Come combattere le rivelazioni di segreti d’ufficio

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Un tecnico al lavoro con una centralina telefonica.            ANSA/FRANCO SILVI

Basterebbe una piccolissima e semplicissima modifica ad un articolo del codice di procedura penale per evitare la diffusione di intercettazioni ancora coperte da segreto d’ufficio

E’ ormai divenuta pratica quotidiana la divulgazione a mezzo stampa di atti relativi a procedimenti penali “coperti” dal segreto istruttorio, nonostante il codice penale preveda almeno tre fattispecie di reato potenzialmente applicabili. Conviene dar loro una rapida scorsa.

L’articolo 326, per cominciare, prevede una pena da sei mesi a tre anni per il pubblico ufficiale che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, riveli, o comunque ne agevoli la conoscenza, notizie di ufficio che dovrebbero rimanere segrete.

Più nello specifico, l’art. 379-bis (introdotto nel 2000), punisce con la reclusione fino a un anno chiunque riveli notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per avere partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso.

Infine, la contravvenzione prevista dall’art. 684 prevede l’arresto fino a trenta giorni o l’ammenda da 51 a 258 euro per chiunque pubblichi, in tutto o in parte, anche in forma riassuntiva, atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata la pubblicazione.

Ebbene, nonostante questo imponente spiegamento di forze a livello codicistico, la nostra stampa, cartacea o virtuale, quotidiana o periodica, pullula quotidianamente di atti di procedimenti penali che in teoria sarebbero coperti da segreto. Tra essi spiccano, ovviamente, testi di conversazioni telefoniche o ambientali frutto di intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria. Sono atti per i quali la copertura del segreto sussiste almeno fino a quando non siano stati messi nella disponibilità delle parti e dei loro difensori, il che normalmente accade alla conclusione delle indagini preliminari, a meno che non vengano adottate misure cautelari ad indagini ancora in corso.

In realtà, un modo per combattere il fenomeno più efficacemente di quanto non sia stato fatto finora forse ci può essere. E non è neppure tanto difficile, almeno in teoria.

Infatti, basterebbe una piccolissima e semplicissima modifica ad un articolo del codice di procedura penale: l’articolo 266, che prevede i casi in cui possano essere disposte intercettazioni telefoniche o ambientali. Si tratta di un catalogo di reati di varia tipologia e gravità: i delitti con pena superiore a cinque anni (o da cinque anni in su se contro la pubblica amministrazione), i delitti in materia di stupefacenti, armi e sostanze esplosive; e poi ingiuria, minaccia, usura, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, pornografia minorile, commercio di sostanze alimentari nocive, contraffazione o uso di marchi e brevetti, introduzione e commercio di prodotti falsi, frode in commercio, atti persecutori (stalking).

Ora, basterebbe inserire in questo catalogo anche gli articoli 326 e 379-bis sopra citati. In questo modo, la rivelazione di segreti d’ufficio, o comunque di notizie concernenti un procedimento penale, sarebbe perseguibile anche attraverso lo strumento delle intercettazioni telefoniche e ambientali, con effetti che è facile ritenere assolutamente dirompenti.

Innanzi tutto, ciò consentirebbe agli inquirenti di mettere sotto controllo le utenze di coloro (magistrati, cancellieri, forze di polizia, ecc.) che a vario titolo hanno avuto a che fare con il fascicolo i cui atti sono stati illecitamente rivelati. Ma non solo.

Infatti, siccome un’intercettazione deve essere disposta tutte le volte in cui vi siano “gravi indizi di reato”, ben potrà accadere che ad essere poste sotto ascolto siano anche le utenze di colui che ha divulgato la notizia, ossia il giornalista. E ciò anche se il giornalista in questione non sia indagato – né potrebbe esserlo, stante il sacrosanto diritto di cronaca – per la violazione del segreto istruttorio.

Il punto, infatti, è che un’intercettazione può essere disposta anche a carico di soggetti diversi dall’indagato. L’importante, come si diceva, è che vi siano “gravi indizi” che un reato è stato commesso, ma non è affatto necessario che il reato debba essere stato commesso dall’intercettato.

Si pensi, ad esempio, alle intercettazioni di una vittima di estorsione al fine di risalire ai responsabili del ricatto, oppure alla intercettazione dei parenti stretti di un soggetto appena evaso dal carcere. Si deve anche considerare che, per il meccanismo del nostro codice di procedura penale, un’indagine per rivelazione di segreto istruttorio potrebbe essere avviata, almeno nella sua fase iniziale, da qualunque Procura di questa Repubblica (Guariniello docet!), e dunque anche diversa da quella in cui si è verificata la violazione.

Altro dato su cui i potenziali “rivelatori” non mancherebbero di riflettere attentamente, specie se “addetti ai lavori”. Ma, al di là delle minuzie processuali, gli effetti dirompenti ci sarebbero anche in forza di un altro risultato, per così dire “indiretto”. Infatti, in base allo stesso meccanismo perverso oggi dominante, potrebbe accadere che anche conversazioni di scarsa o nessuna rilevanza penale di soggetti intercettati in una indagine per rivelazione di segreto d’ufficio siano a loro volta… oggetto di divulgazione, più o meno lecita.

E potrebbe essere alquanto spiacevole che le conversazioni del tale giornalista o del talaltro magistrato vengano divulgate con la stessa disinvoltura con cui oggi vengono divulgate quelle di indagati e testimoni. Davvero molto spiacevole. Come una sorta di contrappasso, verrebbe da malignare.

Ed allora, tutto ciò rende più che lecito ritenere che, se questa modifica fosse approvata, le violazioni dei segreti d’ufficio nei procedimenti penali si ridurrebbero fortemente. Più che la minaccia della pena, forte sarebbe assai la minaccia della divulgazione dei segreti reconditi di chi maneggia con disinvoltura i segreti (istruttori) altrui.


 

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