Come il Pcus di Breznev

M5S
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Virginia Raggi in serata ha licenziato Raffaele De Dominicis, il pittoresco ex magistrato della Corte dei Conti

Anziché allontanare Paola Muraro, l’assessorara all’Ambiente sotto inchiesta (e colpevole di averlo negato), come gli suggeriva ieri mattina Marco Travaglio, Virginia Raggi in serata ha licenziato Raffaele De Dominicis, il pittoresco ex magistrato della Corte dei Conti che voleva chiedere alle agenzie di rating 300 miliardi di danni per aver ordito ai danni dell’Italia, nel 2012, il “complotto dello spread”.

De Dominicis, che era stato nominato appena qualche giorno fa su suggerimento – come da lui stesso dichiarato –dell’avvocato Sammarco, ex datore di lavoro della Raggi nonché fratello del difensore di Previti e Dell’Utri, non avrebbe “i requisiti previsti dal M5S”per ricoprire l’incarico di assessore al Bilancio.

Quali siano questi requisiti, e perché siano stati fatti valere dopo la nomina, anziché prima, è un nuovo mistero che s’aggiunge al lungo elenco di segreti che continua a costellare l’avventura romana della Casaleggio Associati srl.

La prima vittima della crisi capitolina è proprio la tanto invocata trasparenza: il movimento antiestablishment che avrebbe dovuto prendere tutte le decisioni in streaming e decidere democraticamente su ogni scelta con le votazioni online è diventato una specie di Pcus brezneviano, impenetrabile a chiunque.

Delle dimissioni e dei licenziamenti del capo di gabinetto, di due assessori al bilancio, dei vertici di Ama e Atac non conosciamo ancora le ragioni: né gli attivisti hanno potuto, se non partecipare, quantomeno assistere alle discussioni che hanno squassato il Direttorio nazionale, il mini-Direttorio romano (che ieri si è virtualmente sciolto con le dimissioni di Paola Taverna e dei suoi seguaci), la Casaleggio Associati srl, il gruppo dei senatori anti-Direttorio che fa capo a Barbara Lezzi e il cosiddetto “Raggio magico” – cioè i cinque gruppi di potere che stanno combattendo senza risparmio di colpi la cruenta battaglia del Campidoglio.

Senza alcuna forma di trasparenza e di dibattito interno, senza alcun coinvolgimento degli attivisti e dei meet-up, senza il dibattito e le votazioni in Rete (proprio come la Pravda dei vecchi tempi, fino a mercoledì sera il Sacro Blog non ha pubblicato neppure una riga sulla tempesta romana), senza la retorica dell’“uno vale uno” e il solenne impegno di assegnare gli incarichi sulla base del merito e dei curricula, il novello Pcus a 5 stelle richiede le antiche astuzie della cremlinologia per essere de cifrato.

Come un tempo si osservava meticolosamente il posizionamento dei dirigenti sovietici sul Mausoleo di Lenin, durante le parate sulla Piazza Rossa, per capire chi nel Politburo fosse in ascesa e chi invece in disgrazia, allo stesso modo s’è dovuto studiare il palco di Nettuno, mercoledì sera, per provare a farsi un’idea dei vincitori e dei vinti. La Taverna al comizio di Grillo era assente: e poi infatti ha abbandonato (o è stata spinta ad abbandonare) il Direttorio romano. Di Maio era sul palco, ma Di Battista – l’as tro nascente del grillismo movimentista – occupava una posizione più centrale e, ciò che più conta, è stato ripetutamente abbracciato da Grillo, mentre al povero Di Maio, colpevole di aver coperto troppo la Raggi e, soprattutto, di darsi un po’ tropp o da fare con i suoi incontri istituzionali e i suoi viaggi all’estero, è toccata soltanto una vigorosa stretta di mano.

Se Di Maio scende precipitosamente nel gradimento del Politburo grillino, la sua protetta può a buon diritto considerarsi vittoriosa. Nel braccio di ferro interno con il M5s romano, che in questi mesi è stato trattato e si è comportato come un corpo estraneo alla Raggi e al suo mondo, la sindaca ha segnato un punto fondamentale: le decisioni – entro certi limiti, perché ha pur sempre firmato una carta che le infligge una penale di 150mila euro in caso di dissenso dalla Casaleggio Associati srl – spettano a lei. Del resto, il M5s non può permettersi di fare a Roma la fine che ha fatto a Quarto, o anche soltanto a Parma (da dove il sindaco Pizzarotti, tuttora sospeso, ha cominciato a cannoneggiare il Direttorio). Più o meno come accadde al Pd con Marino, anche il partito di Grillo è costretto a difendere il “suo” sindaco.

All’ineffabile Virginia si è rivolto ieri il direttore del Fatto, vergando con passione il discorso che, secondo Travaglio, la sindaca dovrebbe al più presto pronunciare. Spicca in particolare l’elogio di Raffaele Marra, già collaboratore di Alemanno e Polverini, voluto dalla Raggi come capo di gabinetto, poi degradato a vice, e infine spostato ad altro incarico: per Travaglio si tratta di un ottimo dirigente pubblico che “ha sempre denunciato in Procura le illegalità in cui si imbatteva”. Il Movimento 5 stelle la pensa in tutt’altro modo, e Marra è stato (ed è) uno dei fattori di maggior contrasto interno. Proprio per questo l’endorsement di Travaglio merita di essere registrato. Nello sfascio ormai evidente delle istituzioni grilline, con il Direttorio sotto tiro e un debolissimo Casaleggio jr. confinato nei suoi uffici di Milano, al passo di lato di Grillo sembra corrispondere un vistoso passo in avanti di Travaglio, convinto di poter influenzare un movimento sempre più smarrito e confuso. Lo spettacolo è appena iniziato.

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