Come far fronte ai banner pubblicitari

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il mercato di questi plugin potrebbe comportare una perdita netta di 22 miliardi di dollari per il comparto della pubblicità

Il mercato degli ad blocckers è in continua crescita e questo sta spaventando alcuni dei grandi gruppi editoriali. Si tratta di quei plugin che ciascuno di noi può aggiungere al proprio brower per non far comparire popup pubblicitari o banner di advertising. Un attrezzo infernale per chi vive economicamente inserendo, appunto, banner pubblicitari nelle proprie tesate giornalistiche on line. Stando a un rapporto di riviste specializzate il mercato di questi plugin potrebbe comportare una perdita netta di 22 miliardi di dollari per il comparto della pubblicità. Gli utenti che usano software per il blocco dei popup o dei pre-video su YouTube, stando a uno studio dell’Università di Oxford, sono aumentati del 48%, portando il numero a quasi 200 milioni di persone. Come spezzare questo meccanismo, disincentivando gli a blocckers?

Le strategie dei gruppi editoriali sono le più diverse. Bild, ad esempio, ha posto un aut aut ai naviganti: o li disattivate oppure dovete sottoscrivere un abbonamento mensile. Il risultato? Di fronte alla minaccia la percentuale di chi ricorre a questa pratica è precipitata dell’80%. A dirlo è Stefan Betzold, responsabile dell’area digitale del quotidiano tedesco, di proprietà di Axel Springer. Sapendo quanto tutto ciò  rappresenti una minaccia per il suo gruppo e per l’intera editoria tedesca ha posto come condizione, per chi vuole visualizzare i contenuti del sito, ma li utilizza sul proprio browser, la sottoscrizione di un abbonamento da 1,99 euro il mese.

Sembra che gli stia andando bene. Diverso l’atteggiamento di Michael Golden, vice chairman del New York Times, il quale ha recentemente ricordato che «alcune forme di advertising che erano in voga tre o quattro anni fa stanno già passando di moda e il digital adv non è ancora un mercato maturo». Nella dichiarazione, ripresa da prima comunicazione.it, ha aggiunto una considerazione più generale su questa fase di transizione nell’editoria: «Spesso nell’editoria si sente parlare impropriamente di transizione della carta verso il web, ma la verità è che è un concetto sbagliato; ciò di cui abbiamo bisogno, è piuttosto inventare un nuovo modello di business nativo digitale». Quanto mai saggio.

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