Cooperazione, sulle ong è tempo di ascoltare gli appelli della società

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Le reti di ong hanno dichiarato la loro preoccupazione per non essere state ascoltate. La risposta spetta ora al viceministro con delega alla Cooperazione allo Sviluppo, Mario Giro

Dopo 27 anni e un lungo dibattito tra i gruppi parlamentari, le ong, gli enti locali, il terzo settore e il mondo del profit, si è arrivati all’approvazione della riforma della Cooperazione allo Sviluppo con la Legge 11 agosto 2014, n.125. Tutti gli attori hanno salutato favorevolmente la riforma, considerandola innovativa, che rende il Sistema Italia di Cooperazione allo Sviluppo più moderno ed europeo, con delle novità importanti. L’istituzione dell’Agenzia Nazionale e il coinvolgimento di nuovi attori al di fuori della tipologia delle ong riconosciute e iscritte nell’albo previsto dalla vecchia legge 49/87: il profit, le associazioni di volontariato e promozione sociale, le associazioni dei migranti finalmente entrano nel sistema. I nuovi attori sono ben definiti dalla legge istitutiva e successivamente confermati dall’articolo 17 dello Statuto dell’Agenzia, approvato con decreto del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale il 22 luglio scorso.

La scorsa settimana la doccia fredda: il Comitato Congiunto del Maeci ha varato le linee guida per l’accesso della società civile all’”elenco” che riconosce i soggetti no profit della cooperazione (art.26 L.125/2014), chiudendo le porte alla maggior parte delle categorie descritte nella legge che non abbiano di fatto i requisiti delle ong idonee della ex L.49/87. Nulla è cambiato, quindi. O meglio, qualcosa sì: l’inserimento del profit. Ma per questi soggetti non è prevista alcuna selezione per accedere al Sistema della Cooperazione. Eppure era chiaro cosa volesse il Parlamento. Un sistema che avrebbe allargato la possibilità di essere protagoniste a quelle tante associazioni che già si occupano di cooperazione/solidarietà internazionale. Una battaglia portata avanti dai protagonisti attuali della cooperazione italiana, le ong. Organizzazioni che avrebbero potuto battersi per il mantenimento dello status quo, ma si sono invece rese protagoniste del cambiamento, impostando un confronto per arrivare a un nuovo sistema, che coordinasse le molteplici iniziative.

Durante la discussione generale del provvedimento alla Camera dei deputati, poco prima dell’approvazione definitiva, la relatrice del provvedimento, Lia Quartapelle, diceva: “…Proprio per venire incontro all’idea che è cambiato il panorama dentro il quale ci muoviamo, la legge riconosce come attori della cooperazione non più solo le ong e le organizzazioni internazionali, ma tutta una serie di altri attori che fanno cooperazione, che facevano cooperazione fuori dalla normativa vigente e che oggi sono riconosciuti, sia dalla legge, che dalla possibilità di mettersi in contatto e di collaborare insieme alle iniziative del ministero”.

Le reti di ong hanno dichiarato la loro preoccupazione per non essere state ascoltate e l’Aoi – Associazione delle Ong Italiane – ha chiesto ad Agenzia e ministero, in primis al viceministro Mario Giro, garante del funzionamento della nuova legge, di verificare la possibilità di una revisione a breve termine dei criteri dell’elenco. Nel nome della piena partecipazione della società civile ai bandi e alle altre iniziative della cooperazione internazionale in un’ottica di sistema vera ed efficace.

Credo che questo sia un argomento di discussione che il nuovo viceministro con delega alla Cooperazione allo Sviluppo, Mario Giro, dovrà affrontare dando risposte ai molti appelli della società civile.

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