Clima, sette giorni per l’accordo

Dal giornale
climate-change

Nella capitale francese una settimana di tempo per trovare una soluzione e non calpestare il Pianeta

Dopo climatologi, economisti, ecologisti, giornalisti, manager, meteorologi (a proposito, il climatologicamente scorretto Philippe Verdier è stato cacciato dal meteo di France Télévision per eccesso di cretinate negazioniste), esperti dei vari effetti sul terreno delle catastrofi da global warming, religiosi, politici e capi di Stato, ecco come la pensa la pancia del Paese.

Abbiamo sondato i nostri concittadini sul vertice di Parigi, su cosa si aspettano fra otto giorni da vertice planetario e cosa sono disposti a fare per contribuire ad abbassare la febbre del pianeta. Famiglie e aziende sono decisive per il set di azioni future, e hanno già dimostrato di essere piú avanti della politica regalando all’Italia, grazie anche agli incentivi di vari governi, il boom e il podio mondiale dello sfruttamento di energia solare (oltre 800 mila impianti installati). Il risultato del sondaggio Swg è in due concetti chiave: scetticismo sui grandi della terra, e disponibilità a farsi carico di scelte anche onerose. Un briciolo di speranza, insomma, la mostrano, e sono pronti a rimboccarsi le maniche. Non si aspettano, però, scelte radicali dalla Cop21. Temono che anche questa conferenza sul clima di Parigi possa aggiungere un altro fiasco nella collezione dei flop degli ultimi 23 anni.

Domina la disillusione sulla volontà dei capi di governo dei Paesi emettori di gas serra, pensano che non riusciranno ad affrontare seriamente il tema.

Difficile dare torto ai nostri connazionali. Bruciano i fallimenti delle conferenze internazionali precedenti, un andirivieni di leader mondiali con ministri e sherpa al seguito finite sempre con l’aumento dei gas serra sparati in atmosfera e accordi non vincolanti e fuori da ogni serio protocollo di validazione dei dati.

Proprio mentre le aree più sensibili iniziavano ad essere esposte ad una fantastica accelerazione di eventi un tempo cosiddetti estremi.

Ieri, Ségolène Royal, ministro francese dell’ecologia e dell’energia che sta gestendo i lavori del 22esimo summit, sul Corriere della Sera analizzava la prima settimana di negoziati con una visione ottimista. La stessa del nostro ministro Galletti, e la stessa che oggi hanno tanti di noi.

A Le Bourget i rappresentanti dei 195 Paesi hanno ormai approvato la prima bozza di accordo che ha chiuso la prima fase dei lavori. Sono 48 pagine nelle mani dei ministri dell’Ambiente come “nuova base negoziale accettata da tutti”. Il testo lascia molte questioni irrisolte e aperte, e non è chiaro come raggiungere l’obiettivo del contenimento entro i due gradi centigradi dell’aumento della temperatura terrestre, prendendo come riferimento quella dell’era pre-industriale. Contiene tutti i punti che hanno bloccato a lungo le trattative. “Lo stiamo migliorando. Dalla prossima settimana saremo noi ministri ad occuparcene”, assicura la Royal che teme un altro flop.

Balla ancora la richiesta dei Paesi africani che chiedono di poter passare alle energie rinnovabili ma a costi più bassi rispetto al petrolio che oggi impedisce qualsiasi ipotesi di transizione energetica dalle energie fossili a quelle pulite. Deve essere ancora definita la ripartizione dellle quote di finanziamento dai Paesi ricchi a quelli emergenti o in via di sviluppo: 100 miliardi da adesso al 2020 e poi altri 100 all’anno dal 2020 e le modalità di trasferimento delle tecnologie. C’è l’India che a parole è parte dell’Alleanza per il solare ma nei fatti non ha alcuna intenzione di smettere di bruciare carbone, e frena ogni accordo in nome del diritto allo sviluppo anche da inquinatori.

Ci sono gli Stati Uniti della svolta green di Obama che a Washington è però bloccata dal veto del Congresso a maggioranza repubblicana che mai ratoficherebbe il Climate Act anche se i sondaggi vedono l’ok di due terzi degli americani su un accordo giuridicamente vincolante.

L’Europa, anche oggi, spinge ed è favorevole a una tassa sulle emissioni di carbonio (chi inquina paghi) che mette insieme un fronte di 40 Paesi. Ma Berlino e Londra rilanciano alla grande il carbone, e ognuno resta legato ai suoi modelli energetici e alla soluzione di problemi interni.

Al di là degli appelli e della retorica, si apre la settimana decisiva: o si superano queste contraddizioni, e possono essere superate sulla base delle emergenze e delle opportunità, oppure clic e l’ultimo spenga la luce. È esattamente quello che hanno capito e temono gli italiani.

Vedi anche

Altri articoli