L’Italia sismica? Tra l’Afghanistan e la California

Terremoto
Una veduta di Amatrice dopo la scossa di terremoto, 24 agosto 2016. ANSA/ LUCA PROPERI

Campioni del mondo nei dispositivi antisismici ma schiappe nella sicurezza edilizia. Il primo cantiere da aprire è nelle nostre teste

Che questo dolore faccia finalmente la differenza, tracci una linea di confine col passato e per una volta sotto le macerie lasciamoci la lunga e incredibile storia freudiana della sismica italiana. Scarso Eros ma tanto Thanatos, tanta pulsione di morte e scarsissima voglia di vita. Le lacrime non bastano a lenire il dolore di chi ha perso un figlio, una mamma, la casa, gli amici, il mondo che gli era familiare. A noi italiani serve riuscire a chiudere per sempre l’illogico di avere la migliore scuola con i più grandi sismologi venerati nelle comunità scientifiche internazionali e di ignorarne quasi sempre le raccomandazioni.

Di essere primi al mondo nell’eccellenza tecnologica applicata ai dispositivi antisismici ma di averli esportati all’estero e noi a rimanere schiappe nella sicurezza edilizia. Possiamo menarcela a lungo sulle responsabilità dei crolli ma noi viviamo sulla terra tra le più sismiche del pianeta, e se è vero come è vero quel che diceva Charles Richter, il fisico del concetto di magnitudo, “non sono i terremoti che causano il maggior numero di morti, ma le costruzioni degli uomini”, allora stupisce che anche stavolta una scossa di magnitudo 6 possa aver sbriciolato interi centri storici, nuovi edifici, campanili ristrutturati e aver fatto crollare gli ospedali.

Questo è tempo di soccorsi e non di addossare colpe, anche perché alla fine sono equamente distribuite. Tra i tanti politici che hanno sempre ignorato o sottovalutato o boicottato in mille modi ogni applicazione delle normative di sicurezza nella convinzione che non valesse la pena infastidire cittadini e aziende obbligandoli a spendere qualcosa in più.

Ma anche tra noi italiani furbastri da quattro soldi che non abbiamo coscienza dei rischi che corriamo, vantiamo una scarsissima conoscenza dei fenomeni naturali e nemmeno utilizziamo i bonus fiscali dei governi per le case sicure (nella prossima stabilità verranno estesi ai condomini). Per questo, il primo cantiere da aprire è dentro di noi, nelle nostre teste, e non è cosa da poco. Va abbattuta una mentalità strutturata con comportamenti che hanno radici lontane, il nostro carattere che ci fa sentire oggi tutti terremotati ma tra sette giorni smemorati e con la presunzione di potercela sempre cavare in nome del fatalismo, toccando ferro o pregando San Giorgio.

Passato lo spavento, Pánta rêi come diceva Eraclito, tutto continua a scorrere esattamente come prima. Invece no. Cari concittadini, abbiamo ingegno, strumenti finanziari, risorse private e leggi per poter cancellare il vero terremoto che vedere la nostra Italia per sicurezza sismica a metà strada fra l’Afghanistan dove le scosse mietono decine di migliaia di vittime e il Giappone o la California dove per scosse della stessa entità possono morire solo di spavento.

Non possiamo più permetterci la radiografia dell’edilizia scattata da IstatCresme-Ance che sembra uno screening del terrore. Gli edifici privati in Italia sono poco più di 11,2 milioni. Di questi, circa 7.5 milioni sono ubicati in zone a pericolosità sismica e oltre il 70%, circa 5.5 milioni, non sono garantiti contro terremoti importanti. Andrebbero subito consolidati, rafforzati, ristrutturati, rottamati, delocalizzari. E’tutto lavoro, ripresa edilizia.

E’ tutta sicurezza in un mosaico di fragilità dove vivono 21,8 milioni di persone, 8,6 milioni di famiglie. Nelle stesse condizioni rischiose ci sono 75.000 edifici pubblici strategici come scuole, ospedali, caserme, municipi, prefetture. Al primo posto per questa edilizia spazzatura c’è la Campania, seguono Sicilia e Calabria con un patrimonio edilizio esposto a crolli da brivido: Sicilia 2,5 milioni di abitazioni, Campania 2,1 e Calabria 1,2. Oltre il 60% degli edifici italiani, all’incirca 7 milioni, è precedente al 1971, prima dell’entrata in vigore nel 1974 della normativa antisismica. Di questi, oltre 2,5 milioni risultano in pessimo o mediocre stato di conservazione.

