Clima, accelerare le azioni

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Si è chiusa a Bonn l’unica sessione negoziale intermedia prevista dopo l’Accordo di Parigi dello scorso dicembre e prima della Conferenza mondiale sul clima, che si terrà a Marrakech, a novembre

Si è chiusa a Bonn, nella Germania che con la Francia sta vivendo ore drammatiche per le terribili alluvioni, l’unica sessione negoziale intermedia prevista dopo l’Accordo di Parigi dello scorso dicembre e prima della Conferenza mondiale sul clima, che si terrà a Marrakech, a novembre. La sessione di lavoro è durata dieci giorni ma non ha fatto notizia, perché si è concentrata su aspetti tecnici e procedurali. Alcuni prevedono che il vertice di Marrakech non sarà più vivace, tanto che viene già definita una “boring COP”, cioè una conferenza “noiosa”.

E in effetti, per alcuni aspetti, la fase dei negoziati internazionali che si è aperta dopo Parigi è “noiosa”, nel senso che le dinamiche politiche hanno trovato un punto di equilibrio, e hanno lasciato il posto ai dibattiti di natura tecnica. Nel corso delle negoziazioni del 2015 che hanno preceduto il Summit di Parigi, gli Stati membri avevano chiesto a più riprese un maggiore impulso politico per spingere anche i paesi più reticenti ad avanzare nella direzione di un accordo globale per contrastare il riscaldamento climatico. Quest’anno invece il calendario delle Nazioni Unite ha previsto una sola sessione di lavoro comune, caratterizzata da una sola parola d’ordine: attenersi alla implementazione dell’Accordo di Parigi, il testo adottato il 12 dicembre 2015, durante la COP21, con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura del pianeta ben al di sotto dei 2°. Il tentativo di mantenere anche una dinamica politica, come auspicato dalla presidenza francese, non è andato a buon fine.

Quello su cui si è lavorato a Bonn, sono state le modalità di lavoro dei prossimi tre anni, e cioè fino al 2018, quando ci sarà un primo bilancio degli impegni presi. L’obiettivo principale è stato di definire i contorni della road map adottata a Parigi da parte dei gruppi di lavoro che strutturano il dibattito sul clima in seno ai negoziati: il gruppo SBI (l’acronimo sta per “Subsidiary Body for Implementation”) che si occupa dell’implementazione della Convenzione e il gruppo SBSTA (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice) che fornisce il supporto tecnico-scientifico alla Convenzione. I delegati si sono concentrati soprattutto sulle questioni principali della trasparenza, dell’adattamento, della rendicontazione delle risorse finanziarie, del contenuto dei “contributi nazionali” – gli scenari definiti dai singoli Paesi di fronte ai cambiamenti climatici – e del contributo della scienza a questo bilancio previsto nel 2018. Inspirati dal nuovo slogan delle Nazioni Unite “Acceleriamo l’azione sul clima”, i negoziatori hanno fatto il punto anche su un altro calendario, quello della ratifica dell’Accordo.

La segretaria uscente della Convenzione quadro sui Cambiamenti Climatici, Cristiana Figueres (il 6 luglio cederà il suo posto all’ambasciatrice del Messico a Berlino, Patricia Espinosa) a Bonn ha annunciato che l’Accordo potrà entrare in vigore nel 2017, quindi un anno prima del previsto. Per rendere possibile questa anticipazione, dovrà essere ratificato, accettato o approvato da almeno 55 paesi che rappresentano il 55 per cento delle emissioni mondiali di gas serra. Fino ad oggi sono 17 gli Stati che hanno ratificato l’accordo, e i due più grandi inquinatori del pianeta Cina e Stati Uniti, si sono impegnati a farlo entro il 2016. L’eventualità di u n’entrata in vigore rapida, potrebbe aiutare le parti a prendere coscienza dell’urgenza di agire più rapidamente nelle negoziazioni.

