Clinton vs Trump? Sì, anzi no. Per il tycoon è corsa ad ostacoli

Usa2016
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Non è per nulla certo se sarà Trump o meno il nominee del Partito repubblicano, lo sfidante di Hillary. O se ci sarà un terzo candidato, che potrebbe essere Trump stesso, come indipendente

Se è ora cristallino che Hillary Rodham Clinton e Donald J. Trump non hanno più rivali nei rispettivi campi, non è ancora affatto chiaro che saranno proprio loro due, i duellanti del prossimo 8 novembre nell’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. O, più precisamente, non è per nulla certo che sarà Trump il nominee del Partito repubblicano, lo sfidante di Hillary. O se ci sarà un terzo candidato, che potrebbe essere Trump stesso, come indipendente, se la convention repubblicana di Cleveland, a metà luglio, dovesse ripudiare i risultati delle primarie, sulla base del fatto che il magnate di New York non avrà ottenuto, alla fine della corsa, la maggioranza assoluta dei delegati per avere la certezza dell’incoronazione. Perfino un quarto candidato sarebbe in teoria ancora ipotizzabile, ma davvero, a questo punto, è un’ipotesi del passato, quando un altro miliardario newyorkese, Michael Bloomberg, l’ex-sindaco della metropoli, sondava il terreno di una sua possibile candidatura, di fronte al consolidarsi del successo travolgente di Trump e al contemporaneo evidente indebolimento di Clinton, incalzata da Sanders e sotto la spada di Damocle dello scandalo delle email-gate.

Le primarie del secondo super-martedì, che hanno visto la partecipazione di quattordici milioni di elettori in cinque stati, rappresentano normalmente il giro di boa che dovrebbe rendere il prosieguo della corsa un match ridotto a due protagonisti, eppure, come si è detto, le cose non stanno così. Come osserva Alexander Burns sul New York Times, «i due front-runner non marciano con lo stesso passo. Clinton ha messo insieme una formidabile coalizione maggioritaria dentro il Partito democratico che ha resistito agli appelli del senatore Bernie Sanders. Trump ha conseguito un po’ meno di questo. Ha blindato un bel bottino di voti a destra, ma non abbastanza in termini di delegati da garantirgli che possa ottenere la maggioranza alla convention repubblicana. E la sua posizione sembra indebolirsi».

Questa è sicuramente l’opinione dell’establishment repubblicano, che continua a non farsi una ragione di una sfida presidenziale Clinton-Trump, che considera persa in partenza da The Donald. Tony Fratto, che fu portavoce della Casa Bianca con George W. Bush ha diffuso questo tweet martedì sera: «Quello che è essenzialmente successo è che @HillaryClinton è stata eletta presidente. Abbiamo otto mesi di iperventilazione prima che sia ufficiale». I toni esagerati sono normali su twitter, ma secondo John Cassidy del New Yorker, osservatore tra i più acuti delle primarie in corso, le parole di Fratto «riflettono la crescente convinzione tra i repubblicani a Washington che Donald Trump e Hillary Clinton sono inarrestabili e che, quando arriva novembre, questo significa il disastro per il Grand Old Party (il GOP, com’è definito il Partito repubblicano)».

L’ex segretario di stato, con le vittorie facili in Florida e North Carolina (secondo le previsioni) e con il successo in Illinois, il suo stato natale, in Missouri e soprattutto in Ohio, dov’era favorito Sanders, ha adesso un vantaggio sul rivale di oltre trecento delegati. La corsa va comunque avanti, Sanders non getta la spugna, nella fiducia di conseguire risultati buoni in stati dov’è prevalente l’elettorato democratico espressione della classe lavoratrice bianca, il suo elettorato, in particolare in Utah e Wisconsin. Nel frattempo, Hillary affila già le armi in vista dello scontro diretto con Trump, mettendone in questione soprattutto quello che appare come il suo lato debole: la sua ignoranza in materia di politica internazionale unita alla pessima considerazione che già lo circonda all’estero: «Il nostro comandante in capo deve essere capace di difendere il nostro paese non metterlo in imbarazzo».

Per Trump non è ancora il momento di dirigere la sua artiglieria interamente verso il campo democratico, dovendo dedicare il grosso delle sue energie a recuperare le forze del suo campo, dopo aver seminato veleno, odio e conflittualità a piene mani. PredictWise, il sito che fa previsioni aggregando e combinando i dati dei sondaggi e quelli delle scommesse di mercato, attribuisce a Trump il 78 per cento delle possibilità di avere la nomination, a Ted Cruz il dodici, a John Kasich l’otto. Eppure per raggiungere i 1237 delegati necessari per avere la maggioranza a Cleveland, Trump dovrebbe conquistare il 59 per cento dei delegati ancora in palio. Otterrà comunque l’incoronazione, non dovesse raggiungere anche di poco quella meta?

Se i capi del Partito repubblicano, con la galassia dei suoi potenti finanziatori, dovessero continuare a considerare The Donald un intruso, un impostore, a Cleveland non resterebbe che celebrare una brokered convention, un congresso aperto nel quale i delegati, liberi da vincoli di mandato, potrebbero nominare un altro candidato alla presidenza, diverso da quello designato dalle elezioni primarie.