E l’edilizia produttiva come fabbriche, aziende, centri commerciali, strutture artigianali, capannoni? Il 50% del costruito nelle aree industriali italiane è in gran parte da rafforzare: delle 325.427 strutture, 4 su 10 sono state realizzate tra il 1971 e il 1990, e 3 su 10 dopo il 1990. Nelle aree a elevato rischio simico rientra il 29% del totale, oltre 95 mila strutture.

Che si fa? Si continua a fingere che non succederà mai nulla? Il bello è che siamo italiani e se vogliamo possiamo metterci al passo con i paesi antisismici e senza piangerci troppo addosso ma rimboccandoci le maniche. Abbiamo esempi virtuosi di buona sicurezza raggiunta in pochi anni, anche se sempre dopo stragi immani: dal Friuli all’Emilia Romagna, dalla Toscana all’Umbria, all’Abruzzo.

Enclave dove amministrazioni pubbliche e privati cittadini hanno dimostrato che si può benissimo fare il tagliando all’abitazione, ricostruendo e ristrutturando come dio comanda, mattone su mattone antisismico. Se serve però ancora un po’di panico, basta la nostra striscia sismica che risale alla notte dei tempi. Negli ultimi 2.500 anni sono stati censiti dai ricercatori oltre 30.000 terremoti di media e forte intensità superiori al IV-V grado della scala Mercalli, ben 560 disastrosi e di intensità uguale o superiore all’VIII grado. Una drammatica ciclicità ha fatto contare negli ultimi 600 anni ben 430 scosse con danni enormi. Nel solo Novecento 7 terremoti tra il X e XI grado della scala Mercalli da soli hanno provocato forse 240.000 vittime, ma il numero esatto non lo sapremo mai viste le condizioni delle anagrafi del secolo scorso.

Le sole riparazioni e i risarcimenti sono costati allo Stato dal dopoguerra ad oggi quasi 4 miliardi di euro l’anno e con questi risultati! Eppure era un indizio l’antico nome degli italici, Enotria, che deriva probabilmente dall’ebraico Nother, cioè “terra tremante”.

E la definizione corrente di terremoto arriva anch’essa da molto lontano, dal latino tèrrae mòtus, cioè movimento della terra, e sisma dal greco seismós, cioè scossa. Decidiamoci allora e recuperiamo anche un po’di memoria storica. Perché da Plinio il Vecchio a Leonardo da Vinci, da Marcello Bonito a Pirro Ligorio, da Giuseppe Mercalli a Gugliemo Marconi, da Mario Baratta a Franco Barberi, da Enzo Boschi a Claudio Eva il mondo più avanzato si è messo sempre più in sicurezza grazie alla nostra scienza sismologica e all’antisismica tricolore.

Noi italiani abbiamo invece dovuto aspettare il 1985 per avere un barlume di regole, e fino al terremoto del Friuli l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, fondato nel 1936 da Marconi, era miseramente abbandonato a sé stesso e solo quando Giuseppe Zamberletti lo affidò a Boschi divenne il principale istituto di ricerca geofisica del mondo. Ma alle sue raccomandazioni, come a quelle di ogni capo della protezione civile da Zamberletti a Curcio, la risposta di noi italiani è stata spesso un continuo voltarsi dall’al – tra parte, e l’accumulo unico al mondo di edilizia fragilissima sulle faglie più sismiche o sopra e sotto i vulcani. In più, tutto cemento condonato per tre volte negli ultimi trent’anni.

Possiamo tirar fuori il meglio del nostro Dna nazionale? La saggezza antisimica degli etruschi e dei romani che con Lucrezio e Ovidio, Polibio e Cicerone, Virgilio e Tito Livio, Vitruvio e Seneca e l’enciclopedico Plinio il Vecchio, divulgarono studi, osservazioni, raccomandazioni. Ci sarà un perché se per oltre due millenni i Mercati di Traiano o il Colosseo e tanti monumenti e costruzioni sono arrivate a noi intatte sul piano strutturale? Plinio descrisse i terremoti con i modi di manifestarsi delle scosse e gli effetti in località diverse, classificando tecniche per irrobustire il costruito. Suggeriva, certo, concretamente, “la fuga, quando vi è tempo”, e durante la scossa di “ripararsi sotto gli architravi dei muri portanti in prossimità di spigoli o sotto un robusto tavolo”. Aveva capito tutto. E l’edilizia romana lo dimostra ad abundantiam.

Possiamo utilizzare in casa nostra le lezioni e la saggezza di Leonardo che studiava, disegnava, annotava e spiegava come rafforzare gli edifici con “strutture scatolari compatte”. Scrisse, foglio 53 del Codice Ashburnham, che se le travi “sono incatenate tengono i muri ben fermi”. Le regole nei tre volumi del codice “De terremotu”di Giannozzo Manetti, scritto dopo il catastrofico sisma del dicembre 1456 che devastò il Regno di Napoli e l’Appennino meridionale con oltre 30.000 morti, coglievano un nuovo atteggiamento.

