Con il No Berlusconi tradisce i principi di una destra liberale. Una lettura teorica

Referendum
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Brunetta è arrivato alle “convergenze parallele” con l’antiberlusconismo militante

La condotta contraddittoria e schizofrenica del centrodestra italiano – un’entità oggi più che mai rarefatta –in materia di riforme istituzionali è penalizzante in termini strategici e incoerente rispetto all’apparato valoriale di un centrodestra che voglia dirsi tale, fermo restando che l’efficienza del sistema democratico dovrebbe essere un obiettivo condiviso e non politicizzabile.

È sufficiente un brevissimo excursus per ripercorrere l’estenuante susseguirsi di proposte, controproposte, retromarce repentine e giravolte che hanno caratterizzato un ventennio di riforme strutturali annunciate e mai andate in porto.

Il «patto della crostata», siglato nel giugno del 1997 in occasione della Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, prevedeva l’introduzione di una forma di semipresidenzialismo alla francese, unitamente a un sistema elettorale maggioritario a doppio turno di coalizione.

Nel febbraio dell’anno successivo Berlusconi, vistesi rifiutare le contropartite chieste sul tema dell’indipendenza della magistratura, ribaltò il tavolo tirando fuori dal cilindro il cancellierato alla tedesca.

Poco meno di vent’anni dopo il «patto del Nazareno» è stato, coi dovuti distinguo, una sorta di déjà vu.

Dopo aver ancora una volta ribaltato il tavolo (in questo caso in seguito a una sgradita elezione al Quirinale), Berlusconi ha temporeggiato qualche mese per poi decidere di riunificare il solito rassemblement conservatore – la triade forzisti-leghisti- postmissini – nell’ostilità al premier in carica.

I tre leader, durante un vertice ad Arcore, hanno sottoscritto un accordo programmatico velleitario e compilativo col quale s’impegnano a farsi promotori di una riforma costituzionale “alternativa” – che dovrebbe prevedere, fra l’altro, l’introduzione del presidenzialismo (con l’elezione diretta del Capo dello Stato), del mandato imperativo (!) e della sottoponibilità a referendum delle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali.

Ricapitolando, Berlusconi si accordò con D’Alema, nel 1997, per l’introduzione del semipresidenzialismo, per poi proporgli, meno di un anno dopo, il cancellierato, così facendo naufragare il patto. Nel 2006 la sua maggioranza parlamentare approvò un disegno di riforma costituzionale che, se non fosse stato bocciato dagli elettori, avrebbe introdotto quello che Leopoldo Elia definì un premierato assoluto. Dopo aver da ultimo pattuito con Renzi, nel 2014, un’intesa circa una revisione della costituzione che rafforzasse solo in via obliqua l’esecutivo e aver fatto per l’ennesima volta retromarcia, s’impegna adesso a proporre, nel futuro prossimo, il presidenzialismo all’americana: mancano solo il modello direttoriale adottato dalla Confederazione Elvetica e quello neoparlamentare per completare il novero delle forme di governo conosciute dalla dottrina.

L’introduzione del vincolo di mandato – così come della possibilità di sottoporre a referendum i trattati internazionali, una boutade euroscettica tipicamente salviniana – merita di essere liquidata più che brevemente: si tratta di un istituto in vigore nell’ancien régime (e archiviato, ovviamente, dalla stragrande maggioranza dei sistemi rappresentativi moderni) che appalterebbe la democrazia alle oligarchie partitiche – non per nulla Grillo e i suoi stravedono per questa anticaglia giuridica.

Ciò detto, è un peccato che anche Berlusconi – un innovatore, con tutti i suoi limiti – si sia arroccato nella contrarietà pretestuosa e strategica all’ennesimo tentativo di modernizzare un sistema ingessato che egli stesso ha sempre qualificato come tale. Ne perde, in credibilità, l’intero polo: l’esistenza mediatica del centrodestra – e cioè la sua esistenza tout court: l’elettore è anzitutto homo videns (Sartori) – si esaurisce, oggi, nel presenzialismo di Renato Brunetta.

Ne consegue che la campagna referendaria, ben lungi dall’esser defilata come l’avrebbe voluta Gianni Letta, è semmai nevrastenica, sguaiata al punto da configurare quelle che nel politichese della Prima Repubblica sarebbero state definite “convergenze parallele” («Viva Travaglio, viva Zagrebelsky, viva il Movimento Cinque Stelle» ha twittato Brunetta qualche giorno fa: un inedito e sconcertante endorsement ai capifila dell’antiberlusconismo militante).

Ma al di là dei calcoli strategici, la sponsorizzazione del No si configura come un tradimento ai principi guida della realtà berlusconiana. Il professor Gustavo Zagrebelsky, durante il confronto con Renzi su La7, ha manifestamente espresso la propria ostilità a una democrazia decidente, preferendo evidentemente il modello consociativo-partitocratico. Crede forse che le inadempienze di un esecutivo debole possano essere colmate dalla salvifica supplenza della magistratura – i poteri vantano il requisito dell’elasticità: se ne contrae uno e l’altro si espande – così come, coi dovuti distinguo, nell’Europa altomedievale il diritto post-romanistico compensava l’assenza di una sovrastruttura statale: secondo la dottrina liberale l’espansione smisurata del potere, o di un potere, è una tendenza non patologica ma fisiologica dello stesso, di conseguenza approvare una riforma destinata a bilanciare la tripartizione dei poteri mediante la stabilizzazione dell’esecutivo (senza peraltro alterare i meccanismi di check and balance, così da non allarmare gli affetti da”complesso del tiranno”) dovrebbe essere l’imperativo di qualunque liberale puro nonché consapevole, fra l’altro, che il dinamismo di un mondo globalizzato non lo si può gestire con la decretazione d’urgenza.

Marcello Pera e Giuliano Urbani, due pilastri del primo berlusconismo, lo hanno capito, e con loro potrebbero capirlo migliaia di elettori di centrodestra cui Renzi ha dichiarato di volersi rivolgere – e, checché ne dicano gli esponenti della minoranza dem, eredi della tradizione diessina (il programma del Pds, nel ’94, includeva una revisione della Costituzione pressoché identica a quella proposta da Renzi: in tema di schizofrenia) checché ne dicano gli esponenti della minoranza dem, si diceva, ne ha ben donde: è a loro che occorre rivolgersi, una maggioranza silenziosa ma critica sedotta e abbandonata, vent’anni fa, dalle sirene della «rivoluzione liberale», piuttosto che alla rabbiosa constituency grillina, dal canto suo plagiata – se non completamente eterodiretta – dal marketing digitale e dalla fascinazione fideistica esercitati rispettivamente dalla Casaleggio Associati Srl e da Beppe Grillo.

Chissà chi avrà ragione, a dicembre, fra chi tenta di conquistare la quota razionale di un elettorato non suo e chi si getta in quell’eterogenea mischia del No che include, fra le altre, le leadership in decadenza di quell’elettorato, aduse a subordinare l’inderogabile esigenza di riformare il Paese alla necessità di stare a galla ancora un po’.

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