urla contro i Conservatori che sono in campo e governano. La partecipazione di 600 mila persone all’elezione del leader del Labour rappresenta una mobilitazione significativa. Ma il compito del Labour è riflettere le speranze e conquistare la fiducia di 60 milioni di persone. Conosco per esperienza le sfide e le esigenze che affronta chi si misura in una campagna elettorale per la leadership del Labour, pertanto ho buone ragioni per rispettare l’impegno e l’integrità di tutti i candidati. Sono stato tuttavia colpito fin dall’inizio dalla semplicità di linguaggio, dalla freschezza di pensiero e dal coraggio politico di Liz Kendall e della nuova generazione di politici – Chuka Umunna, Emma Reynolds, Tristram Hunt – che hanno deciso di appoggiarla. Dalla politica industriale al decentramento dei poteri, dall’edilizia abitativa all’istruzione, hanno capito, dalle elezioni del 2010 e del 2015, che non ha alcun senso riportare l’orologio del Labour a prima dell’era Blair. La calunnia secondo la quale essi starebbero semplicemente riproponendo le idee degli anni 90 – o che sono dei Tories mascherati – non diventa vera per il fatto che viene ripetuta di continuo.

Le idee, le aspirazioni e le grandi questioni articolate in questa campagna elettorale – che hanno come oggetto come far sì che il Labour mantenga il suo impegno costituzionale a mettere il potere, la ricchezza e le opportunità nelle mani dei tanti e non dei pochi – non svaniranno. Né svanirà il coraggio che ha caratterizzato il discorso tenuto giovedì da Yvette Cooper. La Cooper ha parlato appassionatamente e efficacemente in favore di una positiva visione riformista e contro i canti di sirena dell’atteggiamento di sfida che ispira la campagna di Corbyn. Non vi è niente di sfidante o di desiderabile in politiche che non funzionano e in promesse che non possono essere mantenute.

Il Labour avrà successo, e di fatto i partiti di centrosinistra in tutto il mondo hanno successo, elettoralmente e nell’attività di governo, solo se riconoscono la differenza tra la fermezza nei propri propositi e la mancanza di senso della realtà. La prima cosa richiede valori profondi, applica questi valori ai fatti e cerca di plasmare il futuro. Come tale ha la capacità di essere una forza che fa il bene. Basta guardare alle cose celebrate nella Gran Bretagna di oggi, dal Servizio Sanitario Nazionale ai diritti degli omosessuali. La seconda cosa invece fatalmente cerca di alterare i fatti in modo che diventino conformi ai valori professati. È una ricetta per sentirsi sicuri, ma con cui non si combina niente di buono.

L’elezione del leader del Labour riguarda il Paese e non soltanto il partito laburista. Solo con l’intreccio di valori, istinti e idee espresse dalla Kendall e dai suoi sostenitori, e nel discorso della Cooper, il Labour tornerà a governare e a migliorare il Paese. Per queste ragioni le mie prime due preferenze, questa settimana, andranno a queste due donne. La scelta non è tra riformismo o radicalismo. È tra riformismo o vittoria dei Conservatori.

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