Una scelta contro le diseguaglianze

Gran Bretagna
epa04875656 Candidiate for British Labour Party leader Jeremy Corbyn stands with a bicycle prior to a press conference in London, Britain, 07 August 2015. Corbyn announced his environmental policies to supporters and the media.  EPA/ANDY RAIN

Che cosa c’è dietro il successo di James Corbyn alla guida del Labour Party britannico? Tante cose, ma soprattutto la discontinuità con il passato

Che cosa c’è dietro il successo di James Corbyn alla guida del Labour Party britannico? Tante cose, che noi italiani non riusciremmo a comprendere fino in fondo, ma sicuramente una prevale sule altre: la discontinuità. Discontinuità con l’ultimo Labour, quello di Ed Miliband, che non era né carne né pesce, e più in generale con la cosiddetta “terza via” che dagli anni Novanta aveva orientato le politiche del New Labour. Non è un caso che Tony Blair, icona di quella impostazione culturale, politica e programmatica, si sia scagliato pubblicamente più volte contro Corbyn, risultato ieri ampiamente vincitore nelle primarie inglesi con circa il 60% dei consensi.

La discontinuità è anche con i modelli più stereotipati delle leadership che nella società mediatica e della comunicazione sembrano condannare senza appello chiunque abbia una certa età, non si vesta alla moda, risulti introverso e anche un po’ scostante. Tutte caratteristiche del nuovo leader del Labour, che invece non hanno influenzato, o forse lo hanno fatto a contrario, gli iscritti del partito inglese. Una bella novità! C’è in questa investitura l’atteggiamento difensivo e identitario di una sinistra sconfitta? Può darsi. C’è un riflesso conservativo? Può darsi. Siamo di fronte ad un rigurgito della vecchia sinistra? Forse. Sarà vera gloria? Lo vedremo. Sta di fatto che la forza politica che nella storia della sinistra ha rappresentato sempre un punto avanzato di riflessione e d’innovazione programmatica, dalla nascita del welfare state alla blairiana “terza via”, ha scelto una figura che incarna una forte discontinuità politica e programmatica.

Nascono in giro per l’Europa formazioni di sinistra radicale come Syriza e Podèmos che, nell’inerzia e nell’afasia dei socialisti europei, chiedono un cambiamento di rotta rispetto al disordine finanziario mondiale che ha prodotto la crisi e alle politiche con le quali l’Unione europea l’ha affrontata. Perdono consensi le forze socialiste e democratiche attestate su un profilo troppo appiattito verso queste politiche. Resiste il Pd di Renzi alle prese con le peculiarità della situazione italiana. La ragione di fondo va, allora, forse rintracciata nella necessità di prendere di petto il tema delle diseguaglianze che hanno assunto dimensioni sempre crescenti e che stanno all’origine vera della crisi. E chi se non la sinistra dovrebbe farlo? Se ne stanno convincendo ormai un po’ tutti, persino il Fondo Monetario Internazionale e il mondo della finanza riunito a Davos. Lo sa da tempo l’Amministrazione americana e lo dicono da più tempo ancora economisti come Stiglitz, Krugman e Piketty. Coloro che ancora tergiversano sono i conservatori europei e buona parte delle tecnocrazie di Bruxelles. Chi ci specula sopra sono le forze populiste e xenofobe.

Proprio in questi giorni è uscito l’ennesimo rapporto sulla povertà e la diseguaglianza in Europa, il rapporto Oxfam dove, riassumendo, si dice che: in Europa ci sono 342 miliardari che vantano un patrimonio totale di 1340 miliardi di euro, mentre 123 milioni di europei -quasi un quarto della popolazione dell’Unione- è a rischio povertà ed esclusione sociale; tra il 2009 e il 2013 il numero di persone che viveva in una condizione di grave deprivazione materiale, è aumentato di 7,5 milioni in 19 paesi tra cui Spagna, Irlanda, Italia e Grecia; l’1% più ricco della popolazione europea detiene oltre un terzo delle ricchezze del continente; i 7 milioni di europei più ricchi possiedono la stessa ricchezza dei 662 milioni più poveri. E il rapporto non risparmia l’Italia, dove il 20% più ricco detiene il 61,6% della ricchezza nazionale netta, mentre il 20% più povero appena lo 0,4%. Nel nostro paese dal 2005 al 2014 la percentuale di persone in stato di povertà è aumentata del 5% (dal 6,4% all’11,5%), 7 milioni in più, e siamo tra i paesi con più forti diseguaglianze dell’Unione (24 posto tra i 28). Ci sarebbe un vasto terreno d’iniziativa e di proposta politica per una sinistra democratica e riformatrice. Forse gli inglesi e Corbyn l’hanno capito.

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