Contro i corrotti serve la politica

Politica e Giustizia
Briber

Sempre più spesso, più al Sud che al Nord, uomini e donne che rappresentano la classe dirigente del Paese abdicano al ruolo pubblico e diventano portatori di interessi particolari

Sgomberiamo il campo dagli equivoci. Le vicende giudiziarie non sono la causa ma la conseguenza, e un avviso di garanzia è, appunto, una garanzia che non può, e non deve, surrogare una sentenza. Il punto è un altro. E attiene al contesto: soprattutto a quello meridionale, ma non solo, non più solo. Un contesto melmoso, appiccicoso, in cui l’opinione si forma prevalentemente sui social, in cui non c’è più nessuno che spiega, racconta, si confronta, litiga e sbatte le porte e poi chiarisce e spiega ancora. Che fa politica, insomma, con le persone vere e non con un profilo, che non cerca i like e non misura il suo consenso sulla capacità espressiva di uno slogan o di un manifesto. Un contesto che al Sud, soprattutto al Sud, si degrada ora dopo ora, dove la fame di lavoro è più alta che altrove e dove, straordinariamente, i depositi bancari sono più alti che altrove. E dove, sempre più spesso, più al Sud che al Nord, ma anche al Nord, uomini e donne che rappresentano la classe dirigente del Paese abdicano al ruolo pubblico e diventano portatori di interessi particolari.

Alcuni lo fanno senza rendersene conto, altri per calcolo economico, altri ancora per trasformare quella capacità di intermediazione in preferenze elettorali, altri ancora per contiguità. È il mondo di mezzo al quale attinge la mafia per eleggere i suoi uomini nei Comuni, nelle Regioni, in Parlamento. Da quando? Non saprei dirlo, certamente negli ultimi quarant’anni, conservando l’immutabile capacità di mantenersi indifferenti al colore politico e di aggrapparsi al carro del vincitore: ieri la Dc e il Psi, poi Forza Italia, oggi il Pd. Accade a prescindere dalla volontà dei partiti, anzi nonostante la dichiarata volontà di respingere quegli uomini e le politiche securitarie e di contrasto a mafia e corruzione.

Ma sono due percorsi che corrono paralleli, molto spesso destinati a non incontrarsi se non alla fine, quando si scopre che la prevenzione ha fallito e non resta che la magistratura. Ricordavo qualche mese fa su questo stesso giornale, citando lo storico Paolo Macry che riesaminava, riattualizzandola, la mai risolta questione meridionale, che “qualunque sia stato storicamente il ruolo dei governi centrali, molta parte del problema va addebitata alle classi dirigenti e alle comunità del Mezzogiorno”: eletti ed elettori, i manager delle aziende strategiche, l’élite della burocrazia degli enti locali. Soggetti portatori di quegli interessi particolari – la casta, dice qualcuno – che dell’intermediazione politica hanno un bisogno vitale.

Accade perché il contesto è anche sfilacciato e perché si è consumato il tempo dei vecchi partiti e, tout court, dei corpi intermedi, senza che quelle agenzie di formazione e di aggregazione del libero consenso siano state sostituite da altre cose. Nel deserto c’è spazio per tutto, e la mafia (in qualunque modo regionalmente si chiami) finisce per conquistarne parti consistenti. Torniamo alle vicende degli ultimi giorni, agli arresti di Santa Maria Capua Vetere e all’avviso di garanzia per concorso esterno notificato al presidente dell’assemblea regionale del Pd della Campania. Il merito delle accuse non mi interessa, è materia di cui si occupano i magistrati. Ma negli atti è raccontato, ancora una volta, il contesto in cui certe accuse nascono e certe ipotesi d’indagine trovano fondamento.

Ebbene, il racconto è quello della compravendita di un appalto condita da una vicenda corruttiva in cui compare, nella veste di comprimario, un imprenditore della ristorazione nato e cresciuto a Casapesenna, paesino di poche migliaia di abitanti che è stato per decenni il regno incontrastato e il rifugio sicuro di uno dei più importanti e sanguinari capi della camorra casalese, Michele Zagaria. L’imprenditore appartiene a quel mondo di mezzo di cui si diceva in premessa: incensurato, certo, ma già coinvolto – lui e la sua famiglia – in altre indagini di mafia. Cattiva fama che non aveva superato il Garigliano ma ben nota in provincia di Caserta. Ebbene, il punto dolente della storia è l’indifferenza rispetto alle qualità pubbliche di quest’uomo, accolto a braccia aperte e utilizzato (ma era lui che utilizzava gli altri) per la bisogna.

Indifferenza che si trasforma in cinico calcolo utilitaristico quando occorre la sua intermediazione per sollecitare una pratica in Comune o il consenso elettorale: a prescindere dalla liceità della pratica e dall’espressione di voto. Quell’imprenditore è uno dei tanti detentori meridionali dei pacchetti di consensi: voti contati, certi, garantiti. Voti che ben poco hanno a che fare con la libera espressione di una volontà politica e che passano dall’uno all’altro candidato, dall’uno all’altro partito, a seconda della previsioni di vittoria. Ed è questa la responsabilità dei partiti di governo degli ultimi quarant’anni: non aver saputo riconoscere la capacità malefica di quel consenso acquisito a pacchetti (peraltro estremamente volatile) e la pervasività di chi lo offre sul mercato. Quel voto è inquinato alla radice perché non è un voto libero.

La scommessa vera, dunque, non è bilanciare la frenata del voto di opinione con quello garantito per portare a termine un programma; è, invece, lavorare per allargare la fascia di opinione, mettendoci la faccia e dimostrando con i fatti che una politica diversa è possibile, che il marcio non è affatto ovunque, che la corruzione o la mafia non sono etichette da attaccare sui contenitori ma sulle persone che sbagliano. Trovo incomprensibili e ingenerose le semplificazioni populistiiche che attribuiscono al Pd, che oggi governa, le responsabilità di alcuni dei suoi uomini. E non ritengo utile discutere delle garanzie individuali, che non intendo affatto contestare (anzi) auspicando anche io processi veloci e sentenze. Ma a prescindere dall’esito dei processi, il contesto è indubitabilmente quello raccontato dalle carte delle ultime inchieste. Credo che sia arrivato il momento di guardare in faccia, finalmente, i mali del Paese senza cercare in risposte panpenalistiche la soluzione. Quella tocca alla politica, ciascuno per il suo e per quanto riesce a fare. Non è facile, anzi. La questione meridionale, che progressivamente è diventata questione nazionale, è vecchia quanto l’unità d’Italia. Ma credo che sia ancora possibile se solo queste istanze, che hanno poca voce ma molta forza, diventano le istanze di tutti. Iniziando a dare una nuova veste alla forma dei partiti, ormai diventati comitati elettorali permanenti nei quali la selezione della classe dirigente è demandata alla singola capacità di aggregare consenso organizzato. Fare finta di niente è suicida, per l’intero Paese.

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