Clinton o il caos

Usa2016
epa05364873 US Democratic presidential candidate Hillary Clinton speaks at a campaign event in Pittsburgh, Pennsylvania, USA, 14 June 2016. Clinton criticized Republican presidential candidate Donald Trump's response to the 12 June mass shooting in Orland, Florida.  EPA/MICHAEL REYNOLDS

Se la Clinton riuscirà a battere Trump sarà la prima prova rilevante di resistenza alla ventata populista in elezioni degli ultimi anni

L’affermazione di Donald Trump “Accetterò il risultato delle elezioni solo se sarò io il vincitore” è un’assoluta novità per la lunga storia della democrazia americana. Nel 2000 Al Gore, al termine della farsesca vicenda della Florida, accettò il verdetto delle urne che aveva decretato, in modo a dir poco rocambolesco, George Bush presidente degli Stati Uniti. Tutta la vicenda di quel paese, e della sua leadership mondiale, è stata sempre giocata su un delicatissimo equilibrio tra la durezza della competizione politica e il senso della nazione, la priorità del suo interesse generale. Così gli Usa hanno sopportato il sacrificio di migliaia di ragazzi americani sulle spiagge della Normandia e così hanno affrontato il dopo 11 Settembre, quando in tutte le case, di famiglie repubblicane o democratiche, fu esposta la bandiera a stelle e strisce. In quel paese scegliere un partito o l’altro ha sempre corrispostoallacoscienzadiunsistema divaloriindividuale,ilbipolarismo radicato nella tradizione ha indicato opzioni ideali ben definite e distinte sul razzismo, sui diritti civili, sulla giustizia fiscale e sociale, sul welfare. Spesso i candidati alle presidenziali si sono cimentati per conquistare l’area meno radicale dell’uno o dell’altro schieramento, i “centristi” o “i moderati” capaci di spostare l’ago della, bilancia . Ma la differenza è sempre risultata evidente, come confine che separa destra e sinistra, liberal e conservatori. Trump ha scelto, estremizzando tutto, la via di rompere questo schema di gioco, quello che, da ultimi, Mc Cain e Romney avevano correttamente interpretato nelle competizioni perdute con Obama.

Ricordo la sera del discorso di accettazione della candidatura da parte di Barack Obama a Denver. Ero nello stadio in cui il futuro presidente aveva indicato la sua linea, certo molto alternativa rispetto a quella del suo predecessore Bush. Tornai in albergo, la sera, e le televisioni raccontavano che McCain aveva telefonato al suo avversario per felicitarsi dell’investitura. Mi fece riflettere , venendo dal paese in cui Berlusconi diceva che gli elettori che non la pensavano come lui erano dei «coglioni».

Ora gli Usa sembrano essersi adeguati. Ricordiamo, nel nostro Paese, tutti i dubbi pelosi sui «brogli» possibili da parte della sinistra, prodromici alla difficoltà di accettare il risultato che caratterizzò le ore convulse della incerta notte elettorale del 2006.

Trump tiene il Paese col fiato sospeso. Ma questo è solo l’ultimo graffio alla tradizione di dialettica politica degli Usa.

Trump ha fiutato, in questi mesi, il vento anti establishment e anti «politicamente corretto» che spira in tutto l’Occidente, portato dalla crisi e dagli effetti di una globalizzazione iniqua. Lo ha cavalcato con spregiudicatezza e, come fossero birilli, ha travolto i candidati più tradizionali, non solo i moderati ma persino gli estremisti che si limitavano a radicalizzare i valori della destra Usa. Con Trump è nato qualcosa di nuovo e di estraneo a quella tradizione, tanto che tutti i leader storici del partito lo hanno abbandonato e lo criticano. Ma, come lui ha detto, quelle per lui erano solo «catene»: la vecchia politica, il vecchio potere. Trump finge di essere il nuovo che avanza ed è quanto di più vecchio esista: un impasto di demagogia, spirito eversivo, populismo che ricorda altri periodi della storia.

Ora sembra un’armata in rotta, travolta da se stessa. Può essere, ma dovrebbe far riflettere che, nonostante la sequenza di gaffes e di affermazioni astruse, negli stati più tradizionalmente repubblicani la base non si sia distaccata. Almeno ad oggi. Questo vuol dire che è diffuso un sentimento di tale radicale distanza dal potere, nel tempo della crisi e della società tecnologica, che ciò che pare eversivo appare auspicabile. È un vento che non smette di spirare e che scuote la democrazia dalle fondamenta, come la dichiarazione choc di Trump dimostra.

Se la Clinton riuscirà a battere Trump sarà la prima prova rilevante di resistenza alla ventata populista in elezioni degli ultimi anni. Molto dipenderà anche dall’esito del risultato e dalla composizione del congresso. Se la maggioranza repubblicana non fosse scalzata, almeno al Senato, la presidenza Clinton inizierebbe tra immense difficoltà. Il destino degli Usa ci riguarda, riguarda tutto il mondo. Il Presidente Obama ha ricordato, a ragione, che i codici nucleari sarebbero in mano a Trump, con tutti i rischi del caso. Il voto di martedì 8 novembre segnerà, in ogni caso, un passaggio della storia di questo nuovo secolo.

Un’ultima considerazione: ciò che è avvenuto alla Casa Bianca nei giorni scorsi dovrebbe esser ragione di orgoglio per ogni italiano. Si può amare o no Renzi ma quella cena, l’ultima della presidenza Obama, è stata un omaggio al nostro Paese. Non solo al presidente del consiglio ma al talento, alla capacità di accoglienza, alla qualità della nostra ricerca, al coraggio civile, alla lotta per la moralità della vita pubblica. Tutti gli italiani dovrebbero essere felici che l’Italia sia stata celebrata così, guardando alla fatica e al lavoro di un Paese intero. Ma da noi il senso della nazione è un’eccezione riservata ai momenti drammatici: la Resistenza, la lotta al terrorismo. Se ne avessimo di più, insieme alla cultura delle regole, saremmo imbattibili.

 

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