Colonia, il buonismo è pericoloso come il razzismo

Germania
In this Dec. 31, 2015 picture, persons gather  at the Cologne, Germany, main station. German police said Wednesday Jan. 6, 2016 that they are investigating whether a string of sexual assaults and thefts at New Year is linked to a known criminal network. The assaults in Cologne last week have prompted outrage in Germany and a fresh debate about immigration, after police said the perpetrators appeared to be of "Arab or North African origin." The events in Cologne involved a crowd of around a thousand men. Police say at least 90 criminal complaints were filed, and that some men in the crowd formed smaller groups and surrounded women. (Markus Boehm/dpa via AP)

Perché tanta parsimonia nel giudicare il sopruso contro la libertà delle donne come una minaccia allarmante?

Ero in fila verso l’uscita, le luci del cinema appena accese e una platea di spettatori ancora silenziosi. Il corridoio di velluto rosso come un limbo che dalla storia sanguinaria di Macbeth ci riportava alla pioggia romana. Sulle scale, non riuscivo a smettere di domandarmi: raccontarsi che la cattiveria dipenda sempre da qualcos’altro, come se fosse la conseguenza di una violenza e non la sua premessa, è un modo di trovare conforto? Soffriamo di un certo pudore nel descrivere un uomo o una donna come violenti?

L’ultima versione cinematografica della tragedia shakespeariana, firmata da Justin Kurzel, mette in scena una Lady Macbeth depotenziata del suo paradigma. Al posto della donna accesa dall’insaziabile ambizione, smaniosa, calcolatrice e spietata c’è una (bellissima) Marion Cotillard che piange e sussurra di continuo, ma soprattutto una madre sconvolta dalla morte del suo unico figlio. Un tentativo di umanizzare l’archetipo del male e di chiarire la cattiveria, quasi a giustificarla. Non basta dire che la protagonista è cattiva, bisogna capire perché lo sia diventata. Al limite di una Lady Macbeth incapace di intendere e di volere, dentro una resa della sua soggettività che fa luce sulla ferocia delle motivazioni.

Se mi interrogo sull’esigenza di assottigliare le colpe di un personaggio per antonomasia orientato al male, non riesco a fare a meno di sentire tutta la modernità di questa scelta. Non c’entra solo Freud e il bisogno di rendere un carattere stratificato e complesso. C’entra anche il riguardo con cui oggi giudichiamo l’efferatezza. Immersi in un’escalation di violenza, terrore e brutalità, siamo spaventati dalla cattiveria fino quasi a negarla. A volte fatichiamo ad ammettere che l’incapacità di empatia sia una caratteristica profondamente umana. Eppure non sapersi mettere nei panni dell’altro, non riuscire a sentirne il dolore, non significa essere solo delle vittime ma anche dei carnefici. Altrimenti per seguire la frenesia di ricondurre la violenza a una causa, un punto di partenza che chiarisca come mai ci si comporti in quel modo, rischiamo di depotenziarne l’essenza.

Per commentare le aggressioni subite da decine di donne a Colonia da parte di un gruppo di giovani immigrati, alcuni si sono basati su una spiegazione culturalista. E cioè: esiste un legame fra gli atti di violenza e lo scenario culturale che si muove sullo sfondo di chi questi atti li commette. La rete di conoscenze e attribuzione di significato, valori e credo religioso che un individuo respira diventa il movente per cui l’individuo agisce. Riduttivo. Anche perché il risvolto di questo modo di pensare, che assottiglia la condanna, sfocia dalla parte opposta. Se siamo disposti a dire che un uomo molesta e violenta solo perché gli è stata inculcata una particolare idea di donna e di mondo, per lo stesso modo di pensare arriveremo alla conclusione che tutti gli immigrati, senza distinzione di sorta, sono dei potenziali violentatori. La spiegazione culturalista, seguita alla lettera, porta fuori strada.

Quando si discute di immigrazione si parla spesso di degrado, disagio economico, difficoltà di integrazione. Giustissimo. Se non fosse che a volte si finisca per ricondurre questo parterre di cause a unica spiegazione delle violenze commesse. E quindi per sminuire la gravità dei fatti. Ma il buonismo è pericoloso quanto il razzismo, perché l’uno si astiene dal giudizio come l’altro si isola nel pregiudizio. Sono due criteri antitetici di rapportarsi alla questione, con un dato in comune: stare solo da una parte e in modo ottuso.

I crimini commessi a Colonia e in altre città europee da parte di una schiera di immigrati, arabi e nordafricani, sono stati discussi in questi giorni eppure non abbastanza condannati. Ho letto commenti che abortivano la disapprovazione riferendosi a una possibile psicosi di massa da parte delle donne aggredite. Altri che addirittura delineavano un complotto destroide per facilitare lo spirito xenofobo che si aggira in Europa. Siamo all’assurdo. A parte le derive strampalate, mi chiedo il perché, in generale, di questa parsimonia nel giudicare il sopruso contro la libertà delle donne come una minaccia allarmante.

Donne occidentali che festeggiavano la notte di San Silvestro. Donne autonome, paritarie all’uomo, vestite o scoperte, libere di darsi o negarsi, che sono vittime della violenza prima e di questa incapacità di prendere una netta posizione di condanna dopo. Se ci scrollassimo di dosso il pudore che impedisce un giudizio, invece, arriveremo a una decisa disapprovazione. Negare il rispetto e la libertà di una donna è un atto di bassissima indegnità morale, che deve essere spunto di riflessione, sì, ma con la consapevolezza che questa riflessione non porti a sottovalutare il problema. La civiltà occidentale non può negoziare su una conquista incontrovertibile come la parità delle donne. Prendere tempo, non esporsi, tentennare, in parte significa farlo. Giudicare inaccettabile un fatto del genere non vuol dire negare i diritti degli immigrati, né ridiscutere il principio di accoglienza. Ma implementare il livello del dibattito, interrogandosi anche sul ruolo della donna nel mondo islamico. Il ruolo della donna in una società multietnica e multiculturale come quella che si sta delineando.

Tornata a casa, dopo il cinema, mi sono messa a rileggere alcuni passi del Macbeth. La protagonista di Shakespeare è una donna efferata e subdola. Il suo fascino risiede proprio in questo, nella grandezza di una natura tanto maligna. La Cotillard ne ha esasperato il lato umano, le fragilità che si annidano dietro la cattiveria. Hélas, ce ne faremo una ragione. Il punto della riflessione è un altro: il male esiste, e come lo si racconta lo si deve pure deplorare. Nel caso di Colonia, senza indecisione alcuna e con più voce rispetto a quanto è stato fatto.

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