Cosa significa essere di sinistra?

Dal giornale
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Crescono qua e là nuovi funghi partitici, ma non mi pare che ci sia consapevolezza a sinistra che siamo nel mezzo di un tornante storico

Tempi duri per la sinistra in Europa. Che tristezza ascoltare i risultati elettorali da un po’ di tempo a questa parte. Crescono qua e là nuovi funghi partitici, ma non mi pare che ci sia consapevolezza a sinistra che siamo nel mezzo di un tornante storico. Taluni cercano consolazione in vecchi ideologismi, mentre l’apparato concettuale e lessicale –anche a seguito della mondializzazione e delle migrazioni epocali – si rifugia nella stanca rievocazione di idoli proto-novecenteschi.

Non si ha senso del dramma storico, non sento l’ansia di un pensiero nuovo, il bisogno di una ricerca teorica adeguatamente strategica. Quale è stata la grande idea marxiana che ha finora mosso miliardi di esseri umani, e ha segnato di sé quasi due secoli di storia? Il conflitto capitale-lavoro, le forme di emancipazione del debole attraverso “la lotta di classe”, l’organizzazione degli sfruttati e l’abbattimento del capitalismo. Quell’idea ha avuto un enorme esito sociale: ha contribuito a costruire il welfare, i grandi diritti (pensione, salute, istruzione), espansione delle libertà e contenimento delle disuguaglianze, nella cornice della democrazia politica e della relativa crescita del reddito, grazie anche al contributo della tutela sindacale (altro rilevante evento storico da tenere nella massima considerazione).

Oggi la sinistra e il movimento socialista rischiano di ridursi a “difendere” e consolidare quelle straordinarie conquiste, mentre devono fare i conti con la crisi fiscale dello Stato ed un gonfiamento invadente dello statalismo cronicamente inefficiente ( burocrazia). Limitarsi alla sola difesa rischia di rivelarsi impotente (o insufficiente), fra l’altro rispetto all’emergere angosciante della dimensione della povertà in tante parti del mondo, della disperazione che alimenta oggi migrazioni quasi bibliche. Né è accettabile che il mondo dei ricchi si rinchiuda – egoisticamente sazio – nella propria cittadella di privilegio rischiando persino di essere travolto in questo incalzante e inarrestabile scontro epocale – con connotati tutti nuovi – fra il mondo dei poveri e il mondo dei benestanti. Che cosa significa, allora, “sinistra” oggi? E ancor più “socialismo”? E ci si può accontentare solo di uno stracco “prolungamento” socialistico? E se no, quid novi? Anche perché è vero che secondo quella prospettazione il welfare c’è ( insufficiente), ma il capitalismo non è morto, né sembra morente. Nel frattempo, in Italia, oggi abbiamo il Pd (io dico: meno male!). E intanto si percepisce in giro un sincero e dolce sentimento nostalgico, un bisogno di “una sinistra vera”, di “comunismo”, per taluno: “com’era bello allora, ti ricordi?….” Grande tenerezza: non si può irridere a questi sentimenti. Ma la nostalgia non spinge la storia, non alimenta la passione politica, né rilancia la militanza. Non occorrerebbe invece lucidità storica, consapevolezza del salto necessario? La quale non può che essere spietata, perché spietata è sempre la storia! Non abbiamo al contrario bisogno di nuovi obiettivi strategici, di una nuova ambizione teorica (senza, ovviamente, abbandonare l’azione concreta), e di un rilancio dei “diritti” in forma nuova, con nuovi contenuti: un’ambizione consapevole della profonde novità del cambiamento mondiale? Ho timore che se non si alza il tiro della ricerca non si sconfiggono le brutte patologie oggi lamentate, come personalismo e carrierismo, né si riconquistano voti e fiducia.

