Correnti da azzerare e cuori da scaldare. Non solo sotto il Vesuvio

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Nel capoluogo campano non basterà certo cambiare il segretario o il responsabile organizzazione

L’ altro giorno non avevamo finito di scrivere un articolo sull’Unità in cui si diceva che «a Napoli il Pd non esiste più, o quasi» che è arrivata la notizia della contestazione da parte della Procura partenopea del reato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale nei confronti di due candidate del Pd, Anna Ulleto e Rosaria Giugliano. Secondo i magistrati le due donne avrebbero ottenuto voti perché promettevano stage remunerati alla Regione. In parole povere, la versione moderna della scarpa destra promessa da Lauro in cambio del voto. Dove ieri la scarpa, o il pacco di pasta, oggi è uno stage.

Fa più fico ma non c’è nessuna differenza dal punto di vista morale. Naturalmente, e doverosamente, il Pd della Campania si è subito dichiarato a fianco della magistratura e si considera «parte lesa» nel caso in cui i fatti venissero confermati. La Ulleto si è autosospesa dal partito, non sappiamo se il Pd abbia sospeso la Giugliano. A differenza dei questurini del Fatto, che scambiano una redazione per un casellario giudiziario, noi non teniamo la contabilità di fatti e misfatti che coinvolgono o lambiscono il Pd o altri partiti. Teniamo a mente invece il punto politico che anche una vicenda tutto sommato poco eclatante come questa illumina: vale a dire che a Napoli lo sforzo che si impone al Pd appare davvero titanico, e non basterà certo cambiare il responsabile organizzativo o il segretario per venirne a capo, quanto piuttosto che quel commissario promesso da Renzi sia in grado di dare alla sua missione un respiro lungo.

Perché qui è come dopo un terremoto: bisogna ricostruire tutto, a partire dal costume, dalla mentalità. Ne va innanzi tutto dell’onore di militanti e elettori che credono nel progetto del Pd. E poi della sua sopravvivenza stessa. Bisognerebbe chiedersi perché questi episodi vengano fuori a Napoli (anche se il malcostume purtroppo non è di casa solo sotto il Vesuvio): c’è stata troppa leggerezza in tutti questi anni? E da quando, di preciso? Chi può chiamarsi fuori dalle responsabilità? Chi ha fatto e fa autocritica? Soprattutto, dove sono le energie nuove per voltare pagina? Certo che serve il lanciafiamme (espressione non gradevole ma espressiva), non solo per fare piazza pulita di comportamenti illegali e della gente che li mette in atto – questo è il minimo.

Occorre sì un lanciafiamme “romano” ma non solo, perché se partisse un moto “da dentro” sarebbe ancora meglio, soprattutto per chiarire a se stessi e alla società napoletana che il fine di un partito riformista non è quello del potere per il potere ma quello di suscitare idee e entusiasmo attorno ad un progetto di cambiamento. Azzerare le correnti, spegnere i particolari interessi di gruppi e di fazione, spuntare le armi dei capibastone: sono anni che lo si sente dire. Da quando il Pd è nato, almeno. Ma anche prima, nei partiti fondatori.

A che punto siamo? Siamo sempre lì. A Napoli con le aggravanti penali o comunque di sporcizia morale di cui stiamo parlando. Non si tratta di drammatizzare ma di essere realisti: ieri sull’Unità Sergio Staino ha chiesto che vi sia anche del «cuore» in questa opera di ricostruzione, e ha ragione da vendere. Ed è un po’ il paradosso di questa fase del renzismo: usare il lanciafiamme contro gruppi di potere e interessi opachi e contemporaneamente scaldare i cuori delle persone. Sarà complicato, ma non è che ci siano molte altre strade, a Napoli e non solo.

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