Come realizzare uno storytelling che funziona

Comunicazione
epa04847597 Italian Prime Minister, Matteo Renzi, is seen on a camera while delivering a speech on the âChallenges of development: Building bridges to combat terrorismâ to University of Nairobi students at the University in Nairobi, Kenya, 15 July 2015. According to reports Renzi is on a two day official visit to the country to develop bilateral relations between the two countries. His visit comes ahead of US President Barrack Obamaâs visit to the country in late July, which is his first visit to his fatherâs homeland since becoming president and likely his final trip to Africa while in office.  EPA/DANIEL IRUNGU

Sostenere che il ragionamento valga più della narrazione è una semplificazione. Ma attenzione a raccontare good story, senza cadere nel banale cattocomunismo

Fortissimamente storytelling.  È ormai da qualche anno che in Italia il termine è diventato di moda, abbinato a politica. Certo, Renzi. E pure Grillo, e prima Berlusconi anche se non lo chiamavamo ancora così. E anche le serie tv americane. Anzi, House of Cards come modello supremo di racconto della politica e della politica che si fa racconto, etc etc etc. Eppure c’è gran confusione, e molta approssimazione.

In senso ampio, lo storytelling è l’arte di narrare. A Hollywood, tutto questo prende il nome di good story: una storia universale nella quale riconoscersi, grazie a un protagonista che, pur con difetti e debolezze, è capace però di superare una serie di difficoltà per raggiungere il suo obiettivo, non prima però di affrontare un processo di cambiamento/svelamento interiore. Perdonate la banalizzazione, difficile riassumere qui libri su libri su tale argomento. Libri tanto teorici quanto pratici, perché Hollywood ama addestrare scrittori capaci di maneggiare le regole base del gioco. Le indicazioni sono utili a tutti, anche ai Grandi Autori, che poi piegano tali raccomandazioni alla loro visione.

La nostra tradizione purtroppo è diversa: al di là della difficoltà di creare un’industria audiovisiva di nome e di fatto, siamo spesso restii a “regole meccaniche” (sic), e viviamo ancora nel mito dei Grandi Registi del passato capaci di offuscare il lavoro degli sceneggiatori. Ancora più difficile nel nostro paese allora comprendere cosa sia lo storytelling applicato alla politica. Eppure, nell’era dei media sempre e ovunque, raccontare una good story non può essere più solo appannaggio di sceneggiatori, attori, concorrenti da reality. Anche il politico deve farsi storia di fronte a telecamere e social network. Così, non conta più elencare il proprio programma agli elettori, occorre incarnare un percorso narrativo, unire i fatti in un racconto avvincente dal preciso obiettivo finale, capace di essere in linea con il sentire dei cittadini in un preciso momento storico.

Lo storytelling politico è stato analizzato con fortuna da Christian Salmon (2007), per il quale però tale pratica è uno strumento di controllo, manipolazione, contraffazione.

Col passare degli anni l’approccio verso lo storytelling politico si è fatto più laico, però permane una certa costante diffidenza. Come se raccontare una buona storia fosse sempre sinonimo di raccontare frottole. Meglio il ragionamento – si sostiene sottovoce pur fingendo modernità – alla narrazione: il primo è scientifico la seconda è emotiva, il primo dunque veritiero perché parla alla testa, la seconda menzognera perché parla al cuore. Semplificazioni. Anche perché da un ragionamento si possono escludere le posizioni opposte proprio per dimostrare la limpidità del proprio assunto. Invece una storia, se good, non esclude mai le tesi avverse (grande regola di sceneggiatura: il nemico deve avere sempre una scena in cui esporre i suoi motivi in maniera più convincente del protagonista). Perché una storia, se good, è un movimento dal negativo al positivo alla ricerca di una trasformazione.

E poi l’atto di narrare è stato da sempre un modo per interpretare la realtà. I fatti sono, ma per avere senso devono possedere un chi, un come, un perché. Certo, si può mentire sulla veridicità dei fatti. Ma può accadere lo stesso in un ragionamento. Se l’inganno c’è, è a priori, non è nello svolgimento. Ovviamente, tutto questo vale se vogliamo davvero raccontare una good story, una trasformazione della realtà che non escluda il negativo ma lo inglobi per superarlo.

In Italia purtroppo molti, invece di studiare bene tutto questo, imitano male per sentito dire. Così diversi politici (e analisti) stanno traducendo good story in “storia di bontà”, e storytelling in “artificio di stile”. Ma questa è fiction di Raiuno, è santino edificante, è exemplum già scritto, è noia pure irritante. Il rischio è ricadere nella narrazione cattocomunista più banale, nella versione omologata del neorealismo, nell’Italia Giusta.

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