Il punto fermo è l’obiettivo della difesa dei deboli, dei poveri. L’obiettivo, ma non la base teorica, di cui non mi pare si debba abbandonar l’aggancio a un aspetto di quella precedente , fondata sulla dialettica strutturale per sconfiggere la diseguaglianza (e quindi l’iniquità) fra il forte e il debole, il privilegiato e l’indifeso. Non si dimentichi che l’acuta povertà è sempre fonte di diseguaglianza. Ma forse non basta, perché non credo altresì che la dialettica oggi si esaurisca esclusivamente sul conflitto capitale-lavoro. Ho sufficiente contezza del limite per non illudere il lettore che io presuma di avere la soluzione. Ci vuol altro. Ma il problema bisogna affrontarlo, alzando il tiro della ricerca: strategia, teoria. Forse è utile affrontare il nocciolo culturale – che ritengo ineludibile – della dialettica strutturale e della battaglia per sconfiggere l’esito iniquo del prevalere del privilegio. Prendendo in considerazione tre diversi profili-articolazione, cui non manchi un massimo comune denominatore (dialettico): il rapporto lavoro – impresa (che non svolgerei diffusamente qui), la questione femminile, quella educativa.

La questione femminile

Ho letto un’acuta osservazione di Graziella Falconi nel suo libro recente “Oh, bimbe! le ragazze di Adriana”, ove , esaminando “l’annoso conflitto interno nel PCI contro la supremazia maschile”, lei propone un giudizio molto impegnativo: “nella cultura politica del PCI la classe operaia era la forza motrice della rivoluzione, ma quel tipo di rivoluzione non c’è mai stata”…. “C’è stata invece – continua Graziella – una rivoluzione femminile, che si è presentata con il volto del riformismo, all’insegna della qualità della vita: dal nuovo diritto di famiglia alla legge contro la violenza sessuale, passando per i consultori, gli asili nido, le cure parentali, i congedi parentali etc.” C’è del vero: perché proprio il movimento delle donne (la più profonda rivoluzione del ‘900 insieme al suffragio universale) ha segnato la storia e alcune sue significative conquiste, come soprattutto il diritto di famiglia (uomo e donna con pari diritti) o la legge sulla violenza sessuale (tutela del soggetto debole). L’esito sociale è stato innegabile. La sua base teorica resta sempre riconducibile alla dialettica nel conflitto fra diseguali, con una specificità rispetto a quella fra ricchi e poveri. La definizione di “sinistra”, di “progressismo” mi pare anche qui sia nettamente legata agli obiettivi di tutela del debole, d’affermazione dell’equità e quindi dell’uguaglianza: concetti e valori della sinistra, anche in questo campo, anche ora.

L’istruzione

Un’altra realtà mi pare presenti affinità logiche col nostro ragionamento. È il tema dell’istruzione–educazione: una grande conquista del welfare. Storicamente essa è nata dalla cattedra, secondo una necessità allora inevitabile e funzionale, che tuttavia pone in essere in sede logica ( e sociale) anche una differenza di potere. Solo chi sa può insegnare a chi non sa, è ovvio. Una differenza funzionale, che tuttavia pone in essere inevitabilmente una differenza di condizione e di potere, fra studenti e docenti, ineludibile ma reale. Diventano in questo caso rilevanti la modalità e la natura dell’esercizio di una tale funzione: rileva il “come”. Mi limito a osservare che, se l’istruzione è costruita solo sul trasferimento di conoscenze, per cui il docente trasmette e il discente riceve, la differenza fra i due soggetti si accentua e si colora di tinte non più funzionali alla finalità intrinseca del rapporto educativo. Ne soffre, tra l’altro, la stessa efficacia complessiva della scuola. Riemerge il vecchio connotato classista, attraverso il fenomeno della “dispersione”, che altro non è che l’espulsione del più debole a opera del sistema.

