Come una guerra: 200mila morti e dal ’46 ogni anno 6 mld di danni

Terremoto
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La storia sismica dell’Italia e il dissesto idrogeologico sono lunghe scie rosso sangue. E il costo delle emergenze è impressionante e unico al mondo e si è concentrato sul rattoppo continuo

La prima atroce verità è che siamo tra i primi al mondo per perdite di vite umane da catastrofe naturale. La nostra storia sismica è una lunga scia rosso sangue. Sono noti ben 4.800 centri crollati e ricostruzioni dal Medioevo ad oggi, fra cui quelle di 40 città con oltre 30.000 abitanti più volte distrutte e più volte ricostruite ma sempre, salvo rarissimi casi come nella parentesi tra il 1500 e il 1700 e a macchia di leopardo dopo l’ultimo terremoto del Friuli del 1976, senza adottare alcun criterio antisismico.

Dal 1860, calcolano i due storici dei disastri Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, abbiamo subìto un sisma con vittime e danni ingenti in media ogni 4-5 anni. Mettendo in fila i 43 terremoti più importanti dall’Unità d’Italia ad oggi, contiamo circa 170.000 vittime sotto i crolli, ma è una cifra in difetto che, avvertono gli esperti, andrebbe raddoppiata per la precarietà dell’anagrafe italiana fino ai primi decenni del Novecento e per la quota aggiuntiva di morti per fame, ferite, stenti, malattie dovuti ai ritardi e alla scarsissima qualità dei soccorsi e delle cure. È una media impressionante tra i 1.000 e i 2.000 morti l’anno, ufficialmente almeno 150.000 nei soli due terremoti che hanno massacrato il centro-sud nei primi dieci anni del secolo scorso: il sisma del 1908 tra Messina e Reggio Calabria (120.000 vittime ma alcune stime arrivano a 200.000) e la frustata che ha devastato il costruito sulle montagne abruzzesi con epicentro Avezzano il 13 gennaio 1915 (30.000 vittime ufficiali). Dal 1950, le 15 scosse più importanti hanno fatto contare oltre 5mila morti, 75 in media ogni anno, con migliaia di feriti e invalidi. A questa ecatombe va aggiunto il conto aggiornato delle vittime da dissesto idrogeologico, altra piaga nazionale (due terzi delle frane europee censite, circa 570mila, sono italiane). Nei 70 anni compresi tra il 1945 e il 2015, 4.419 località sono state colpite da eventi geo-idrologici con frane e alluvioni, distribuite in 2.458 Comuni e in tutte le 20 Regioni. Gli eventi hanno causato 5.455 morti, 98 dispersi, 3.912 feriti e 752.000 sfollati. Nel dettaglio, le frane 4.183 morti, 2312 feriti e 201.200 senzatetto. Le inondazioni 1.370 annegati, 1.600 feriti e 550.800 tra sfollati. L’ultimo annus orribilis 2014 ha visto colpiti 220 Comuni in 19 Regioni, con 33 morti, 46 feriti gravi, 10.000 sfollati e circa 4 miliardi di euro di danni sia pubblici che privati.

La seconda atroce verità è nel costo per riparare i danni da catastrofe. L’economia catastrofica è da sempre un altro colpo al cuore finanziario dello Stato e al portafoglio di milioni di famiglie italiane. La valutazione biecamente monetaria, basata sui parametri statistici della stima dei danni subiti negli ultimi 40 anni dai terremoti, porta alla colossale cifra di ben 147 miliardi di euro (prezzi 2015), impiegati solo nelle ricostruzioni posteventi: 60 miliardi solo per la ricostruzione dell’Irpinia dove gli stanziamenti iniziati nel 1980 proseguiranno fino al 2023; seguono il sisma del Belice del 1968 con oltre 9 miliardi di euro e l’erogazione fino al 2028, Marche e Umbria (1997), l’Aquila (2009), Emilia-Romagna (2013).

Il calcolo è nel dossier sul rischio sismico redatto dal Dipartimento della Protezione Civile nel settembre 2010 e nel lavoro di Silvio Casucci e Paolo Liberatore del «Centro di ricerche e studi sui problemi del lavoro, economia e sviluppo». È un valore medio annuo di esborso pari a 3.675 milioni di euro. Senza considerare che ogni forte sisma innesca modifiche anche radicali alla dinamica delle falde acquifere, delle sorgenti, a volte dei corsi d’acqua, e provoca danni diffusi alla rete dei trasporti e alla solidità statica dei ponti, alle opere idrauliche, agli impianti idrovori e ai sistemi irrigui, alle arginature, lasciando intere zone a rischio piena e creando problemi di forniture di acqua. Vanno poi aggiunte le conseguenze, non traducibili in valore economico, sul patrimonio storico, artistico, monumentale.

