Convitati di pietra, la politica è lontana

M5S
Grillo Casaleggio

L’attesa sembra essere la chiave di lettura dello stato attuale del Movimento 5 Stelle

Keep calm and M5S al Governo, recitano le tshirt andate a ruba fra gli attivisti convenuti a migliaia a Imola: e, forse persino a insaputa di chi le indossa, mai come oggi il nesso fra le due parti della frase è così stretto, persino vincolante. Il M5s al governo è, almeno per ora, poco più di un desiderio e di uno slogan giustamente scandito per scaldare i cuori e motivare i militanti; ma è indubbio che per arrivarci occorre molta calma: nel linguaggio, nella rappresentazione di sé, nell’azione politica. Il M5s è oggi in mezzo al guado: la parte più avvertita della nuova leadership nazionale, formatasi in due anni di espulsioni a raffica e di meticoloso lavoro parlamentare, e che ha trovato in Luigi Di Maio il proprio punto di riferimento, avverte tutti i limiti della fase nascente del Movimento e comincia a interrogarsi su che cosa significhi, concretamente e nelle condizioni date, fare politica senza perdere il consenso (e anzi con l’obiettivo ovvio di ampliarlo).

Ma al di là dell’enunciazione del problema, che pure non è poca cosa, l’impressione è che la strada sia ancora tutta da percorrere, e che neppure ne esista una mappa precisa. E così lo stesso Di Maio, intervenuto ieri sera in prime time, subito prima di Casaleggio e di Grillo, non è andato oltre una generica esaltazione della «democrazia diretta», inneggiando alla partecipazione dei cittadini («anche di chi non ci vota»), al recall, alle leggi di iniziativa popolare oggi trascurate e neglette, al «referendum propositivo senza quorum»: ma a che cosa serva effettivamente «la democrazia nelle mani del popolo», come s’intersechi con le procedure e le regole della democrazia formale, e soprattutto quali obiettivi di governo si ponga, resta indeterminato e indeciso. Lasciata alle spalle almeno in parte la protesta pura, il M5s sembra ora incagliarsi nel metodo, eletto a mitica panacea della politica, senza osare entrare nel merito. Da un candidato premier, seppur in pectore, ci si aspetterebbe qualche idea sull’Italia, una visione, un progetto che vada oltre «l’onestà», la parola magica scandita a ripetizione da una folla festosa che cerca e trova identità, e poco altro. E tuttavia l’identità è essenziale in un movimento politico: è la definizione dei propri confini, ed è la base su cui costruire una politica – anche una politica non perfettamente consonante con le ingenuità costitutive del Movimento.

La scommessa dei prossimi mesi e anni sta tutta qui: in che misura e con quale consenso la leadership collettiva sarà in grado di portare su posizioni ragionevoli, politicamente fruttuose ed elettoralmente appetibili uno zoccolo duro di militanti e attivisti cresciuti nell’intransigenza e, spesso, nell’intolleranza. L’impressione di questa prima giornata di “Italia 5 Stelle” è che l’attesa sarà ancora lunga. Casaleggio, il teorico della purezza rivoluzionaria, ha modulato il suo intervento sui toni della resistenza, persino del vittimismo («Ci siamo ancora, l’offensiva mediatica è fallita…»), concludendo infine con una parafrasi di una famosa battuta dei Blues Brothers: «Siamo in missione per conto della democrazia e dell’onestà». Un po’ poco, per un partito che ambisce al governo. Molto, però, se si guarda all’immediato futuro da una posizione di arrocco, di resistenza, di attesa. È forse questa la chiave di lettura più adatta a comprendere lo stato del M5s oggi, il guado in cui si è venuto a trovare e che intende presidiare fino a nuovo ordine: l’attesa.

Convitato di pietra e grillo parlante, spettatore indignato e testimone severo, il Movimento aspetta sulla riva del fiume che il sistema politico consumi fino in fondo la sua credibilità: dopodiché, messianicamente, gli si spalancheranno le porte del governo e del potere. In fondo, la scelta di non mescolarsi mai con gli altri partiti, di non votare mai neppure le leggi che più sembrano e sono vicine alle proprie idee, di non combattere mai fino in fondo le faticose battaglie sugli emendamenti, di alzare ogni volta il tiro con proposte create apposta per essere giudicate irrealizzabili (come il reddito di cittadinanza, che nella versione grillina costerebbe 20 miliardi all’anno) – tutto ciò indica una scelta precisa e forse irreversibile: è il crollo del sistema, auspicato e atteso e incoraggiato, la vera forza del Movimento, oggi come due anni fa come domani. Il malcostume, qua e là, sembra confermare questa strategia, e in parte alimentarla; la ripresa economica, lenta ma innegabile, disegna però un contromovimento in sé sufficiente a mostrare un’Italia diversa, a sminare il campo del qualunquismo e della polemica antipolitica, a restituire dignità e valore al sistema democratico. La battaglia è in corso, e l’esito non del tutto certo: ma il terreno è questo. E chi si aspettava da Imola un passo avanti del M5s sulla strada della politica dovrà attendere ancora.

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