Come funziona la logica costituzionale di quorum e referendum

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L’impianto logico del Quorum non è uno scherzo, ma riguarda la natura fondativa ed essenziale dell’ordine democratico: il rapporto tra popolo e istituzioni

Nell’impianto Costituzionale italiano, i referendum d’iniziativa popolare sono un elemento importante nell’equilibrio dei poteri, e riguardano le fondamenta stesse dell’ordine parlamentare. La Costituzione prevede che il Popolo italiano, sovrano, deleghi la propria sovranità al Parlamento; la sovranità è esercitata infatti “nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione”. A tutela del Popolo Italiano, tale delega di sovranità non è assoluta né priva di limiti; i referendum d’iniziativa popolare sono, nello specifico, uno degli strumenti limitanti più importanti. Attraverso l’istituto del referendum a iniziativa popolare, una piccola minoranza degli elettori può mettere in dubbio (raccogliendo le famose 500.000 firme) la sovranità del Parlamento su un determinato tema.
Sia chiaro: 500.000 persone, da sole, possono solo mettere in dubbio la sovranità del Parlamento, di certo non negarla. La parola conclusiva sulla sovranità del parlamento spetta, come è democraticamente giusto che sia, alla maggioranza degli elettori; è un diritto della minoranza mettere in dubbio la sovranità parlamentare, è un diritto della maggioranza riaffermarla. La presenza del Quorum è la forma precisa che i Padri Costituenti hanno voluto dare al diritto della maggioranza degli elettori di decidere, effettivamente, se il Parlamento sia sovrano oppure no.

Di conseguenza, nel momento in cui un referendum d’iniziativa popolare è formalmente indetto, gli elettori (tutti gli elettori) sono sempre chiamati a esprimersi  su due questioni. La prima questione riguarda precisamente il dubbio, sollevato da  una minoranza, sulla sovranità del Parlamento; l’elettore decide se la minoranza ha ragione a mettere in dubbio la sovranità del Parlamento andando a votare oppure no. Se la maggioranza  (il 50%+1 degli aventi diritto di voto) si reca alle urne, la minoranza di 500.000 persone ha già vinto la prima parte della propria sfida: il Popolo italiano riconsce che – nel tema in questione – Il Parlamento non è sovrano. Se tuttavia il quorum non è raggiunto, non si tratta certo di una violazione della democrazia, ma del preciso diritto della maggioranza di tutelare la sovranità del parlamento (e quindi la propria sovranità elettorale così come espressa nelle precedenti elezioni generali). Non recarsi a votare è – nel pieno rispetto delle forme e nei modi della Costituzione – lo strumento della maggioranza per rigettare il dubbio sulla sovranità del Parlamento espresso dalla minoranza referendaria. Il contenuto del quesito, qualsiasi esso sia, è (a questo stadio) secondario, subordinato alla verifica necessaria su se sia il popolo o il parlamento ad essere sovrano su un determinato tema.

Per questa precisa ragione, invece, i referendum confermativi non necessitano di quorum qualora una riforma non venga approvata dai 2/3 del Parlamento. Mentre la legislazione ordinaria è espressione della sovranità parlamentare così come delegata durante le elezioni generali, e tale sovranità può essere riappropriata solo da una maggioranza dei diritti di voto, la Costituzione è espressione diretta della volontà popolare, e quindi solo un accordo complessivo delle forze politiche (i 2/3 del Parlamento) può cambiare tale volontà popolare. In assenza di tale accordo, il referendum è automatico e il Popolo non necessita di “dimostrare” di aver riaquisito sovranità; in realtà, in materie costituzionali, non l’ha mai davvero delegata, e quindi nessun quorum è necessario.
L’impianto logico del Quorum quindi non è uno scherzo, ma riguarda la natura fondativa ed essenziale dell’ordine democratico: il rapporto tra popolo e istituzioni. La logica è chiara e non lascia dubbi; non sarà forse la Costituzione più bella del mondo, ma sicuramente ci si avvicina.

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