È una prospettiva che tanto è evocata quanto considerata impraticabile politicamente. Come si può ragionevolmente bloccare la strada a chi a già vinto in 19 stati mentre il suo principale rivale, Ted Cruz ha vinto in sette? Nel frattempo «il piccolo Marco», come lo derideva Trump, ha gettato la spugna, mentre John Kasich, avendo vinto in Ohio, lo stato di cui è stato governatore, vagheggia un’improbabile aggregazione di forze Stop Trump intorno al suo nome, in quanto rappresentante del moderatismo main stream dei repubblicani. Naturalmente, lo stesso pensiero è nella testa di Cruz, che invita i sostenitori di Rubio a salire sul suo carro e sollecita Kasich a ritirarsi, nella comune battaglia contro l’alieno, il tycoon.

Ma seppure il cosiddetto Stop Trump movement riuscisse a conquistare abbastanza delegati da negare a The Donald la maggioranza a Cleveland, e ad aprire così la strada a una brokered convention, come sarebbe possibile convincere il grosso dei delegati – eletti con le insegne di Trump – a votare per un altro candidato, designato peraltro proprio dalla detestata nomenklatura e proposto con i suoi metodi politicisti, contro cui appunto è nato e si è sviluppato il movimento per Trump. Ammesso pure che la manovra funzioni, come si potrà portare i simpatizzanti di Trump alle urne l’8 novembre? Per votare Mitt Romney? Già, perché è lui, lo sconfitto del 2012, anch’egli miliardario, seppure non quanto Trump, il politico che più si dà da fare per sbarrare a Trump la via verso la nomination. Con il risultato finora di aver contribuito alla penosa débâcle di Marco Rubio, su cui puntava perché mettesse fuori gioco Trump nella sua Florida. L’endorsement di Romney è costato caro al piccolo Marco.

Per le stesse ragioni, sono totalmente fuori strada i fautori di una terza candidatura indipendente, come invocano i neoconservatori sotto la guida delle loro pubblicazioni bandiera Weekly Standard e National Review immaginando un non-si-sa-chi candidato più corrispondente alle loro attese, in specie in politica internazionale (dove Trump è sostanzialmente un isolazionista non interventista, anche per questo inviso al complesso militare-industriale-ideologico, anche se, come egli stesso ripete, il suo successo è anche molto legato a quanto è accaduto nel mondo dopo gli attentati di Parigi, e l’ha detto anche ieri, affermando che dopo Parigi la sua campagna “ha preso tutto un nuovo significato” e gli americani “chiedono sicurezza” “ed ecco i numeri nei sondaggi che schizzano in alto”).

Trump sembra consapevole che, per vincere definitivamente, nel restante percorso fino a giugno, dovrà cambiare passo, risultare più uniter, lasciar cadere la meritata fama di divider. Anche per poter ampliare lo spettro del suo elettorato. Il grosso del suo bacino resta quello dei bianchi, senza diploma, a reddito medio basso. In quell’elettorato non ha rivali: anche in Ohio, dove ha vinto Kasich, lui è stato premiato dai votanti bianchi senza diploma, con un reddito sotto i 50.000 dollari. C’è anche da dire che a questo punto delle precedenti primarie, quattro anni fa, Mitt Romney aveva totalizzato un numero di delegati maggiore di quanti ne abbia Trump. Certo, la sfida di andare oltre il perimetro dell’elettorato bianco non riguarda solo Trump, non è ardua solo perché c’è in campo Trump, con la sua retorica xenofoba e razzista. Il carico di risentimento su cui ha lavorato per ottenere consensi in quel blocco di elettori era stato già ampiamente accumulato dal Partito repubblicano, anche nelle sue componenti moderate. «La verità – scrive sulla New York Review of Books, Elizabeth Drew – è che il Partito repubblicano ha attizzato il pregiudizio razziale, ci ha puntato, per un lungo periodo, e adesso resta appiccicato alla sua storia razzista. È fuori discussione che i repubblicani hanno trattato il primo presidente nero della nazione come non avrebbero fatto con un bianco. Come poteva essere concepibile che un parlamentare repubblicano urlasse ‘tu menti’ al presidente che pronunciava il suo primo discorso sullo stato dell’Unione nel 2009»?

Che Donald Trump ottenga o no alla fine la nomination repubblicana e perfino conquisti o no la Casa Bianca, «ci si volgerà indietro su questo periodo – scrive ancora Drew, rispettata veterana delle campagne elettorali americane – e ci si chiederà: com’è potuto succedere? Com’è stato possibile che un bullo, ruffiano, disinformato, protezionista, nativista sia potuto arrivare così vicino alla presidenza degli Stati uniti? E non importa cosa dicono i sondaggi, non può neppure essere escluso che possa vincere. Il dominio finora avuto da Trump sulla campagna presidenziale repubblicana non è così scioccante come molti pensano. Ora che sta accadendo, è chiaro che eravamo maturi da tempo per un candidato così, la via era stata preparata da anni ed è stata messa in opera dai recenti sviluppi economici e razziali che hanno alimentato tensione e rabbia. Restava solo che una celebrity e una star opportunista di reality show – il magnete della nostra cultura corrente – si facesse avanti».

Grazie a www.ytali.com

 

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