Come sono global questi nazionalisti

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Non sono mai esistiti nazionalisti più global dei rappresentanti di queste destre.

L’anno zero dell’America è cominciato. Sulle note epiche di Air Force One, il film hollywoodiano in cui Harrison Ford interpreta un presidente americano vittima di un attentato, il vero presidente degli Stati Uniti d’America Donald J. Trump ha fatto la sua prima apparizione pubblica.

Circa un’ora e mezza prima dell’uscita trionfale di Trump dalle quinte della sala da ballo dell’ho tel Hilton di Manhattan, Marine Le Pen aveva già incoronato il nuovo presidente con un tweet: «Félicitantions au nouveau président des Etats-Unis Donald Trump et au peuple américain libre !». La nomina ancora non era ufficiale, ma la leader del Front National già lo applaudiva.

Mezz’ora dopo, sua nipote Marion Maréchal Le Pen rincarava la dose, con un tweet in cui celebrava la vittoria della democrazia contro «le élites, Wall Street e il politicamente corretto dei media». Non sono mai esistiti nazionalisti più global dei rappresentanti di queste destre.

Si proclamano difensori dei propri paesi, ma il brand dei loro nemici è lo stesso a tutte le latitudini: le élites, la grande finanza, il politically correct e il mondo dell’informazione. Da questa prospettiva la politica europea è la continuazione della politica americana con altri mezzi, anche economici.

D onald Trump ha speso quasi un miliardo di dollari (suoi) per la sua campagna elettorale, mentre Marine Le Pen corre per l’Eliseo con un prestito di «soli» 9 milioni di euro elargito da una banca russa proprietà di un magnate amico di Putin, Roman Popov. Tra le grandi analogie dei populismi di destra nelle due sponde dell’Atlantico, la vicinanza con la Russia di Putin è tra le più evidenti.

Lo zar di Russia infatti non è solo un finanziatore più o meno esplicito dei leader nazionalisti (il sito nucleare di Paks, in Ungheria, è stato realizzato grazie ai 10 miliardi di euro che Putin ha “regalato” ad Orbàn), ma si offre spesso come un loro super-consulente, uno ghost writer capace di offrire – come rileva il think thank ungherese Political Capital – «assistenza organizzativa e mediatica, oltre all’accesso a determinate reti e a un know-how politico».

Ma i punti in comune tra la destra eterodossa di Trump e i nazionalismi europei non riguardano solo il grande «padrino» russo, che osserva ed applaude dall’alto. Il punto cruciale è la grande popolarità dal basso di questi soggetti politici, presso le classi più disagiate e la (ex) classe media. Approfittando della scarsa popolarità dei partiti politici tradizionali (in Italia, ad esempio, hanno l’11% di gradimento contro il 52% della Chiesa e del Presidente della Repubblica, dati Eurispes 2016) questi leader si proclamano estranei all’e stablishment, lontani dai palazzi della politica e dai poteri economici.

Poco importa se Trump è uno dei palazzinari più ricchi d’America o Marine Le Pen è cresciuta a pane e politica, e che entrambi siano figli di padri potenti e ben inseriti: Fred Trump ha creato un impero immobiliare negli anni cinquanta, quando Jean Marie Le Pen entrava in Parlamento e iniziava a mettere da parte i soldi di famiglia che poi sarebbero finiti a Panama.

Le classi sociali più disagiate vedono in loro gli angeli della vendetta, e li premiano ad ogni tornata elettorale. In questo «anno zero» dell’o ccidente non c’è molta differenza, infatti, tra le paure degli operai senza più la tuta blu di Ambridge, in Pennsylvania, descritti da Trip Gabriel in prima pagina sul Nyt all’indomani della vittoria di Trump, e quelle degli operai di Amiens, in Piccardia, ex roccaforte socialista e ora feudo del lepenismo.

Come un grande gioco del Domino globale, le pedine che cadono in contee ex laburiste dello Yorkshire dove ha stravinto il «leave», hanno ricadute sull’esercito di «working poor» della Sassonia che hanno consegnato il 25% alla destra di Alternarive für Deutchland (Afd), e a loro volta agitano quartieri storicamente operai di Vienna – come il Favoriten – passato dal rosso al nero del Partito della Libertà di Hofer, erede dell’e strema destra di Haider. Il tema delle diseguaglianze va preso molto sul serio, non c’è dubbio.

Ma va anche preso sul serio – e non liquidato come boutade – l’atteggiamento razzista che questi movimenti sdoganano. Nell ’unica intervista che Frauke Petry, leader di Afd, ha concesso alla televisione pubblica italiana, mi ha spiegato dettagliatamente come intende risolvere il problema dei migranti: «Scegliamo due isole extraeuropee: una per donne e bambini e una per gli uomini soli, e mettiamoli lì finché non è chiaro quale sia la loro destinazione finale».

Hitler, prima di optare per la «soluzione finale», aveva immaginato di portare tutti gli ebrei in un’isola del Pacifico (il cosiddetto «Piano Madagascar»), Trump ha vinto tra gli applausi del Ku Klux Klan e, solo un anno fa, Matteo Salvini sfilava con i «fascisti del terzo millennio» a Piazza del Popolo. Poi, però, a forza di andare in tv a dire che la destra e la sinistra non esistono più, succede che chi non ha niente da perdere ed ha paura del domani ci crede. E, invece di aver paura di loro, gli regala pure il voto.

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