Consigli (non richiesti) al Pd

M5S
Un'immagine dell'esterno del Campidoglio durante riunione di Giunta, la seconda dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Roma, 16 Ottobre 2015, ANSA/ GIUSEPPE LAMI

E’ vivamente sconsigliabile che il Pd commetta lo stesso errore commesso tante volte con Berlusconi: dare per morto il M5S, e rinchiudersi in una sterile propaganda anti

Il caso romano dimostra che la pretesa purezza grillina non è che lo strumento attraverso cui nuovi gruppi di potere, a Roma strettamente connessi con un milieu di destra, cercano di impadronirsi delle leve di comando in continuità con la stagione alemanniana che generò mafia capitale.

Può darsi che Grillo ci metta una pezza e la giunta Raggi prosegua fino a fine mandato oppure che la crisi precipiti più rapidamente. Nell’un caso e nell’altro, è vivamente sconsigliabile che il Pd commetta lo stesso errore commesso tante volte con Berlusconi: dare per morto il M5S, e rinchiudersi in una sterile propaganda anti. Intendiamoci, l’opposizione deve fare il suo mestiere e continuare a denunciare le bugie, le incompetenze, le contraddizioni di Raggi e della sua giunta incapace di governare Roma.

Non deve però cadere nella trappola della rissa mediatica che, messa una pezza alla bell’e meglio, i grillini cercheranno di scatenare per recitare l’unica parte di cui sono capaci: le vittime dei poteri forti alleati contro di loro per cacciare gli onesti dal Palazzo (è il copione già scritto dal preannunciato no alle Olimpiadi). Chiaro che è una balla: a Roma gli unici poteri forte che si sono visti all’opera sono quello del padrone della monnezza, Manlio Cerroni, riportato in auge dall’assessora Muraro e quello dello studio Sammarco, regista delle nomine capitoline.

Tuttavia questa narrazione continua ancora a fare breccia nell’elettorato che ha votato M5S soprattutto per punire la condotta del centrodestra e del partito democratico romano. Occorre attendere con pazienza che il dubbio che si è aperto in questi giorni lavori nella testa degli elettori e intanto fare la mossa del cavallo. Non un assalto frontale, dunque, ma una strategia più raffinata.

Bisogna mettersi in condizione di parlare con gli elettori che hanno votato la Raggi non per le sue qualità ma per punire chi l’ave va preceduta e nella speranza di un cambiamento. Questi elettori non cambieranno idea se gli si dice: loro sono uguali a tutti gli altri, pentitevi, ma se li si mette dinnanzi all’assenza di proposte per la soluzione dei problemi della città.

Non servono dossier sull’inconcludenza dei primi cento giorni della giunta Raggi: i fatti sono sotto gli occhi di tutti. Occorrerebbe piuttosto presentare un’idea di Roma per i prossimi trecento. Non un libro dei sogni, ma poche proposte chiave, costruite dal basso attraverso una larga consultazione, anche attraverso la rete, del mondo del volontariato, del lavoro, delle competenze e dell’impresa.

Le questioni sono quelle aperte e le idee certamente non mancano: sui trasporti si potrebbe presentare un piano che riprenda l’opera di risanamento avviata dal dg Rettighieri che comporterebbe un duro scontro con le lobby sindacali; sui rifiuti rilanciare la sfida di rendere Roma autonoma da Cerroni (è possibile perché i quattro Tmb già in funzione sono in grado di smaltire le 2.800 tonnellate di indifferenziato che la città produce ogni giorno) e proseguire anche qui nell’opera di risanamento avviata da Fortini e Filippi; lanciare un grande piano di ricucitura e rinascita delle periferie, individuando insieme ai cittadini priorità e inventando anche nuove modalità di reperimento delle risorse. Tutte proposte (sono solo degli esempi ovviamente) che potrebbero essere elaborate in tavoli aperti alla città e presentati come un piano da condividere e votare in consiglio, sfidando così il M5S a esprimersi su principi di efficienza, lotta contro le corporazioni sindacali, misure contro l’esclusione sociale che sono da sempre, a parole, nei loro pro grammi.

Il Pd potrebbe trasformare i suoi circoli nel motore di questo movimento di rinascita civica della città, diventando uno strumento al servizio dei cittadini. Il problema dei democratici a Roma, infatti, non è solo il recupero di una credibilità sul piano dei comportamenti morali, ma di una “utilità” per i cittadini. La tradizione del movimento democratico romano potrebbe venire in soccorso sull’oggi: la svolta delle giunte di sinistra degli anni settanta con Petroselli non nacque infatti nel deserto, ma fu costruita attraverso un grande movimento nelle borgate e nei quartieri popolari che si univa a una mobilitazione delle migliori energie scientifiche, dando vita a un nuovo riformismo urbano. Così il Modello Roma nacque dall’incontro fecondo tra una lotta intransigente contro la corruzione delle giunte di pentapartito degli anni ’80 e i nuovi e moderni ceti dirigenti che il sistema della corruzione teneva ai margini e che furono la spina dorsale della prima giunta Rutelli.

Non so dire se, come ha proposto Chicco Testa sull’Unità nei giorni scorsi, ciò possa sboccare in una lista civica democratica alle prossime elezioni. Certo non va disperso lo spirito di quell’idea, e recuperare la connessione con quel popolo democratico romano che si è astenuto o ha votato Raggi per disperazione.

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