Come mettere d’accordo Renzi e Boeri

Pensioni
Il  presidente dell'Inps, Tito Boeri, nella sede della camera di Commercio di Napoli per la presentazione del bilancio sociale della Campania, 9 ottobre 2015.
ANSA / CIRO FUSCO

L’allarme dell’Inps non va ignorato. Il governo segue una linea comprensibile, ma deve trovare una sintesi

Non esistono pasti gratis come non ci sono riforme a costo zero. Soprattutto nel settore della finanza pubblica, dati gli impegni a mantenere l’equilibrio di bilancio e l’elevatissimo debito da tenere sempre sotto controllo. E’ questo il sentiero stretto per affrontare con serenità e visione il problema sollevato dalla proposta di riforma della previdenza e dell’assistenza avanzata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri.

Il nodo cruciale è che l’Italia è attualmente un paese spaccato in tre: coloro che già ricevono una pensione (col metodo retributivo, decisamente più vantaggioso per il singolo e più oneroso per lo Stato o col metodo contributivo-misto che è l’esatto contrario), coloro che la riceveranno in base solo ai versamenti effettivi e coloro che rischiano di non averla per mille motivi.

Quest’ultima è una platea eterogenea, che sulla carta va dai 3 milioni di disoccupati ai 3,6 milioni di non attivi, che presumibilmente non avranno i contributi necessari per accedere all’assegno previdenziale e in questa categoria rientrano anche i 55enni, troppo giovani per restare a casa ma troppo in là con gli anni per ricollocarsi. La proposta di Boeri, che è stata sospesa di fatto dal governo Renzi, cerca di riequilibrare queste diseguaglianze, che, con l’andare del tempo, per effetto dell’invecchiamento della popolazione e dell’età necessaria per uscire dal lavoro, rischiano di aumentare. Ma non è detto che non si possa trovare un punto di sintesi. Anzi, è necessario.

L’esecutivo sta operando sul fronte della creazione di lavoro, perché senza questo non c’è crescita (e pensione futura) che tenga. Vanno in questa direzione i provvedimenti sugli 80 euro in busta paga, la decontribuzione dei nuovi assunti e il Jobs Act, che stanno dando i primi frutti in termini di riduzione della disoccupazione e di ripresa economica. Nello stesso tempo è probabile che nel 2017 palazzo Chigi si riprenda in mano il tema della flessibilità in uscita, fondamentale per il ricambio che proprio le misure suddette stanno incentivando. Senza lavoratori che vanno anticipatamente in pensione, pagando il dovuto in termini di minor assegno previdenziale, è difficile che i nuovi lavoratori trovino rapidamente un posto, a meno che non se ne creino milioni, cosa che tutti ci auguriamo. Sono i due lati di una porta girevole che per forza di cose deve essere tale: si entra più facilmente nell’azienda solo c’è qualcuno che esce e spinge le sliding doors in senso opposto.

Su queste considerazioni è chiaro che pesano come un macigno i costi della riforma Boeri. Il picco massimo in termini di spesa aggiuntiva, nello scenario peggiore in cui si prevede che tutti i possibili aderenti alla flessibilità accettino di utilizzarla, si avrà nel 2019, quando gli oneri per lo Stato saranno di 4,1 miliardi di euro. La differenza tra l’ipotetica pensione con le regole attuali e quella flessibile è compresa in una forchetta dal 9,4% all’1,5%. Guardando agli effetti complessivi sulla previdenza, la flessibilità costerà 1,4 miliardi nel 2016, 2,7 miliardi nel 2017, 2,5 nel 2018 fino appunto top del 2019. Sono costi affrontabili da un grande paese come l’Italia, ma solo a patto che si taglino per un pari importo altre spese, senza un euro di tasse in più. E’ una sfida immensa.

Alla base del piano Boeri c’è l’adeguamento delle pensioni con retributivo e misto così da avvicinarle a quelle con contributi realmente versati. Il ricalcolo interesserà soprattutto chi gode di redditi pensionistici (pensioni o somma di trattamenti) superiori a 5 mila euro. In buona sostanza, chi già prende la pensione ci perderà, a vantaggio di chi rischia di non averla.

Su un tema simile in Svizzera indirebbero sicuramente un referendum. Il quesito sarebbe semplice e ricalcherebbe l’obiettivo della mancata riforma del welfare state del governo D’Alema: volete dare meno ai padri per dare di più ai figli? L’esecutivo attuale ha scelto, con l’abolizione dell’Imu e della Tasi sulla prima casa, di dare intanto un tetto alleggerito dalle tasse ai tanti giovani che ancora cercano lavoro e vivono con i genitori o che hanno difficoltà a pagare o a comprare un’abitazione. Quindi di dare a padri e figli. Sono scelte lecite, di politica economica. Ma il diritto alla pensione che non c’è, come quello al lavoro o alla casa, parti ormai della Costituzione materiale, deve essere tenuto in massima considerazione.

Così si spiega l’operazione “braccia aperte” avviata in Germania per centinaia di migliaia di profughi siriani, lanciata, non senza difficoltà, da Angela Merkel: tra venti anni, i lander avranno uno sbilancio previdenziale spaventoso e servono contributi come l’acqua nel deserto. Si passerà dal rapporto tre lavoratori un pensionato a quello di due lavoratori un pensionato. I tedeschi hanno cominciato a pensarci per tempo, a modo loro.

La proposta dell’Inps è un campanello d’allarme che non può essere ignorato.

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