Se la differenza istituzionale interna la si considera infatti sotto il profilo del “potere”, la funzionale e naturale diseguaglianza originaria si carica in tal modo di rilievo sociale e culturale assai meno “naturale”, può assumere i connotati di disuguaglianza di potere. Ed assume pertanto un rilievo anche politico. Fortunatamente se ne conosce l’antidoto: con la proposta di riforma scolastica sulla “centralità dell’apprendimento” e sul protagonismo del discente nella costruzione del proprio percorso educativo (rispettoso ovviamente dell’insostituibile ruolo della docenza), si intende elevare la responsabilizzazione di chi apprende, e temperare così la differenza, le disegualità generali. In caso contrario lo squilibrio fra i due soggetti scolastici rischia di divenire anche socialmente rilevante e non più solo funzionale all’istruzione. Ricordo che nel 2007 il cardinal Bergoglio scrisse un saggio per sostenere che l’alunno è “il centro dell’educazione”. Una politica progressista generale, che si fondi sul massimo comun denominatore della dialettica e del sostegno del debole (la sinistra), non può che essere di cambiamento sociale profondo, che inverta i rapporti di forza e – agendo sulla dialettica fra forze – si riveli capace del necessario successo. Sinistra è cambiamento, e non solo dei dettagli. Esaminando i tre profili richiamati, l’elaborazione comune deve partire dai punti reali del conflitto fra i poteri e rafforzarsi proprio per il convergere degli obiettivi di sinistra dei vari settori. Nel caso dell’istruzione merita ricordare che contribuisce ad accentuare la diseguaglianza anche un altro fattore: la natura fortemente logocentrica della nostra scuola (l’homo rationalis), l’aver bandito l’arte, la musica, l’emozione, il sentimento dalla nostra cultura educativa e dall’attività scolastica, l’aver così compresso gli stimoli di libertà nel percorso e quindi larga parte dell’espressività e della creatività giovanile; l’aver così bandito fattori essenziali per educare e formare soggetti sociali in tal modo veramente portatori di innovazione (per ottusità culturale e obiettivi classisti, io credo). Noi vogliamo una scuola della ragione, ma insieme –vivaddio – una scuola del sentimento. Altrettanto dicasi per il lavoro. Sinora la scuola ha considerato l’attenzione al lavoro, alla cultura del lavoro, come totalmente estranea ai suoi fini educativi. Si ricordi però che oggi a scuola vanno (o dovranno andare) tutti, e non si trascuri che il lavoro anch’esso oggi è cambiato: esso è sempre più il pilastro della produzione della ricchezza, è il capitale principale. Lo è proprio perché si evolve in professione, odierna identità essenziale di essere sociale per ogni essere umano.

Lo è in quanto sia innervato sempre più dal sapere: non più lavoro bruto, ma ricco di conoscenza e motore di crescita. È quindi – ove così arricchito- sempre più esso stesso condizione e contributo di riequilibrio sociale, di equità; tanto più se l’apprendimento e la sua contaminazione sociale (Banfi) acquistano insieme centralità educativa. L’essere umano ha bisogno della cultura come fattore di crescita, come individuo, ma anche come professionista, come essere sociale. Il tutto sta già postulando una diversa organizzazione dello stesso lavoro. Anche in questo campo l’antinomia e la dialettica anti-diseguaglianza interne al settore caratterizzano la natura “progressista” dei suoi obiettivi di equità, presenti sia pure in forma diversa anche negli altri due settori sopra richiamati. Messi insieme tutti e tre questi obiettivi, affrontati unitariamente (antinomia nel lavoro, nella scuola, in campo femminile), nell’ambito di una valutazione complessiva della società, essi tutti confluiscono e compongono armoniosamente il quadro di un metodo e di una visione comune di riequilibrio generale complessivo della stessa società, con la finalità tuttavia del riequilibrio cui propende l’essere umano, nel suo processo d’emancipazione e compiuta affermazione. Al centro è la promozione umana. È l’uomo. È la realizzazione dell’uomo, la sua crescita intellettuale e professionale: una netta visione politica di sinistra; dalla parte dei deboli, ma capace di guidarel’intera società. Un neo-umanesimo, una neocentralità, animata e realizzata nella dialettica fra poteri, nella sconfitta della iniqua subordinazione al potere più forte. Comunque, la possibile novità di questa visione dovrebbe risiedere appunto nella neocentralità dell’uomo, nell’auto promozione umana, piuttosto che nel solo riequilibrio sociale, nel solo successo della classe oppressa: non solo giustizia sociale, ma giustizia in sé e affermazione per l’uomo. Ecco perché la formazione ha un rilievo particolare, teorico, nell’ambito dei vari profili della dialettica richiamata: l’apprendimento è prima di tutto come tale connaturato con la natura umana. Formazione, crescita – individuale e dell’intera società- è forza motrice di costante cambiamento, connotato strutturale del progresso anche grazie alla stessa crescita umana. Ovviamente, nel quadro proteso verso libertà ed eguaglianza. Come corollario, la valenza generale di un tale obiettivo dovrebbe superare l’ambito parziale di un’azione solo per le classi oppresse, per divenire tensione rigenerativa dell’intera società, con valenza per tutti, per così dire “ universale”: universalità che si realizza con la centralità umana, col neoumanesimo.

