Cosa chiediamo a Confindustria

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Ora bisogna concentrarci su come Confindustria possa contribuire a sostenere gli investimenti per il rinnovo produttivo

L’elezione del nuovo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, mette fine ad un dibattito intenso che ha coinvolto la principale associazione datoriale di questo paese. È stato un dibattito serio e serrato, centrato su due candidature Alberto Vacchi oltre al neopresidente diverse ma di grande valore. Al neo presidente Boccia vanno i migliori auguri del Partito Democratico ma, conclusa la discussione su futuro e ruolo di Confindustria, oggi possiamo tornare a concentrarci su come la sua associazione possa contribuire a sostenere gli investimenti per il rinnovo produttivo.

Questo impegno richiede due condizioni necessarie: la ridefinizione del dibattito europeo e il perseguimento di una prospettiva chiara e prevedibile. A livello europeo dobbiamo ribaltare un dibattito consistente nella falsa contrapposizione tra riforme e crescita economica. Questo ribaltamento non basterà da solo a far ripartire gli investimenti se non sarà accompagnato dall’affermazione di una prospettiva generale necessaria per scardinare la percezione, e in molti casi la constatazione, che il nostro paese non sappia essere prevedibile per chi vuole impegnare qui il proprio futuro. L’Europa deve innanzi tutto ridefinire i termini del dibattito economico.

La contrapposizione tra riforme strutturali e politiche di sostegno degli investimenti non ha logica. Le riforme, anche le più strutturali come quella del lavoro o più profonde come quella costituzionale, cambiano i comportamenti ordinari, rivoluzionano i processi ma proprio per questo dispiegano i propri effetti in profondità ma con lentezza. Se non sappiamo accompagnare questo processo di rinnovamento con le risorse che possano capitalizzare il cambiamento, agiremmo in maniera contradditoria rispetto al fine delle riforme. Sono le risorse che rendono le riforme più facili, se sanno seguirle con velocità. Per questo c’è una differenza politica sostanziale tra invocare l’utilizzo di risorse per gli investimenti dopo aver fatto riforme strutturali, e farlo a prescindere. Trattare le due richieste come fossero la stessa cosa è forse il più grande errore di politica economica a livello europeo.

Non basta però che un riforma sia profonda perché diventi strutturale. La riforma è strutturale se è caratterizzata dal sostegno della convinzione invece che dalla sottile minaccia dell’emergenza. La più grande differenza tra la riforma del lavoro – il Jobs Act – e la riforma delle pensioni sta proprio in questa distinzione. Entrambe sono delle riforme profonde, migliorabili, ma sistemiche. Eppure la prima riforma è figlia di una scelta politica, fatta per equità e per scelta, figlia di una assunzione di responsabilità politica che la rende forte e credibile. La seconda riforma, invece, lascia sempre il dubbio che, passata l’emergenza, possa essere cancellata dal governo di turno.

Soltanto la prima riforma, quella figlia della politica, può quindi essere considerata una riforma strutturale in senso proprio. Soltanto delle riforme che siano veramente strutturali hanno la capacità di offrire una prospettiva duratura, quella di cui qualunque investimento serio si deve nutrire. Se il fine è quello di recuperare il deficit degli investimenti, arrivato a quasi 5 punti del Prodotto interno lordo e che solo nel 2015 ha visto un ritorno alla crescita, dobbiamo offrire un futuro prevedibile perché condiviso. Il deficit di investimento è infatti un deficit di futuro. Per colmare questo deficit abbiamo bisogno di continuare il percorso delle riforme strutturali del Paese, senza mai dimenticare i due veri ingredienti che le rendono tali: le risorse che le fanno funzionare una volta che sono state realizzate e la legittimità che soltanto una scelta politica, controversa quanto si vuole eppure politica, può offrire. In questi anni la battaglia per sostenere gli investimenti a beneficio del lavoro è stata troppo spesso ridotta all’obiettivo, pur importante, della semplificazione. Sappiamo invece che gli investimenti si reggono sulla prospettiva duratura che soltanto la politica può offrire e dal coraggio degli imprenditori nella volontà di reinventare il futuro.

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