Contro Bersani e Happy days

Sinistra
Stefano Fassina (s) con Pierluigi Bersani (d) durante la convention della minoranza del Partito Democratico, "A sinistra nel Pd, per la democrazia e il lavoro: l'Italia può farcela". Roma 21 marzo 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Il loro unico obiettivo è abbattere la sinistra che c’è, a qualunque costo

Nel giorno in cui in alcune province della Bielorussia si festeggia il novantottesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, nasce al teatro Quirino di Roma Sinistra italiana (con la maiuscola), ennesima – ma di certo non ultima – variante dell’inesauribile tendenza della sinistra italiana (con la minuscola) a promuovere scissioni in nome dell’unità. L’esordio è scoppiettante, come s’addice a chi vuol cambiare il mondo: l’immancabile appello degli intellettuali disegna infatti un paesaggio di rovine, una catastrofe senza rimedio, un diluvio universale dove «lo spazio della politica si è ridotto», dove i diritti, l’ambiente, la sicurezza economica, il benessere materiale e persino lo «sviluppo spirituale» sono «fortemente limitati», dove la democrazia «è messa in discussione», dove tutti i partiti socialisti del pianeta «si limitano all’amministrazione dell’esistente» e, naturalmente, lo fanno «in modo subalterno all’impianto liberista». Non stupisce dunque che in tanta luttuosa desolazione Stefano Fassina spieghi nella sua relazione introduttiva che «Sinistra italiana ha una proposta di governo alternativa al liberismo da Happy days del segretario del Pd».

L’allegria è bandita perché giudicata un intollerabile cedimento all’avversario di classe, la serenità è un complotto del grande capitale, la felicità un vizio borghese: come diceva il predicatore di Non ci resta che piangere ad uno sbigottito Massimo Troisi, «ricordati che devi morire». La citazione di Happy days introduce tuttavia un divertente cortocircuito simbolico che merita di essere analizzato. Quando andò in onda in Italia la prima puntata Matteo Renzi aveva due anni, dodici quando fu trasmessa l’ultima: siamo dunque in piena era del gettone telefonico. Fu Nanni Moretti a ripescare polemicamente il telefilm alla fine degli anni Novanta: «I giovani comunisti romani stavano tutti i pomeriggi davanti al televisore a vedere Happy days… È questa la loro formazione politica, culturale e morale».

Fonzie rispose ironicamente da Los Angeles: «Mi guardo bene dal dire che chi va in Vespa è uno snob di destra e chi va in bicicletta un contadino di sinistra». Il regista di Aprile, ad ogni modo, ce l’aveva con Veltroni e soprattutto con D’Alema, che di alcuni dei fondatori di Sinistra italiana è il maestro: e ascoltare oggi Fassina che dà del D’Alema a Renzi citando una serie americana ha un suo indubbio sapore pop. Il «liberismo selvaggio» – che s’annida ovunque, come il diavolo per i telepredicatori del Texas – sarà pure il male assoluto, ma intanto, secondo le migliori tradizioni, il primo nemico da battere è la sinistra reale: non soltanto quella di Renzi, che ormai è considerata perduta alla causa, ma anche e soprattutto quella di Bersani, che, addirittura, «fa il gioco della destra». La quarta sinistra, quella di Civati, è rimasta lontana dal Quirino e si organizzerà per conto proprio: si chiama «Possibile», e dunque statutariamente non pone limiti alla provvidenza. L’attacco frontale a Bersani, reo di sostenere la necessità di restare nel Pd senza per questo rinunciare alla battaglia politica, è in effetti la chiave per comprendere il senso dell’impresa di Fassina, Vendola e D’Attorre: per definire la propria identità, per reclamare un’incorruttibile purezza, per confermarsi nell’intransigenza rivoluzionaria i dirigenti di Sinistra italiana non si occupano né si occuperanno di Berlusconi, di Salvini o di Grillo. Il loro unico obiettivo è abbattere la sinistra che c’è, a qualunque costo, e chi come Bersani o Cuperlo non è d’accordo è un nemico anche peggiore dell’usurpatore Renzi. Proletari di tutto il mondo, separatevi.

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