La maggioranza degli Stati convengono sul fatto che il successo della lotta contro il riscaldamento globale dipenderà dalla capacità degli attori di mantenere ritmi di lavoro serrati. I Paesi in via di sviluppo, insieme all’Africa, a Bonn hanno richiesto laboratori tematici e documenti tecnici per alimentare il dibattito da qui a novembre. La domanda non è stata accolta ma i CoPresidenti si sono impegnati a produrre una nota di scenario prima della COP22. Inoltre, per movimentare i prossimi cinque mesi, il Marocco organizzerà una serie di appuntamenti: il prossimo 23 giugno si terrà a Tangeri una riunione delle coalizioni sui temi delle energie rinnovabili, sui trasporti, l’accesso all’acqua, sulla gestione delle foreste, mentre nel corso dell’estate verrà organizzato un forum sul prezzo del carbone e una COP esclusivamente dedicata ai Paesi del Mediterraneo.

Per questo, non è detto che il percorso che conduce a Marrakech debba essere così “noioso”, cioè privo di tensioni politiche. I mesi che ci separano dal prossimo vertice in Marocco potrebbero essere utili per trovare consenso intorno alle due questioni che hanno provocato maggiori divisioni a Bonn. La prima questione è il crescente potere del settore privato nell’azione climatica, che intimorisce i Paesi in via di sviluppo, che hanno Stati meno consolidati e rischiano di vedere l’interesse privato prevalere su quello pubblico. La seconda questione è l’accesso ai finanziamenti da parte dei Paesi in via di sviluppo, che ha visto ancora una volta la contrapposizione di questi ultimi nei confronti dei paesi industrializzati.

Sarà in Marocco che si discuterà a fondo su questi temi, anche perché finora Washington si è rifugiata dietro regole procedurali per evitare di riesaminare il meccanismo finanziario. Ma ad occupare l’agenda della prossima COP sarà anche un’altra delicata questione: quale posto attribuire all’adattamento, il secondo asse strategico per contrastare gli effetti in corso del global warming insieme alla mitigazione? La mitigazione fa riferimento alle misure di riduzione dei gas serra, ed è il cantiere prioritario dei Paesi industrializzati, mentre per i Paesi in via di sviluppo, la sfida è soprattutto adattarsi agli effetti già devastanti dell’aumento della temperatura del pianeta.

Proprio per questo, il tema dell’adattamento è oggetto di un confronto costante tra Paesi in via di sviluppo e Paesi industrializzati, poiché la sua implementazione comporta un importante contributo finanziario. Per i Paesi del Sud del mondo si tratta di una questione cruciale, i cambiamenti climatici minacciano in alcuni casi anche la loro stessa sopravvivenza, e per questo hanno chiesto che il tema dell’adattamento venga inserito con maggior forza nell’agenda della prossima COP. Un recente studio dell’Unep (Programma dell’Onu per l’Ambiente), ricorda che l’adattamento resta un’e quazione difficile da risolvere. Da una parte, i costi dovrebbero essere tra le due e le tre volte più elevati a partire dal 2030, e potenzialmente quattro o cinque volte più elevati a partire dal 2050, rispetto all’ammontare attuale.

Di fronte a questa crescente pressione finanziaria, l’aiuto bilaterale e multilaterale in favore dell’adattamento è aumentato di 25 miliardi di dollari nel 2014. I paesi più poveri dell’Africa subsahariana, dell’Asia del Sud, delle piccole isole del pacifico, sono tra i primi beneficiari di questi aiuti. Ma c’è ancora molta strada da fare per colmare questo divario tra Nord e Sud. Una strada definita dagli impegni previsti dall’Accordo di Parigi: la mobilitazione da qui al 2020 di 100 miliardi di dollari all’anno in favore dei Paesi in via di sviluppo.

Dunque sembra che la vera sfida della prossima COP sarà trovare un equilibrio tra i finanziamenti destinati alla mitigazione e quelli previsti per l’adattamento, che comunque è un tema cruciale anche per i Paesi più avanzati. Considerando che nel periodo 2013-2014 solo il 16% dei fondi internazionali per il clima sono stati destinati all’obiettivo dell’adattamento. A questi squilibri si aggiunge un’altra difficoltà: misurare, quantificare, rendicontare le azioni di adattamento dei paesi vulnerabili di fronte agli sconvolgimenti climatici. Tutte questioni aperte che rendono lecito immaginare che la prossima COP non sarà così “boring”.

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