La prima ricostruzione al mondo resistente alle scosse realizzata da un italiano dopo la botta che rase al suolo Ferrara e dintorni il 16 novembre del 1570 con duemila morti. Il terrorizzato Duca Alfonso aveva in casa il massimo esperto “di accidenti diversi”e gli affidò subito il progetto della nuova città. Era l’architetto napoletano Pirro Ligorio, allievo di Michelangelo, che fece cose grandiose e progettò la prima casa antisismica nel suo “Trattato de’ diversi terremoti”, e edificò la nuova Ferrara con criteri di sicurezza, ripresi pari pari dalle resistenti opere di epoca romana.

Incredibile ma vero, l’ingegneria antisismica venne applicata dal 1600 al Sud, trasformato per quasi duecento anni nel laboratorio europeo di prevenzione dai terremoti. Nel regno delle due Sicilie, ingegneri e architetti ripresero le intuizioni di Ligorio e Leonardo, e i Borboni fecero stampare il primo repertorio dei terremoti firmato dal sismologo napoletano Marcello Bonito nel 1691: “Istoria e teoria dé tremuoti”, e ordinarono pianificazioni urbanistiche antisismiche su vasta scala, promulgarono le prime regole che tutto il Sud doveva rispettare: indicazioni costruttive rigidissime che laddove adottatate, dimostrarono la loro validità nei successivi eventi tellurici.

La felice stagione della prevenzione ripresa anche dallo Stato Pontificio, durò poco, e venne cancellata brutalmente nel 1854 dal governo piemontese che si contrappose con forza alle norme antisismiche. Era un atteggiamento molto popolare perché riduceva i costi dell’e dilizia. Ma anche dopo un’altra epocale tragedia, il sisma tra Messina e Reggio Calabria del 28 dicembre 1908, provarono a segnare ancora una svolta. Dopo la più grande catastrofe degli ultimi secoli di storia della penisola con 31 secondi a 7,1 gradi della scala Richter e 11-12 della Mercalli e forse 200mila morti, per la ricostruzione tornarono le regole e le ordinanze antisismiche di Ferdinando IV di Borbone. Non solo. Il Regio Decreto del 18 aprile 1909 n.193 elencava tutti i Comuni italiani obbligati al loro rispetto.

Venivano limitate le altezze, vietate le sopraelevazioni per non sovraccaricare gli edifici, la larghezza minima delle strade era di 10 metri. Tutto buonsenso ma ucciso da deroghe e dalla disattenzione e sciatteria. La norma restò confinata sui fogli di carta e l’antisismica presto dimenticata a furor di popolo. I terremoti colpivano e massacravano intere popolazioni ma l’Italia era talmente incosciente al punto che dopo il sisma di Rimini del 1916, i parlamentari romagnoli fecero revocare i vincoli antisismici del 1909 per la città e furono accolti da veri eroi alla stazione e portati in trionfo. La riviera romagnola poteva iniziare la sua espansione edilizia.

Stessa storia dopo i terremoti della Marsica e in Garfagnana, quando il Regio Decreto del 13 marzo 1927 n.431 introdusse la prima classificazione sismica del territorio nazionale con criteri restrittivi per le costruzioni, questi non sono quasi mai stati fatti rispettare. Il Regio Decreto del 25 marzo 1935 n. 640 riclassificava le aree sismiche e Rimini tornava città in zona sismica? Anche quella volta ottenne la declassificazione su pressione popolare.

Stesse scene di giubilo in Friuli dove, dopo il terremoto del 1928 i paesini colpiti che riuscirono ad evitare le nuove norme di sicurezza (“avrebbero comportato spese maggiorate del 15%”) come Gemona nel maggio del 1976 subirono un’ecatombe. Altri, che le adottarono, come Pioverno, non piansero un morto. Scavando tra le macerie di un comune distrutto dal terremoto del 1980 in Irpinia, fu rinvenuta la lapide con la quale i cittadini “ringraziavano” il Sindaco che decenni addietro era riuscito a far cancellare il comune dall’elenco di quelli dichiarati sismici.

La storia è proseguita con continue amnesie fino al 1980 quando, dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia, furono ancora riclassificate le aree sismiche italiane, ma con regole applicate con molto ritardo, tra rallentamenti e rinvii nella gran parte delle Regioni che alla fine degli anni ’90 con i decreti Bassanini diventarono titolari della materia, e nel menefreghismo quasi generale. Ma noi italiani oggi abbiamo l’obbligo di far svoltare questa nostra storia verso la prevenzione. Lo dobbiamo ai morti e ai sopravvissuti.

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