Disastri a Cinque stelle in città

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È come se il Movimento fatichi a reggere il confronto usurante con la realtà, che viene di volta in volta e sempre più affannosamente esorcizzata o temuta, mentre la fuga programmatica nel limbo della propria diversità non sa offrire altro che propaganda

Sebbene i sondaggi continuino a dare il M5s in crescita – secondo alcuni istituti sarebbe addirittura al 30%, secondo altri vincerebbe agevolmente il ballottaggio con il Pd – nel mondo reale il partito di Grillo e Casaleggio attraversa una crisi senza precedenti. È come se tutte le ambiguità accumulatesi negli anni – a cominciare dal fatto che l’ostinata predicazione dell’antipolitica difficilmente riesce a creare una buona politica, o una politica purchessia – stiano progressivamente presentando il conto. È come se il Movimento fatichi a reggere il confronto usurante con la realtà, che viene di volta in volta e sempre più affannosamente esorcizzata o temuta, mentre la fuga programmatica nel limbo della propria diversità non sa offrire altro che propaganda.  Più che a una crisi di crescita, pare di assistere ad una lenta quanto implacabile implosione. Basterà un elenco approssimativo delle notizie apparse nelle ultime settimane per mostrare la gravità della situazione. Le amministrazioni locali, che avrebbero dovuto essere il fiore all’occhiello del Movimento, nonché la palestra e la vetrina dei suoi uomini migliori, inanellano un fallimento dietro l’altro.

Cosa succede in città

L’ultimo, clamoroso caso ha travolto e quasi abbattuto la giunta di Livorno: il piano del sindaco Nogarin per risanare l’azienda della nettezza urbana ricorrendo al concordato preventivo (dopo aver sostenuto per mesi l’esigenza di una ricapitalizzazione di 10 milioni di euro) è passato dopo tredici ore di discussione, fra le proteste silenziose dei 300 dipendenti coinvolti, e per un solo voto di scarto. Tre consiglieri comunali grillini hanno votato contro e l’assessore all’ambiente si è dimesso. E, quel che più è grave, la città da giorni è sommersa dai rifiuti senza che si veda una soluzione all’orizzonte. Luigi Di Maio, astro nascente del M5s nonché responsabile nazionale enti locali, aveva promesso alla kermesse di Imola (dove alla gran parte dei sindaci non era stato concesso di intervenire dal palco) un giro d’Italia per verificare le situazioni più difficili. Il tour non è ancora iniziato, né si sa se mai avverrà, ma le tappe necessarie sarebbero molte.

A Ragusa, dove la nuova amministrazione ha introdotto la Tasi per la prima volta dopo aver promesso il contrario in campagna elettorale, e dove stanno continuando le trivellazioni nonostante l’impegno solenne a fermarle, l’assessore alla cultura Stefania Campo è stata costretta a dimettersi per l’accusa di aver fatto assumere il marito.

A Quarto (Napoli) il sindaco Rosa Capuozzo ha fatto stampare i manifesti istituzionali del Comune dalla tipografia del marito, ha minacciato un consigliere d’opposizione per una richiesta di chiarimenti sulla gestione dello stadio comunale, ed è infine stata denunciata (di nuovo con il marito) per abuso edilizio.

A Bagheria da mesi manca regolarmente l’acqua perché il sindaco Cinque ha deciso di non servirsi più dell’azienda che si occupa della gestione idrica dei comuni della zona, preferendo una ditta di Napoli che però, finora, non è stata in grado di assicurare il servizio; intanto il collegio dei revisori dei conti ha presentato un documento ufficiale in cui si elencano le cause di un possibile danno erariale per l’affidamento diretto della raccolta rifiuti, gli incarichi e le consulenze ritenute superflue.

A Civitavecchia, dove contrariamente alle promesse fatte in campagna elettorale non c’è stato nessun taglio agli emolumenti della giunta, sono aumentate le tasse e per sovrappiù è stato cancellato il servizio pubblico di trasporto per i disabili.

Mario Puddu, il sindaco di Assemini (Cagliari) ha minacciato di «spaccare le ossa» ad un blogger reo di aver denunciato il raddoppio della Tari, peraltro annunciato da un comunicato della stessa amministrazione.

A Pomezia il sindaco Fabio Fucci ha nominato assessore la compagna Veronica Filippese e poi, con qualche imbarazzo, ne ha annunciato in tv le dimissioni.

Le cose non vanno meglio se si guarda alla trasparenza, alla democrazia interna e alla moralità grillina. A Bologna è esplosa la rivolta degli attivisti contro i consiglieri regionali, colpevoli di non aver (ancora) restituito come promesso parte degli stipendi; in Parlamento non va meglio: l’Espresso ha rivelato che solo 38 parlamentari su 127 sono in regola con la rendicontazione (e tra gli inadempienti ci sono anche Di Maio e Fico).

A Torino se n’è andata una figura storica del Movimento, il consigliere comunale Vittorio Bertola, lamentando che «se non si è allineati, ci si trova subito di fronte a una reazione collettiva aggressiva e sistematica, e a una pressione psicologica veramente pesante».

A Milano s’è dovuto aspettare tre settimane prima di avere i dati delle “comunarie” per la scelta del candidato sindaco, e infine si è scoperto che Patrizia Bedori ha vinto con 74 voti (Casaleggio avrebbe preferito una consultazione sul web, forse perché il blog non è certificato).

E a Roma non si riesce a trovare un candidato perché il gruppo consiliare grillino è spaccato fra Marcello De Vito e Virginia Raggi: il primo vorrebbe candidarsi a tutti i costi, la seconda sarebbe invece la preferita da Casaleggio, il quale ha annunciato, e poi smentito, che la scelta sarà compiuta da tutti gli attivisti d’Italia e non soltanto da quelli romani. Ci sono infine, a completare il quadro, le disavventure e gli scivoloni in politica estera, da Di Battista, che ha proposto di risolvere il conflitto israelo-palestinese per sconfiggere l’Isis, a Di Stefano, secondo il quale «il terrorismo islamico non esiste», fino all’abituale proliferare delle teorie del complotto, sempre popolarissime fra i Cinque Stelle: secondo Mandarà, il cameraman ufficiale dei comizi di Grillo, il video dell’agente di polizia ucciso nell’assalto a Charlie Hebdo è «una sceneggiata». Con il passare del tempo, dunque, l’inconsistenza del personale politico raccolto dal M5s e proiettato sul palcoscenico politico diventa sempre più evidente e preoccupante. Grillo sembra rispondere alla crisi con il disimpegno (ha tolto il proprio nome dal simbolo e si sta preparando per una tournée teatrale), mentre Casaleggio, al contrario, moltiplica gli sforzi di direzione politica, allo scopo però di ridimensionare e neutralizzare il peso dei parlamentari formatisi in questi anni, e che vedono in Di Maio il loro leader naturale. Come faccia il M5s in questo contesto a volare nei sondaggi resta un mistero. O forse no: l’anno scorso, alle Europee, era stato annunciato il possibile sorpasso grillino sul Partito democratico. Finì con il Pd al 40,8% e il M5s al 21,2%.

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