Come è cambiato lo storytelling di Renzi

Comunicazione politica
6 settembre - Intervento di Renzi

Dal racconto della sua storia personale per cambiare il Pd, a quello delle storie quotidiane per comunicare la fiducia

«Le donne e gli uomini del nostro tempo hanno bisogno di emozioni, di una storia alla quale credere, soprattutto se il finale è da scrivere insieme», confidava Matteo Renzi in Fuori!, libro dedicato alla vittoriosa sfida delle primarie fiorentine e alla successiva elezione a sindaco.

La politica come racconto per mobilitare sentimenti, coagulare consenso, cementificare il rapporto di fiducia con l’elettorato. È lo storytelling, bellezza: ultima frontiera della comunicazione politica post-moderna, la più affascinante e la più discussa, fonte alla quale il presidente del Consiglio continua ad attingere senza riserve, consolidando un bagaglio retorico già sperimentato con successo durante la “propedeutica” stagione della rottamazione, culminata con l’approdo a palazzo Chigi.

Nel quinquennio 2009-2014 Matteo Renzi ha, infatti, raccontato se stesso, nel tentativo di incrociare la diffusa domanda di cambiamento proveniente da ampi settori della società e di rianimare il Partito democratico, reduce da anni di diatribe intestine, laceranti delusioni e ingiustificabili sconfitte.

Sindaco pragmatico; spregiudicato comunicatore pop; boy scout militante; agguerrito sfidante alle primarie 2012, momento topico da sliding doors dove mastica il sapore amaro della sconfitta ma non abbandona il Pd, scalandolo dall’interno solo dodici mesi più tardi; più giovane presidente del Consiglio di sempre; icona di una generazione lasciata ai margini dell’agenda del Paese per decenni e di colpo ascesa al potere. In perfetta consonanza con quanto prescritto dai manuali di storytelling applicato alla politica, la sua storia personale ha coinciso con il suo programma, ruotando attorno a un obiettivo: cambiare verso al Paese; comunicare a ogni piè sospinto il cambiamento di cui aveva bisogno.

Una strategia vincente, necessariamente ricalibrata in ottica governativa. Quando sei a capo dell’esecutivo lo storytelling del cambiamento non basta più: vuoi perché affiorano le contronarrazioni di Grillo, Salvini e Landini, avversari febbrilmente impegnati nel fiaccare il tuo racconto per screditare la tua leadership, vuoi perché il cambiamento invocato deve essere, se non tutto, almeno in parte inverato; cioè atterrare concretamente nella quotidianità delle persone.

Ecco, quindi, la svolta: comunicare la fiducia. Comunicare un’Italia in fase di risalita, grazie alla battaglia del cambiamento condotta senza reticenze, alle riforme incardinate e, nonostante i veti, i passi falsi, le retromarce, le polemiche in parlamento e nel Paese, trasformate in leggi dello Stato.

Imbastire una storia altra, antitetica a quella srotolata dai talk show, tornati ad affollare i palinsesti televisivi. Queste arene mediatiche, dove l’elevato tono di voce sostenuto dagli ospiti fa premio sulla solidità delle loro argomentazioni, proiettano il solito copione, drammatizzando storture e anomalie italiche; alimentando vaste sacche di antipolitica; ritraendo, nel complesso, un Paese irredimibile, anchilosato da problemi tanto endemici quanto insolubili: il debito elefantiaco, la corruzione ramificata, l’instabilità governativa.

Comunicare fiducia, proponendo una narrazione positiva, appare evidente, è un comportamento che collide con questa rappresentazione. Da qui originano i serrati corpo a corpo ingaggiati dal premier-segretario con «i professionisti della lamentazione», «i gufi», «i disfattisti», spesso incarnati da opinionisti, commentatori e professori universitari severi censori dell’operato del governo, che bollano la narrativa ottimistica di Renzi alla stregua di una bieca manipolazione, edulcorazione della realtà asservita a meri fini propagandistici. Critica legittima, pur fondata per alcuni aspetti, ma totalmente asincrona con lo spirito del tempo. Piaccia o meno, oggi, nella democrazia del pubblico, governare significa anche (certo non solo, ma anche!) strutturare attese, orientare umori, influenzare percezioni. Creare senso condiviso.

E non è un caso, dunque, se recentemente il premier abbia scelto di pescare a piene mani da escamotage tecnici propri dello storytelling, puntando più a valorizzare il profilo istituzionale di primo ministro che quello di segretario di partito, volendo unire più che dividere.

Ospite del Meeting di Comunicazione e liberazione, lo scorso fine agosto, ha gettato le basi del “ponte narrativo” con la platea ciellina, rivelando l’amicizia adolescenziale stretta con don Paolo Bargigia (prete vicino al movimento e suo insegnante di religione al Dante di Firenze), per poi affondare il colpo: «Votate chi vi pare, ma dateci una mano a far ripartire l’Italia. Collaboriamo tutti insieme, voltiamo pagina, chiudiamo la stagione del berlusconismo-antiberlusconismo che ha bloccato il Paese». La sfera del privato, svelata e resa pubblica, per colmare il divario politico con una constituency tradizionalmente invisa al Pd.

Ancora. Chiudendo la Festa nazionale de l’Unità di Milano, ha infilato nel suo intervento questa confessione: «Quando mi siedo ai vertici internazionali, alle volte, mi chiedo cosa ci faccio io, un ragazzo di provincia come tanti, un boy scout di Rignano, in mezzo a quelle persone. Poi penso che io sono lì perché rappresento gli italiani, ho questo grandissimo onore». Il personale che diventa politico, di nuovo. Poco dopo, in un crescendo di enfasi oratoria, ha aggiunto: «Aylan e i ragazzi siriani meritano il nostro impegno. Quel bambino salvato dalla guardia costiera merita il nostro impegno. Le donne e gli uomini delle crisi aziendali, 43 risolte in un anno di governo, meritano il nostro impegno. I nostri sindaci che, con fatica e passione, amministrano moltissimi comuni in tutta Italia meritano il nostro impegno. Anche chi ci ha votato la prima volta (il riferimento è alle Europee del 25 maggio) e ora non vorrebbe più farlo sappia che noi, da qui in avanti, faremo tutto quello che è possibile per dir loro che meritano il nostro impegno».

Ha agganciato storie quotidiane, che accendono emotività ed empatia nell’uditorio, al suo ruolo di leader. Ha sfruttato, inoltre, l’efficace formula stilistica «meritano il nostro impegno», recuperando il «They deserve a vote» con il quale Barack Obama aveva scandito, due anni fa, il suo discorso sullo stato dell’Unione, per inserire il suo agire di singolo attore politico in una cornice condivisa e plurale.

Unire il Paese, ispirare i cittadini, coinvolgerli in un racconto collettivo, comunicando, innanzitutto, fiducia è la versione aggiornata dello storytelling renziano, pronta ad essere dispiegata in tutta la sua potenza persuasiva. Il prossimo tour in 100 teatri rappresenta il palcoscenico ideale dove esibirla con disinvoltura sì, ma con coerenza rispetto alla concomitante azione riformatrice implementata dal governo perché, come suggerisce Mario Rodrigruez, un messaggio è sempre una promessa alla quale deve seguire una verifica.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli