Contratti, la via della riforma

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Come è possibile aumentare la produttività e l’occupazione e consentire, per questa via, un recupero del reddito disponibile dei lavoratori

La riforma del sistema di contrattazione riguarda principalmente un quesito: come sia possibile aumentare la produttività e l’occupazione e consentire, per questa via, un recupero del reddito disponibile dei lavoratori. Sindacati e Confindustria sanno bene che il vecchio modello contrattuale è un ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo e che bisogna avviarsi sulla strada del decentramento della contrattazione, cioè avvicinare il salario alle dinamiche produttive locali, delle singole aziende, dei territori e dei settori. Al costo di semplificare eccessivamente l’analisi di questi ultimi dieci anni, vale la pena di mettere alcuni punti fermi sui ritardi dell’economia italiana. Per prima cosa, il nostro gap fondamentale rispetto alle economie più dinamiche dell’Unione Europea ha due nomi: produttività e occupazione. Il calo della produttività è il principale responsabile dell’aumento del costo del lavoro per unità di prodotto, mentre la riduzione degli occupati e l’aumento della disoccupazione sono responsabili del calo della domanda interna.

Riconoscere questo punto è importante per evitare di attardarsi su spiegazioni errate della crisi. Una di queste è che il calo della domanda interna sia dovuto a una riduzione dei salari reali e della quota di reddito che va al lavoro (come suggerito in un documento di alcuni economisti pubblicato su questo giornale il 17 gennaio). In realtà, i salari reali in Italia hanno sostanzialmente tenuto in questi ultimi dieci anni, certamente molto meglio degli altri paesi del Sud-Europa, a fronte di un crollo del Pil di oltre il 10%. Inoltre, un recente lavoro di Turrini (lavoce.info) mostra che, se escludiamo dal Pil le rendite immobiliari, la quota del lavoro sul valore aggiunto dal 2000 a oggi è cresciuta di circa 10 punti percentuali. Dunque, il calo della domanda interna in Italia non può essere stato causato dalla moderazione salariale. A causa della stagnazione dei prezzi di questi anni, risulta difficile giustificare aumenti generalizzati dei salari nominali. Se questi aumenti dovessero essere compensati da un’ulteriore riduzione dell’occupazione e della produttività, sarebbe una vittoria di Pirro.

La Germania è stata accusata di aver operato una decentralizzazione eccessiva della contrattazione. In effetti, in questo paese la dispersione dei salari e la diffusione dei contratti a termine o part-time sono fortemente aumentati a partire dal 2005. Ma questa operazione è stata gestita in modo consensuale con i sindacati, che hanno riconosciuto la necessità di fare fronte alle sfide della crisi e alla concorrenza internazionale. Per quanto controverse, queste nuove pratiche hanno consentito di mantenere la disoccupazione a livelli molto bassi (circa il 6%), aumentare la competitività delle imprese nei mercati emergenti grazie a una migliore qualità dei prodotti e, infine, hanno generato notevoli aumenti salariali (maggiori di ogni altro paese europeo) dopo la crisi.

A mio parere l’Italia avrebbe molto da guadagnare da un sistema contrattuale più decentrato, che, occorre ricordare, non riguarda solo il salario, ma soprattutto mansioni, orari e flessibilità interna. La ragione principale è l’elevatissima eterogeneità delle imprese e dei livelli di produttività in termini geografici e di settore. In questo quadro, la prevalenza del contratto nazionale su quello aziendale scoraggia l’innovazione nelle imprese più produttive e mette fuori mercato quelle meno produttive. Più in generale, esiste una solida evidenza empirica secondo cui le pratiche innovative sono maggiormente diffuse tra le imprese dotate di contrattazione aziendale. Ma occorre considerare due peculiarità che rendono problematica l’applicazione del modello tedesco. Per prima cosa, i nostri sindacati sono divisi e non hanno una presenza istituzionalmente riconosciuta nei consigli di amministrazione. In secondo luogo, non esiste ancora una chiara normativa sulla rappresentanza che consenta la piena esigibilità degli accordi e il freno alla conflittualità dei sindacati minori. Infine, il nostro tessuto industriale è molto frammentato e composto prevalentemente di piccole imprese nelle quali non è facile arrivare alla definizione di accordi aziendali.

Il problema della riforma della contrattazione si gioca sulla soluzione di questi dilemmi: come risolvere il problema della rappresentanza, chi e come deve definire i minimi salariali, come incoraggiare il welfare aziendale e la flessibilità interna necessaria a favorire recuperi di produttività e occupazione. Investimenti pubblici e politiche industriali possano aiutare (con quali risorse?), ma non certo risolvere il problema della scarsa innovazione e della scarsa competitività delle nostre imprese.

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