Cosa abbiamo perso o guadagnato con questo referendum?

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A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Rome, Italy, 17 April 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Quello di ieri non era un voto contro o a favore di Renzi

La questione del referendum di ieri è molto più grande della divisione pro Renzi- contro Renzi che sta caratterizzando la maggior parte del dibattito pubblico italiano degli ultimi mesi. Da quel referendum del lontano 2 giugno 1946 nel quale gli italiani scelsero tra monarchia e repubblica, i referendum hanno sempre assunto un significato politico che va ben oltre il loro specifico quesito. Anche il referendum di ieri non si è salvato da questa regola.

Vorrei però un attimo provare a ragionare su quello che abbiamo perso o rischiamo di perdere da questo referendum e tutte le dichiarazioni stampa che lo hanno accompagnato. Dare un proseguimento e un risvolto pratico alla Conferenza sul clima di Parigi, tenere insieme politiche industriali e ambientali, aumentare ancora di più l’uso delle rinnovabili, assicurarci l’indipendenza degli approvvigionamenti energetici dopo che il Governo ha dichiarato che non concederà nuove concessioni, capire come le concessioni fino ad esaurimento dei giacimenti potranno evitare uno scontro con la normativa europea sulla libera concorrenza e riflettere su quale strategia di politica energetica l’Italia deve puntare; sono convinto saranno alcuni dei temi principali dell’azione del Governo e del Partito democratico.

Ieri, invece, molte delle dichiarazioni stampa, dei tweet o dei post su Facebook hanno però avvelenato i pozzi e creato un clima da tifo da stadio, che non fa bene a nessun confronto e a nessun dibattito. Quello di ieri non era un voto contro o a favore di Renzi (del resto molti della minoranza pd hanno votato No, e molti sostenitori dell’attuale premier hanno votato Si).

La questione è molto più complessa: Il Paese ha un grande problema di apatia politica e indifferenza; indifferenza che non è solo nei confronti della politica, ma nei confronti della società e del prossimo. Viviamo in un mondo, che forse inconsapevolmente, prova ogni giorno con i suoi usi e costumi ad esaltare sempre di più questa indifferenza fino a trasformarla in un puro individualismo. Incitare, propagandare e sostenere l’astensione non aiuta nessuno e soprattutto permettere di dare un pretesto a chi nei mesi successivi giustificherà l’astensione alle prossime elezioni amministrative o al referendum di Ottobre; permette anche di giustificare chi crede che l’apatia o l’indifferenza siano un diritto.

Ieri, tra quelli non andati al voto, moltissimi lo hanno deciso perché disinteressati, se non schifati, dall’attuale politica e dall’immagine che essa di se; non possiamo non tenerne conto di questo. Non possiamo ritenere che quella di ieri sia una vittoria o una sconfitta,  l’astensione di ieri è un messaggio di sofferenza degli elettori chiaro ed esplicito; un messaggio di sofferenza che non è la prima volta che arriva alla classe politica (basta guardare i dati sull’affluenza delle europee o delle ultime elezioni regionali). Il Partito Democratico, che è e rimane un grande partito di centrosinistra e di massa, deve avere il coraggio di darsi la sfida di far ritornare l’affezione nei confronti della politica e contrastare apatia ed indifferenza. Sono convinto, che deposte le asce di guerra e ritornati alla dialettica del confronto e della sintesi, saremo capaci di vincere anche questa sfida.

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