Economia, cosa sarà questo 2016

Dal giornale
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Non tutto il sistema produttivo italiano si è ristrutturato per essere competitivo sui mercati. Per favorire nuova occupazione saranno necessarie profonde modifiche del welfare e dell’istruzione

Dal punto di vista della crescita dell’economia il 2016 si presenta sotto auspici positivi. Le riforme fatte dal Governo e quelle che stanno per essere completate, specie nel campo della semplificazione e della maggiore efficienza burocratica, oltre al varo di una legge di stabilità moderatamente espansiva, fanno ben sperare su una accelerazione del ritmo di crescita del PIL verso l’1,5%. Ma sarà sufficiente a risolvere i problemi italiani, alcuni dei quali non sono stati affrontati per tempo ed ora formano pericolose metastasi?

Bisogna ammettere che Renzi, al contrario di quanto vanno dicendo numerosi commentatori, ha dimostrato fin dal suo primo apparire nell’agone politico nazionale, di avere idee ben chiare sulle debolezze del paese, ed una “strategia” di riforme sia istituzionali che economiche capaci di sciogliere le catene che lo costringono l’immobilità. Certo, non tutto è stato risolto in questi due anni. Ma sembra veramente fuori da ogni logica accusare il premier di trascurare il Sud ,come hanno fatto Eugenio Scalfari e Galli della Loggia, quando loro stessi ammettono che in 150 anni di storia unitaria nessuno è riuscito a venire a capo dei problemi delle nostre regioni meridionali.

Epoi Renzi qua lche prov vedimento interessante sia nel settore delle opere pubbliche che in quello del sostegno alle attività produttive, lo ha adottato. Vedremo se gli Enti locali sapranno fare la loro parte. Ma, al di là delle polemiche di corto respiro, credo che l’azione del Governo nei prossimi mesi dovrebbe prioritariamente concentrarsi sulla rimozione di tre ostacoli che potrebbero rappresentare un grosso inciampo sulla via della ripresa: i rapporti con l’Europa, la politica industriale e bancaria, e le nuove norme sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro e sulla contrattazione aziendale.

Come giustamente ha detto il sottosegretario Gozi, dalla crisi non si può uscire con le ricette grilline di «meno Europa», ma dobbiamo puntare ad avere più Europa, anche se diversa da quella attuale. Come ha spiegato il professor Marcello Messori, dobbiamo contribuire a costruire un federalismo a bassa intensità, cedendo quote di sovranità in cambio di grandi progetti comuni di investimenti per lo sviluppo.

Va benissimo se a volte, in questa caotica situazione di Bruxelles, si deve alzare la voce per affermare le ragioni del nostro paese, ma bisogna sempre tener presente che una delle cause della crisi europea (forse la principale) sta nella perdita di fiducia reciproca tra paesi. Quindi, oltre a porre in maniera brusca delle domande scomode, occorre aver sempre presente che, poiché la nostra reputazione non è elevata per le pecche del passato, dobbiamo tenere sempre comportamenti coerenti con le regole europee e soprattutto con lo spirito di quelle regole che mirano ad evitare che altri siano chiamati a pagare per atteggiamenti furbeschi di qualcuno. In altri termini è importante non dare l’impressione di approfittare della maggiore elasticità di Bruxelles per riprendere le vecchie abitudini della spesa pubblica facile, rinviando invece le riforme che possono essere costose in termini di consenso nel breve termine. Quindi è fondamentale che Governo e Parlamento proseguano a buoni ritmi sulla strada delle riforme.

Di politiche industriali si è parlato poco, forse perché il termine ricorda antichi tentativi di pianificazione statale finiti molto male. Eppure bisogna prendere atto che una parte rilevante del nostro sistema produttivo non ha ancora compiuto quella ristrutturazione indispensabile per stare con successo sui mercati mondiali.

L’Ilva di Taranto e la Fincantieri, per fare solo due esempi, devono trovare rapidamente un loro assetto competitivo, come del resto molte piccole e medie aziende del settore privato. Bisognerà affrontare con più coraggio i casi di crisi conclamata, mentre bisognerà studiare strumenti più efficaci per accelerare il rilancio del settore privato della manifattura, anche attraverso l’attrazione di investimenti esteri, se possibile. Le politiche industriali poi sono legate alla capacità del settore bancario di effettuare una efficiente allocazione delle risorse. Le banche italiane devono essere ulteriormente svecchiate e soprattutto occorre incentivare al massimo lo sviluppo di un mercato dei capitali autonomo rispetto al sistema bancario, così da offrire alle imprese diversi canali di finanziamento.

Infine, la questione della produttività del lavoro che oggi passa per una legge sulla rappresentanza e sulla contrattazione aziendale così da mettere il sistema in grado di effettuare quei cambiamenti organizzativi che appaiono indispensabili per far compiere alle imprese il salto competitivo che appare urgente se si vuole stare sui mercati mondiali.

Si tratta quindi di cambiamenti profondi che saranno efficaci solo se gli italiani sapranno accettarli e coopereranno alla loro attuazione. In questo senso è profondamente vero quello che Renzi ha più volte detto, e cioè che la ripresa è nella mani degli stessi italiani. Se, come viene generalmente affermato, tra vent’anni il 50% degli attuali lavori non esisterà più, appare chiaro che si richiedono profonde modifiche del welfare e dell’istruzione per dare alle persone la possibilità di occupare le nuove posizioni di lavoro.

L’impegno della politica sarà soprattutto quello di parlare alla classe media, quella che ha subito i più duri colpi a causa della crisi, e che ora vede minacciato il proprio futuro dai cambiamenti delle tecnologie e dei mercati che spazzano via molte comode nicchie in cui la classe media era cresciuta negli ultimi quarant’anni. Bisogna convincere queste masse inquiete di cittadini che la salvezza non si trova in un impossibile ritorno al passato berlusconiano-salviniano, o in una decrescita felice, come quella vagheggiata da Grillo e Casaleggio, ma nella possibilità di fare passi avanti, con l’aiuto del pubblico certo, ma anche con un impegno personale. Non ci si deve rassegnare a diventare più poveri, basta essere disponibili a modificare certe abitudini impegnandosi nelle studio e nel lavoro in modo diverso dal passato, ma non più difficile o più faticoso, e che potrà essere ben remunerato.

Un discorso pubblico difficile che richiede da parte del premier e del governo tutto, una comunicazione forse più raffinata ed una maggiore capacità di rapportarsi con i migliori intellettuali di questo paese (che non sono necessariamente contro).

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