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Cosa c’è dentro lo scontro che sta lacerando il Pd

Dunque, Renzi sta sfasciando la sinistra dividendo il Pd spingendo verso l’uscio una parte del partito e Cuperlo ovviamente gli sta dando una mano almeno indirettamente («Rinnegato, sei un rinnegato non ti conosciamo più…» , Rinnegato, 1973, Bennato) per un piatto di lenticchie o una falsa promessa (cambiare l’Italicum). Un servo sciocco, peggio di un saragattiano avrebbero detto nel Pci. Basterebbe però riavvolgere il nastro un po’ per rendersi conto che c’è una sinistra conservatrice che a ogni possibile svolta cerca di frenare frapponendosi a ogni cambiamento e fin qui, spesso, c’è purtroppo riuscita.

Occhetto ebbe il coraggio di chiudere la stagione del Pci per dare inizio a una nuova stagione della sinistra (il partito carovana aperto ai club della sinistra e alla società civile) e non a un semplice maquillage come volevano quelli che vedevano la “svolta” solo come dura necessità per rispondere, cambiando nome e simbolo, al crollo del muro di Berlino. Non a caso l’allora responsabile organizzazione del partito, Piero Fassino, stava cercando di realizzare un nuovo modello di partito in cui «superare una concezione dell’organizzazione autoreferenziale e auto-riproduttiva in cui unici soggetti titolari di diritti e di potere sono gli iscritti per assumere invece come referenti una platea assai più vasta: certamente gli iscritti, ma al tempo stesso anche gli elettori e la più ampia opinione pubblica» (Idee e proposte per la costituente, giugno 1990). Ma Occhetto e la sua proposta politica erano ovviamente “ondivaghi” e quindi andavano indeboliti, consumati e infine destituiti. E così fu.

Però oramai era impossibile fare finta di niente e così per la nuova leadership dell’allora Pds si ascoltò la base (allora privi di smartphone e social network c’era il popolo dei fax) che diede una precisa indicazione di cui però la maggioranza dei dirigenti del partito fece il contrario.

Pochi anni dopo e l’Ulivo appena nato viene soffocato in culla. Nelle elezioni politiche del 1996, l’Ulivo nei collegi maggioritari ottiene 500mila voti in più della somma dei singoli partiti che lo componevano (specialmente Pds e Ppi) nel proporzionale. Mal gliene incolse. Perché quando si proverà a fare il passo in avanti da Ulivo coalizione a Ulivo partito togliendo di mezzo il trattino tra centro e sinistra, la svolta viene frenata, poi bloccata e infine smontata pezzo a pezzo.

Del resto «la strada indefinita dell’Ulivo che è qualcosa di più della somma dei partiti della coalizione mi risulta incomprensibile» spiegava a Gargonza (1997) l’allora segretario del Pd Massimo D’Alema. Non a caso di lì a poco saltò definitivamente il coordinamento nazionale de l’Ulivo che Prodi chiedeva per superare la dialettica esclusiva fra Pds e Ppi (D’Alema e Marini) e poco dopo saltò pure il governo Prodi. E con lui la possibilità di costruire finalmente anche in Italia un partito riformista di massa.

Circa 10 anni di attesa e nel 2007- 2008 ci si riprova: ecco il Pd. Tutto bene? No.

L’amalgama è «mal riuscito», la fusione è avvenuta «a freddo», manca «un senso» spiegano i conservatori già ex Pci e ex Dc che però sostengono Veltroni e la sua proposta di partito a vocazione maggioritaria in cui il leader è anche candidato premier e che sceglie i propri dirigenti interni e i propri candidati con le primarie aperte ai cittadini. Ma è una scelta tattica non strategica. Si sostiene Veltroni perché vincerà Veltroni non perché si crede nel suo progetto di Pd come «partito nuovo e non nuovo partito» . E infatti subito dopo le politiche del 2008 (quasi 12 milioni di voti per il Pd, cifra mai raggiunta fin qui e solo sfiorata dal Pd alle europee del 2014) ri-comincia l’opera di sfiancamento e indebolimento del Pd anche attraverso la costruzione di una corrente organizzata chiamata Red (Riformisti e democratici) con un proprio tesseramento e propri organi di informazione, compresa una tv. Invece di iniziare un nuovo cammino partendo da quei 12 milioni di italiani si sceglie di dare «un senso» ma in direzione inversa. E così, ad esempio, al posto di un Pd in cui il segretario è anche (candidato) premier e la sovranità appartiene non solo agli iscritti ma anche e soprattutto agli elettori dem attraverso le primarie si disegna (mozione Bersani al congresso 2009) un Pd come un partito in cui «la sovranità appartiene agli iscritti che, sulla base di regole, la delegano in determinate occasioni agli elettori» e dove «non ci deve essere nessun automatismo tra direzione del partito e candidatura alla premiership».

Anche perché come spiegava D’Alema era «necessario liberarsi di un progetto di partito che ha chiuso in una gabbia troppo asfittica il Pd, una sorta di berlusconismo debole articolato su capo, media e massa». E così fu. Almeno fino alle tragiche elezioni politiche del febbraio 2013. Il resto della storia fino a questi nostri giorni è cronaca. Da stabilire se da qui al prossimo 4 dicembre quel pezzo di storia che come persone di sinistra abbiamo oramai alle spalle sarà anche in grado di insegnarci qualcosa.

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