Libertà e uguaglianza

Molti dubbi affollano ancora la mente: ma uno almeno sento di doverlo proporre da subito. Restano ineludibili gli obiettivi di libertà e uguaglianza, assolutamente. Ma possono essi andare insieme? C’è fra loro un prius e un posterius? Dico subito: per me essi non possono separarsi né essere gerarchizzati. Ma siamo certi che non si tratti di un’illusione? O di un’utopia? Il movimento operaio, dalle origini fedele al suo obiettivo di giustizia sociale, ha spesso privilegiato l’uguaglianza – e quando lo ha fatto a scapito della libertà, è stato un disastro: repressa la libertà, non si è neanche realizzata l’uguaglianza. Ma è anche vero il contrario: col predominio della sola libertà ci si ferma al liberalismo e spesso si tollerano o giustificano profonde ingiustizie sociali. Un compito essenziale spetta alla politica: a essa tocca governare il sistema per costruire insieme entrambe, libertà ed eguaglianza, anche sviluppando diversi anticorpi, una riequilibrata organizzazione sociale, i sindacati, la cooperazione.

Compito essenziale della politica è chiarire senza infingimenti che la deriva statalista, l’assenza di una vera consapevolezza che il pubblico non è tollerabile che giustifichi la madornale inefficienza, che lo si strumentalizzi a scopo protettivo, che non veda la sinistra fortemente impegnata in una radicale riforma dello stato burocratico. Soprattutto ponendo al centro come obiettivo di sistema la crescita dell’essere umano come diritto fondamentale, come regolazione dei meccanismi economici e sociali a questo finalizzati. Una politica di sinistra è cambiamento, da ora; innanzitutto rivoltando l’intero impianto educativo. Decisivo sarebbe assicurare l’azione di autopromozione dell’uomo, il sostegno alla sua soggettività – che non è solo libertà, ma protagonismo, ruolo, strumentazione di crescita. Come? Credo che il dato strutturale di sintesi della dialettica antinomica, ciò che costruisce per l’uomo la condizione per l’esercizio di un ruolo così rilevante , di un’ambizione così strategica debba essere il modo in cui si promuove, sostiene, organizza l’intreccio , l’innervamento fra sapere e lavoro. Va superata la dicotomia che nella società e nella scuola classista ha appunto tenuti rigorosamente separati sapere e lavoro, quasi rivali, antitetici; la separazione fra individuo ed essere sociale , fra cultura e professione (invoco Max Weber e Banfi); e quindi fra astrazione e contaminazione sociale, perfino fra sapere e fare.

Non solo in età scolare, ma lungo tutto l’arco della vita. Funzionale a questo è sostenere da subito a scuola l’arte e la cultura del lavoro. Agendo da subito, progressivamente, riformisticamente, si può avviare un vero riequilibrio sociale: perché il sapere socializzato ostacola le discriminazioni e l’assoggettamento, forse la stessa rassegnazione. Così la cultura del lavoro, nell’educazione, è vita, è vita insieme, è solidarietà, produttività, utilità per se stessi e per tutti, è ricchezza interiore, è ricchezza sociale . Per parte sua la cultura è stata, da sempre, proprio questo: ma ora, intrecciata al lavoro, essa può divenire una risorsa, una forza per comporre insieme, indissolubilmente, libertà e uguaglianza, libertà e giustizia.

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