E’ un pozzo senza fondo se aggiungiamo i costi per la riparazione dei danni da alluvioni e frane. Un’altra montagna di soldi spesi fino al 2014 – l’anno di nascita di Italiasicura che ha dotato il Paese di un piano di prevenzione con 7.120 opere e un piano finanziario da 10,2 miliardi di euro in sette anni (7,5 da fondi nazionali ed europei e 2,7 recuperati da fondi non spesi nei 15 anni dal 2000- 2014) – con logica emergenziale, attraverso un elenco sterminato di decreti per «interventi urgenti a seguito di eccezionali eventi meteorologici, situazioni di grave criticità e grave stato di dissesto idrogeologico», con stanziamenti e mutui contratti per far fronte a spese per l’assistenza agli sfollati, risarcimenti ad attività produttive e ai cittadini colpiti, ripristino dei servizi di pubblica utilità, riparazione di strade e ferrovie, ponti e viadotti, acquedotti e altre infrastrutture.

Il gettito clamoroso di vecchie lire e poi di euro emerge dallo screening realizzato dal Cresme e dai geologi Gianluigi Giannella e Tiziana Guida, e dall’economista Rita Cellerino. L’analisi dei bilanci del Ministero dei Lavori Pubblici dal 1956 al 2000, di 30 anni di bilanci regionali e delle richieste di risarcimento inviate alle Prefetture per tutte le alluvioni dal 1957 al 2000 fa scoprire quanto è stata gigantesca, unidirezionale, irrazionale e anche oscura e disorganizzata la contabilità pubblica. Ha visto un incremento vertiginoso e continuo della spesa annua quasi mai senza ridurre il rischio, anzi aumentandolo in moltissimi casi. E più aumentava la spesa emergenziale più calava l’investimento in difesa del suolo. Complessivamente, il Ministero dei Lavori Pubblici ha erogato circa 16,6 miliardi di euro in 45 anni, e le Regioni 31,6 miliardi di euro in 29 anni. Cifre che non tengono conto delle spese per somme urgenze e i ripristini stanziati via via dalla Protezione Civile né dei risarcimenti e indennizzi. Vanno aggiunti poi, dal 2002, gli aiuti del Fondo europeo per le calamità naturali utilizzati in 63 occasioni: sul totale di 3,7 miliardi di euro stanziati, tra i Paesi richiedenti l’Italia ha ricevuto più di tutti: 1,2 miliardi di euro. Ogni dopo-emergenza ha poi creato un altro flusso di cassa dalla Ragioneria dello Stato per 1,2 miliardi circa all’anno per opere varie, e la Protezione civile ha versato fino al 2011, 1.187.493.000 euro l’anno per mutui accesi negli anni per prestiti a lungo termine per far fronte agli stati di emergenza, oggi direttamente a carico dell’Economia.

Calcolati tutti insieme, nelle varie tipologia di catastrofi, i fiumi di denaro versati finora dallo Stato attraverso vari ministeri, tesorerie comunali, provinciali, regionali, consorzi di bonifica, aziende di servizi pubblici, famiglie e imprese raggiungono la cifra di oltre 6 miliardi di euro l’anno dal dopoguerra ad oggi. Sarebbe bastato questo semplice calcolo di natura economica a farci invertire da tempo, e non dal 2014 almeno per il dissesto, la rotta dell’esborso finanziario perenne e fuori controllo per un rattoppo continuo e senza mai definire una strategia per non continuare a rimanere così esposti ai pericoli. Questi risarcimenti a pioggia alla fine hanno trasformato lo Stato in un burocratico ente pagatore e in una sorta di grande compagnia assicuratrice (non a caso siamo l’unico Paese dove sono pressoché sconosciute le polizze contro le calamità) che ha ripagato tutto fino al 2011, l’anno dello stop e dello svuotamento del Fondo emergenze e del blocco della spesa della Protezione Civile per spending review.

Ma il costo delle emergenze è stato però sempre posto a carico di noi cittadini con tasse occultate con cura, dall’avvento della motorizzazione, in ogni litro di carburante. Tecnicamente si chiamano “accise”, scaricate sull’acquisto di benzina o diesel dal 1935, e rimaste lì anche ad emergenza conclusa da decenni. Per ogni litro di benzina abbiamo pagato: 0,005 euro per il disastro del Vajont del 1963, 0,005 euro per l’alluvione di Firenze del 1966, 0,005 euro per il terremoto del Belice del 1968, 0,051 euro per il terremoto del Friuli del 1976, 0,039 euro per il terremoto dell’Irpinia del 1980, 0,020 euro per il terremoto in Emilia Romagna del 2012. Per questo è scattata l’ora della responsabilità e della prevenzione.

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