Con #matteorisponde Renzi dà la parola a chi prima non l’aveva

Social network
Il fermo immagine mostra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante la diretta twitter e facebook da Palazzo Chigi, Roma, 05 aprile 2016.
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Usare più mezzi di comunicazione contemporaneamente non è un esercizio di stile ma un nuovo livello per la disintermediazione

Martedì scorso Matteo Renzi, per la prima volta live su facebook, è tornato con #matteorisponde, il format utilizzato fin dalle primarie del 2013. Come sempre ha suscitato molte riflessioni sulla tecnologia, sui media e anche sul giornalismo. Ad oggi il video ha raggiunto 2,2 milioni di persone di cui l’80% al di fuori dei fan della pagina, coinvolgendo direttamente 510mila persone con 140mila interazioni.

Sono numeri enormi, che tranquillamente ci raccontano di una best practice mondiale. Ma non dobbiamo limitarci al dato numerico. Non è soltanto un pubblico potenzialmente maggiore di quello di un talkshow, non parliamo di semplici telespettatori, ma di partecipanti ad un dialogo, di fruitori di un contenuto che in diretta o meno hanno deciso di contribuire e interagire positivamente o negativamente con i propri commenti.

C’è un elemento ulteriore: non solo un capo di governo del G8 ha risposto alle domande aperte dei cittadini in diretta ma lo fa contemporaneamente su più social network. Non dimentichiamo, infatti, che stavolta la sessione di domande e risposte non era limitata a facebook ma includeva anche twitter. Su twitter l’hashtag #matteorisponde è stato l’argomento principale di conversazione per la giornata. Ad un certo punto anche la messaggistica istantanea di WhatsApp ha fatto capolino (e sono abbastanza convinto che presto lì risiederà il dibattito pubblico).

Usare più mezzi di comunicazione contemporaneamente non è un esercizio di stile ma un nuovo livello per la disintermediazione che ha caratterizzato la comunicazione politica di Renzi fin dall’inizio. Disintermediazione non è esclusione di qualcuno a favore di altri ma l’opportunità di parlare direttamente con chi prima non aveva questo diritto di parola e l’occasione di poter raccontare meglio in modi di versi.

Molteplicità al posto dell’esclusività non toglie democrazia, la aggiunge. La strada che lo ha portato ad essere il primo a usare un hashtag in un discorso politico in assemblea pubblica è la stessa dei #matteorisponde e segue il cambiamento del modo di comunicare e scambiarsi le informazioni dei cittadini nel XXI secolo: l’ibridazione e l’atomizzazione dei media nelle nostre vite. La televisione non è più il sole al centro dell’universo mediatico, ora al centro c’è la nuvola informativa e la tv, la radio, il web, i Social Media, i quotidiani sono insiemi che tra di loro si intersecano, si sovrappongono, costituiscono un nuovo spazio pubblico.

Proprio perché la complessità nella comunicazione è aumentata enormemente, bisogna essere in grado di gestirla. Chi non riesce si getta nella semplificazione selvaggia come Grillo e Salvini. Renzi invece è il primo politico in Italia a saperne far buon uso. Lo fa a partire dal linguaggio politico che non è, a differenza di altri in passato, differente per ogni medium, a compartimenti stagni.

Il linguaggio è lo stesso, è unificato, è – appunto – ibrido. Questa ibridazione gli permette di entrare in contatto con cittadini molto diversi tra loro, non necessariamente irreggimentati in tante scatole chiuse tra di loro separate, gli consente di scambiare idee, di ricevere feedback su cui riallineare anche i propri contenuti, una cosa impossibile in passato. Non si tratta più di audience indistinte, maschere grigie in un report di un sondaggio telefonico, sono persone vere con il loro linguaggio, la loro visione del mondo e persino le loro critiche, l’ironia e l’aggressività.

È un livello di profondità che raramente abbiamo visto negli ultimi anni e che è possibile solo grazie all’effetto che Internet e i Social Media hanno avuto sulle nostre vite e sul nostro modo di esprimerci. Non siamo più “il pubblico”, siamo dentro una Rete, anzi dentro reti in altre reti, aggregati in community (online ma non solo) mutevoli nel tempo. La rete oggi è anche dove non c’è la Rete, anche nella vita nel mondo reale o in ufficio, al bar o al mercato.

Per capire la rete non c’è altro modo che essere (per quanto possibile) rete a nostra volta, una lezione che oggi un politico non può più ignorare. La fiducia e il consenso politico non sono più il risultato immediato dell’uso di leve generiche su audience indistinte ma la somma nel tempo delle reputazioni in molteplici community interconnesse. Chi invece punta alla semplificazione rabbiosa e distruttiva ha bisogno continuamente di farsi notare per rimanere a galla nell’opinione pubblica altrimenti diventa sempre meno efficace nel tempo.

La comunicazione non è sussidiaria, successiva, ornamentale o cosmetica, la comunicazione è politica. Non riguarda il come, ma il cosa, il fatto, il contenuto. Un con tenuto che sia facilmente comprensibile, trasmesso con un linguaggio diretto, che non necessiti di mediatori o interpreti. Una linea comunicativa che non sia unidirezionale, non sia dall’alto verso il basso, ma sia proprio quella della rete: orizzontale e circolare.

La leadership è al centro di una conversazione, non è al di sopra, ma è al pari dei suoi interlocutori. E poiché ogni interlocutore è di per sé un ulteriore nodo di questa rete, le conversazioni generano altre conversazioni, ogni centro del dialogo diventa periferia, e viceversa. Ciò che è veramente interessante del #matteorisponde, non è solo il potenziale dialogo del cittadino comune con il Presidente del Consiglio, ma il fatto che i contenuti di quello stesso dialogo vengano riprodotti nelle conversazioni di ciascun cittadino nelle proprie cerchie con i propri amici/follower.

In questo i social network hanno una potenza di capillarità che è molto più forte dei media tradizionali, perché non solo possono raggiungere tutti, ma permettono a ciascuno di partecipare a questo flusso comunicativo e informativo, non in maniera passiva, ma arricchendo con il proprio bagaglio di idee, convinzioni e critiche, il contenuto originale. Ciascuno potenzialmente è un influencer all’interno delle proprie cerchie, per quanto piccole o vaste siano, perché è in grado di orientare l’opinione di qualcun altro. Comprendere come funziona il flusso informativo sulla rete è un fatto politico, perché modifica non solo i modi di partecipazione attiva, ma soprattutto ribadisce la necessità di riorganizzare i modelli e le forme organizzative dei corpi intermedi.

Il processo di formazione del consenso e di cambio di opinioni che una volta era nascosto oggi è esposto a tutti ed in diretta. In fin dei conti questa è la disintermediazione. Non vuol dire che qualcuno abbia più diritto di altri di frapporsi ma che la partecipazione è allargata a tutti.

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